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Carlo A. Pelanda
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Libero

2011-9-6

6/9/2011

La priorità di potenziare l’export per bilanciare la depressione interna

E’ evidente che il governo e non è in grado di attuare misure incisive per il rilancio della crescita. Per questo la deflazione da rigore imposta dall’emergenza debito non sarà bilanciata da una reflazione del mercato interno. Quindi l’unica speranza di crescita resta l’export, in quantità tali che possa bilanciare la depressione del mercato interno. Queste dipendono: (a)dall’andamento della domanda globale; (b) dalla capacità combinata del governo e delle industrie di aumentare la penetrazione commerciale nel globo. Semplificando, la ricchezza nazionale dipenderà più dal ministro degli Esteri che non da quello dell’Economia. 

Lo scenario economico globale di breve-medio termine (18 mesi) è caratterizzato dalla mancata ripresa della locomotiva americana.  Se l’America importa di meno lo farà anche la Cina e ciò metterà nei guai la Germania oltre che il Giappone, nonché l’Italia. E sta succedendo proprio questo, con la complicazione che nessuna delle maggiori nazioni esportatrici è in grado di passare velocemente da un modello dipendente dall’export ad uno più capace di fare crescita interna. Il problema in quel mercato è che la tanta liquidità resa disponibile dalla politica monetaria non trova sufficiente fiducia per essere impiegata in più consumi ed investimenti. In parte ciò è dovuto all’effetto negativo di Obama sull’economia (spesa inutile, incertezza sulle regole, in particolari fiscali, ecc.). In parte dai tempi lunghi di riparazione del sistema. Tale situazione mantiene alta la disoccupazione. D’altra parte il mercato statunitense, pur ribassista, non sta scontando una recessione catastrofica. Ha fiducia nel fatto che la Riserva federale aiuterà la ripresa anche a costo di misure estreme inflazionistiche e conta, soprattutto, sulla rimozione di Obama nelle elezioni del 2012. Infatti la profezia degli operatori è ottimistica: nel 2013 sarà boom, nel 2012 così e così. Vedremo, ma anche nel migliore dei casi l’America non potrà più trainare la domanda globale come nel passato e ciò mette nei guai i paesi esportatori. Un altro guaio per l’Italia è la politica monetaria della Bce che, influenzata dalla cultura di idealismo monetario tedesco e con uno statuto restrittivo, tende a mantenere l’euro sopravvalutato, quindi de-competitivo per l’export. In sintesi, nel 2013 la ripresa del mercato globale, se non crolla tutto per la crisi del debito, sarà robusta, ma le imprese italiane potranno intercettarla solo con supporti strategici che le rendano più competitive. Anche perché le tutte le nazioni esportatrici, Germania in testa, stanno aumentando il sostegno governativo alle loro imprese. Tale considerazione porta a valutare il potenziamento delle nostre funzioni estere e di commercio estero. Lancio qui qualche raccomandazione solo per dare l’idea ed evitare errori.

La spesa per le funzioni estere dovrebbe aumentare e non essere tagliata. Bisogna istituire un qualcosa simile al Miti giapponese che ha capacità non solo di assistenza globale alle imprese, ma anche di loro indirizzo, fatto fondamentale per l’internazionalizzazione delle piccole aziende italiane. L’ente pubblico di assicurazione delle esportazioni, Sace, già molto capace, dovrebbe essere non solo potenziato nei volumi, ma anche poter operare come banca che offre credito per l’export a condizioni agevolate. Le nostre ambasciate dovrebbero essere caricate di maggiore capacità di intelligence economica ed influenza operativa. I nostri servizi segreti dovrebbero aprire una sezione economica, come quelli americani, francesi e tedeschi, per sostenere i nostri imprenditori in gare contrastate e contratti complessi nel mondo. La nostra politica estera - molto buona in materia, ma in aree geografiche limitate - dovrebbe assumere una capacità globale, considerando ogni nazione come obiettivo di business. Per un liberista proporre soluzioni mercantilistiche non è bello, ma è l’unica chance per l’Italia così messa.

(c) 2011 Carlo Pelanda
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