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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-12-14

14/12/2010

La priorità dell’interesse nazionale

Dedicato ai parlamentari che oggi votano la fiducia. Nel 2011 e, probabilmente, fino a metà 2012, la priorità della politica economica sarà tale da mettere in secondo piano quella della politica “politicata”. Il governo dovrà fare azioni tecniche molto difficili, sul piano interno ed esterno, i cui esiti sarebbero pregiudicati se fosse indebolito da una maggioranza incerta e da una leadership troppo contrastata.

 E’ un problema vero e non capisco come mai, nonostante l’evidenza ed i molti appelli a far prevalere l’interesse della nazione sulle emozioni politiche, la parte secessionista della maggioranza, cioè il gruppo di parlamentari guidati da Fini e fuoriusciti dal Pdl, metta a rischio con la sua rigidità la possibilità di governare l’economia italiana in uno dei momenti più difficili della sua storia. Non condanno Fini ed i suoi amici per la divergenza perché è una loro libera facoltà. Inoltre, visto che la legge elettorale ha cancellato la rappresentanza democratica rendendo i parlamentari rappresentanti solo dei leader che li hanno imposti nelle liste, capisco che questi agiscano coerentemente in base al criterio di lealtà al capo piuttosto che agli elettori. Tuttavia, non capisco perché, semplicemente, non chiedano il riconoscimento dello status di partito entro l’area del centrodestra e aprano trattative per convergere nuovamente nella maggioranza facendo valere i contenuti della loro divergenza con razionali compromessi, che penso possibili, perfino facili. In politica succede, non è un dramma. Ma così, sembra, non vogliono fare. E, sembra, siano perfino disposti a creare un vago schieramento centrista che, in caso di elezioni, avrebbe sufficienti voti, forse, per eleggere i capi ed una manciata dei loro più fedeli collaboratori, ma nulla di più, togliendo tuttavia al centrodestra una parte dei consensi necessari per battere la sinistra, in particolare al Senato. La prospettiva di una sinistra al governo sarebbe un segnale al mercato che l’Italia sarà meno determinata sul rigore e che tenderà ad alzare le tasse per risolvere i buchi di bilancio, così pregiudicando la crescita. L’Italia non può permetterselo sia perché in massimo sforzo per rendere credibile la sua capacità di evitare l’insolvenza e ridurre il costo di rifinanziamento del debito sia perché la ripresa, fortunatamente in accelerazione, è ancora gracile. Non possiamo nemmeno permetterci un governo debole. So che il disordine è originato da un conflitto personale tra Berlusconi e Fini. Il primo è criticabile su molti piani, ma è il capo del governo e leader del maggiore partito. Quindi o Fini mostra di saperlo sostituire con altrettanta forza, e presto, oppure per interesse nazionale deve cedere e siglare un compromesso accettabile da ambedue le parti, comprensibilmente le dimissioni di Berlusconi inaccettabili dallo stesso, anche per logica democratica che vuole gli elettori decidere chi guida la nazione. Poiché Fini non ha una soluzione sostitutiva e veloce, ma solo distruttiva, tocca a lui cedere anche qualora avesse tutte le migliori ragioni del mondo. Se ha paura di perdere la faccia non tema perché un atto di razionalità sarebbe premiato. Se, invece, persegue una linea di distruggere tutto e se stesso pur di sconfiggere Berlusconi, mi tocca a malincuore – perché lo ritengo ancora una risorsa del centrodestra – prendere atto di una follia personalistica ed invitare i parlamentari del suo gruppo a mollarlo ed a rientrare nel Pdl. Ci tengo a prendere una posizione chiara: Berlusconi è criticabilissimo, Tremonti ancor di più, ma ambedue servono all’Italia, almeno per un anno e mezzo, per tirarla fuori dai guai, la sostituzione con altri impossibile per i tempi. E per un anno e mezzo li sosterrò congelando i pensieri critici, pur senza rinunciare a segnalare quello che penso sia giusto. Poi, con un’economia rimessa nel binario, si scateni pure la guerra per il potere perché a quel punto non avrà impatti eccessivi sul sistema tecnico.  Anzi, sia una guerra violentissima perché la democrazia si rinnova continuamente grazie alla competizione accesa, spietata, tra ambiziosi. Ma per i 18 mesi critici in cui l’Italia deve essere assolutamente governata da un esecutivo forte e da una maggioranza coesa dobbiamo essere tutti compatti e freddi. Non perdonerò chi farà diversamente.

(c) 2010 Carlo Pelanda
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