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Carlo A. Pelanda
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Libero

2011-4-5

5/4/2011

Contro il “socialivismo”

Circola l’ipotesi di aumentare l’Iva dal 20 al 23%. E’ un’idea pericolosa contro cui mobilitare.   

La proposta in evoluzione punta ad alzare le tasse indirette per ridurre quelle dirette su persone fisiche ed aziende. Si parla di 50 miliardi complessivi. Per prima cosa va criticata questa logica del travaso che assume l’impossibilità di ridurre la spesa pubblica. Non è vero che questa sia ormai incomprimibile, soprattutto, sul piano degli apparati. In quale libro sta scritto, infatti, che il sistema amministrativo statale e locale abbia bisogno di più di tre milioni di dipendenti, e dintorni, o che siano necessari migliaia di costosi enti vaghi? Da un lato, sarebbe ingiusto licenziare chi ha già uno di questi stipendi perché non è colpa della persona se svolge una funzione inutile pagata con denari fiscali. Dall’altro, sarebbe giusto capire quanta gente veramente serva nel futuro, considerando l’evoluzione dell’informatica. Senza un tale calcolo, basato su dati trasparenti in modo da poter valutare il modello organizzativo, non ha senso né base fattuale dire che la spesa pubblica sia incomprimibile e che quindi non possa essere ridotta, definendo per simmetria irriducibile e solo travasabile il gettito. Il governo sta facendo molto per sanare gli sprechi, per esempio l’invio della Guardia di Finanza nei sistemi sanitari regionali più opachi, i controlli delle false pensioni di invalidità da parte dell’Inps, ecc.. Bene. Ma resta ancora troppa spesa inutile e sprecata, ben oltre i 50 miliardi, e quindi l’argomento qui fatto resta solido. Corroborato da un secondo che individua un grave rischio a seguito del rialzo dell’Iva. I prezzi generali aumenterebbero amplificando la tendenza inflazionistica già in atto. I consumi, inoltre, già scesi pericolosamente, non sarebbero certo favoriti da un rialzo del prezzo alla vendita. Qualcuno potrebbe sostenere che dando più denaro via detassazione a famiglie ed imprese, pur alzando l’Iva, aumenterebbe la crescita. Ipotesi debole, nelle contingenze: il maggior denaro andrebbe a coprire i debiti, vista la situazione; consumi ed investimenti sono in realtà stimolati dal ritorno della fiducia combinato con detassazioni molto più ampie. In sintesi, è certo il danno dell’aumento dell’Iva mentre è incerto il beneficio, più probabile che non vi sia. In generale, è discutibile l’idea che trasferire la tassazione dalle persone alle cose sia una cosa salutare per l’economia. Con questo non critico la dottrina di Tremonti sul piano della analisi giuridica delle finanze di cui è specialista. Ma la critico su quello della sostanza economica. C’è un limite - attorno al 30% - alla pressione fiscale sopportabile da un sistema economico oltre il quale vi sono distorsioni depressive. In Italia siamo ben oltre e quindi non riusciamo a misurare se sia meglio la tassazione sulle persone o sulle cose perché il sistema è malato. Come discutere se ad un moribondo sia meglio fare un salasso su un piede o sul collo. Infatti, in tali condizioni, asserire che la tassazione indiretta sia meglio di quella diretta è solo ideologia: “socialivismo”. Mentre è scienza dire che  tasse e spesa debbano tornare sotto il 30% del Pil se vogliamo rilanciare consumi ed investimenti. Fatto questo risanamento, poi, potremo ben misurare la bontà dell’una o altra opzione fiscale. L’argomento che altri europei abbiano aumentato l’Iva non è trasferibile all’Italia. Quelli avevano bilanci già ripuliti da sprechi, poco spazio per tagli, e hanno dovuto alzare le indirette per fare cassa in emergenza. L’Italia ha la “fortuna” di avere una spesa pubblica ancora piena di robaccia. Tagli quella per ridurre le tasse e lasci stare l’Iva. Chiaro questo, invocherei perfino l’abolizione dell’Iva se non fosse sistema europeo difficile da smontare, perché tassa distorcente moltiplicata in modo nascosto dall’enorme apparato che ne serve il ciclo burocratico. Infatti un “porca Iva” ci sta tutto.   

(c) 2011 Carlo Pelanda
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