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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-8-24

24/8/2010

Obama vuol dire sfiducia

La ripresa negli Stati Uniti sta rallentando e ciò frena la crescita della domanda globale, così riducendo le esportazioni italiane nel secondo semestre. Considerando che l’Italia, a causa del suo modello di economia socialista, ha una crescita interna piatta e che incrementa il Pil solo grazie all’export, è evidente che ci interessa parecchio capire cosa stia bloccando la locomotiva americana.    

Da un lato, la ripresa lenta negli Stati Uniti ha un motivo tecnico. In quel mercato la crescita è trainata principalmente dai consumi interni (che fanno i 2/3 del Pil). La crisi 2007-09 ha pesantemente ridotto la capacità di spesa delle famiglie. Ci vorranno ancora uno o due anni affinché queste ricostruiscano il risparmio e la loro piena capacità di spendere nonché la propensione a farlo. Pertanto la ripresa, questa volta, non può essere trainata solo dai consumi. Ma, in teoria, non è un problema. Potrebbe essere benissimo trainata da più investimenti. La ripresa comunque è in corso, le aziende hanno forzato la produttività ottenendo megaprofitti e buona parte delle famiglie ha ricostruito i portafogli. I dati mostrano un sistema economico, semplificando, strapieno di liquidità. Pertanto l’attesa più ovvia è che ci sia un boom degli investimenti e che questo compensi la lentezza della ripresa dei consumi e spinga il Pil a razzo. Ma non sta avvenendo. Perché? L’Amministrazione Obama sta ritardando la decisione se rinnovare o meno la legge speciale di detassazione voluta da Bush anni fa per uscire dalla crisi precedente e che scadrà il prossimo dicembre. Ovviamente tale incertezza sul regime fiscale del 2011 e futuro sta ritardando le decisioni di investimento sia delle imprese sia delle famiglie. Come mai Obama fa un errore così madornale e pericoloso? Perché vuole arrivare alle elezioni parlamentari di novembre sia non deludendo l’elettorato di sinistra che vuole più tasse per finanziare più assistenzialismo sia non dando a quello della destra liberista (i “Tea Party”) i motivi per aumentare la mobilitazione, già notevole, contro una presidenza ed un congresso socialisti. Infatti, poiché è così evidente che bisogna spingere la ripresa stimolando più investimenti privati, è probabile che dopo le elezioni riconfermerà la decurtazione fiscale per la classe media, ripristinando tasse più elevate solo per il segmento più abbiente. Se i repubblicani conquisteranno la maggioranza almeno in un ramo del parlamento, come ora mostrano le proiezioni, è probabile che i tagli fiscali restino per tutti. Obama potrà giustificarlo di fronte agli elettori di sinistra, appunto, per la perdita della maggioranza. Se questa analisi è corretta, e penso lo sia, emerge che questo presidente americano sacrifica la priorità di produrre fiducia a quella dei suoi interessi politichesi. Non solo. Si nota anche una sorprendente incapacità. Se avesse deciso, per dire, a giugno il nuovo regime fiscale rendendolo certo per un triennio, anche aumentando le tasse ai più abbienti, ora vedremmo un boom degli investimenti in America. E Obama starebbe meglio nei sondaggi. Il doppio errore di indurre incertezza nella ripresa e di danneggiare se stesso indica una presidenza americana poco lucida e sostanzialmente incapace, promessa di guai economici e geopolitici per il futuro. Obama vuol dire sfiducia.

(c) 2010 Carlo Pelanda
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