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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-9-14

14/9/2010

Serve una regolazione finanziaria più intelligente

Due problemi nel sistema finanziario: (a) nel breve-medio termine il credito è insufficiente per sostenere una ripresa forte sia in America sia in Europa, nella seconda ed in Italia la restrizione è particolarmente grave; (b) nel medio-lungo termine il tipo di regolazione del sistema finanziario globale come impostato dalle autorità monetarie e di vigilanza nel recente accordo “Basilea 3” appare inutilmente restrittivo ed incapace di produrre fiducia.  Mi sembra sia ora di portare l’attenzione sulla necessità di trovare formule di regolazione finanziaria che allo stesso tempo mantengano abbondante il capitale e ne evitino distorsioni eccessive, da applicare sia nel breve termine in Italia sia in prospettiva lunga nel sistema globale.

Nei due anni passati c’è stata una ingiustificata demonizzazione del capitalismo finanziario  che ha portato molti a pensare che sia possibile separare l’economia reale da quella finanziaria. E’ un’evidente fesseria. Il capitale finanziario è il sangue che alimenta il corpo economico. Se si vuole mantenere sano e crescente il secondo bisogna avere quantità altrettanto crescenti del primo, cioè un’industria finanziaria evoluta. Un’altra cattiva informazione riguarda lo stato di salute delle nostre banche. Da un lato, è vero che non sono a rischio di insolvenza. Dall’altro, non sono in grado di fornire capitale sufficiente al mercato per i buchi ancora non riparati e ciò è una concausa della ripresa troppo lenta. Che si vede: restrizione dei mutui nel momento in cui la domanda riprende, con compressione pericolosa del mercato immobiliare e dintorni; restrizione del credito alle imprese con impatto negativo sugli investimenti, e quindi sull’occupazione; taglio del credito alle microimprese artigiane e commerciali, con ovvia ferita al corpo dell’imprenditoria di massa. E c’è una complicazione. Poiché il sistema italiano è “bancocentrico” non ci sono altre fonti di capitale pronte a integrare l’offerta ridotta di quelle tradizionali. Infatti qui c’è il problema che chiama una soluzione di modifica dell’architettura di sistema. Nuove leggi che: (1) facilitino la creazione e l’attività di fondi non bancari di investimento con lo scopo di dare finanza alle imprese via entrata nel loro capitale; (2) che permettano cartolarizzazioni finanziarie di beni, anche creando una borsa dei titoli derivati da cartolarizzazione come in Lussemburgo; (3) semplifichino ed incentivino l’accesso in Borsa delle piccole imprese; (4) creino un ciclo di capitale di garanzia per i prestiti ai piccoli operatori (sistema confidi più grande e fluido e meglio regolato/strutturato) attivando anche, per cinque anni, un programma d’emergenza basato sul sostegno di capitale pubblico.

Sul piano generale, “Basilea 3” persegue la riduzione del rischio di future crisi finanziarie costringendo le banche – in un decennio – ad aumentare la quantità di capitale in riserva. Secondo me il modo più sicuro per evitare guai, invece, è quello di separare le banche commerciali dagli istituti finanziari con la licenza di fare operazioni a rischio più elevato. Ovviamente le grandi banche commerciali non vogliono rinunciare ai profitti possibili nella “banca ibrida” ed hanno premuto sui regolatori per un’altra soluzione di compromesso: ti lascio banca universale, ma devi mettere più soldi in riserva (meno impieghi e profitti) pur nel lungo termine. Qualche soldo in più di riserva non fa la differenza in caso di crisi sistemiche e, inoltre, restringe il credito. Di buono c’è che un regolatore può limitare le operazioni a debito di una banca, ma la cosa resta aggirabile. Una migliore dottrina regolativa ridurrebbe il pericolo di disordine separando le banche commerciali dagli istituti dedicati alla finanza a rischio, lasciando bassi i requisiti di riserva per le prime, perché loro vietate operazioni oltre un certo rischio, e controllando con strumenti specifici i secondi. Così il capitale sarebbe più abbondante e la finanza a rischio meno incerta.

(c) 2010 Carlo Pelanda
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