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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-4-13

13/4/2010

L’utilità di vietare i deficit nazionali e locali con legge costituzionale

Nel 2009 la Germania  ha inserito in Costituzione  il divieto di fare deficit. Dal 2016 sarà applicato al bilancio federale, con un margine di tolleranza inferiore all’1%. Dal 2020 entrerà in vigore nelle amministrazioni locali. L’Italia dovrebbe fare lo stesso oppure no?

In generale, sono contrario ad ingabbiare in schemi rigidi la politica economica. Ma questo è un periodo storico caratterizzato dalla priorità di interrompere la crescita dei debiti statali, dappertutto,  ed in particolare nell’Eurozona. La dottrina economica  recita che un debito si riduce e ripaga  aumentando la crescita. Ma proprio il peso del debito la deprime perché dirotta enormi quantità di denari fiscali da impieghi produttivi (investimenti  o detassazione) al servizio del debito stesso. L’Italia spende dai 60 ai 70 miliardi annui per interessi, un’enormità. Inoltre i modelli statalisti di Francia, Germania ed Italia comprimono i potenziali di crescita per l’eccessivo carico di vincoli al mercato. Infatti dai primi anni ’90 questi Stati devono finanziare in deficit, e non con crescita reale, i loro sistemi di welfare. Bisognerebbe liberalizzarli per tornare alla crescita ed all’equilibrio di bilancio. Ma non c’è il consenso per farlo perché la massa di persone che vive di denaro pubblico e di mercato protetto è prevalente. Quindi per bloccare l’aumento del debito resta solo la soluzione del divieto costituzionale. Questa va vista anche come pressione per ridurre gli sprechi. Vedo i pericoli della gabbia, ma è maggiore quello di un debito  crescente senza limiti per finanziare un modello insostenibile. Alla fine il mercato non comprerà più i titoli annusando l’insolvenza e lo Stato coinvolto imploderà catastroficamente. Mentre l’America con modello liberalizzato, demografia crescente e  sovranità monetaria mantiene una certa credibilità sul fatto che ripagherà il debito e che lo ridurrà via crescita, le nazioni dell’Eurozona con modello statalista a bassa riformabilità che deprime i mercati interni, con popolazione invecchiata e stagnante e senza la possibilità di compensare via politica monetaria i gap di crescita/produttività, tale credibilità la stanno perdendo. L’unico modo per ripristinarla (e rifinanziare il debito a costi bassi) è, appunto, dare un segnale al mercato che il debito non crescerà più e si ridurrà nei decenni, mangiato dall’inflazione. Probabilmente a Berlino hanno pensato ad un tale scenario. Tanto più dovremmo analizzarlo a Roma dove le condizioni di sostenibilità del debito sono peggiori. Si potrebbe pensare che il federalismo fiscale è uno strumento di riforma indiretta del modello, che aggira il blocco del consenso, e che porterà  detassazione  e  più crescita, rendendo non necessario imitare la Germania. Lo auspico. Ma mi chiedo quale forza riuscirà a tagliare la spesa inutile e gli sprechi sia a livello nazionale che locale. Se non la si trova, il trasferimento di parte della tassazione dal centro alla periferia comporterà il pagamento del medesimo volume complessivo di tasse. Il rapporto ravvicinato tra elettori e politici nei luoghi farà il miracolo detassante? E’ auspicio e non certezza. In conclusione, invito a valutare il divieto di deficit nazionale e locale in Costituzione sia per consolidare la credibilità del debito italiano, e pagare meno interessi annui, sia per dare al federalismo fiscale una leva di controllo e riduzione della spesa per renderlo veramente detassante e non ammuina.  

(c) 2010 Carlo Pelanda
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