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Carlo A. Pelanda
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Libero

2010-8-31

31/8/2010

Il rigore liberalizzante

L’intervento di Trichet, Presidente della Banca centrale europea, nel simposio di Jackson Hole, Wyoming (Usa) dove ogni anno i banchieri centrali e gli economisti mettono a confronto le loro idee, lascia intravedere la linea di politica monetaria (e di fatto economica) che la Bce tenterà di imporre ai governi dell’eurozona. Per questo lo ritengo di eccezionale interesse.   

Il punto di partenza di Trichet è che il debito eccessivo (pubblico e privato) in una nazione ne uccide la crescita ed  ha valutato quattro possibili soluzioni al problema: (a) ridurre i debiti via inflazione  sarebbe catastrofico; (b) convivere con un alto indebitamento – come parecchi ritengono possibile  – deprimerebbe la crescita in modo endemico; (c) ridurre il peso proporzionale del debito aumentando la crescita è la via più sana, ma appare improbabile che economie a sviluppo maturo e, appunto, appesantite dal debito stesso riescano a farne di sufficiente; (d) il taglio della spesa pubblica è la via più certa, ma comporta il rischio di deprimere la domanda aggregata, cioè la crescita. Da questa analisi emerge che non c’è un modo senza costi e rischi per abbattere i debiti e liberare i potenziali di crescita di un sistema economico risanato. Qual è allora il rischio ed il costo meno grave? Per inciso, la Riserva federale statunitense (Fed), guidata da Bernanke, ha deciso che l’economia americana può convivere per un po’ con l’alto debito pubblico e che è meglio prendere un rischio di inflazione perché teme di più quello di deflazione, cioè di stagnazione endemica con elevata disoccupazione. Le impostazioni di Fed e Bce non sono comparabili perché le due istituzioni hanno statuti diversi, la prima ha anche la missione di stimolare l’economia e non solo di difendere la moneta dall’inflazione come la seconda. Ma sono comparabili le culture di politica monetaria: la Fed preferisce sempre prendere un rischio, pur controllato, sul lato dell’inflazione e la Bce su quello della deflazione. Di solito preferisco la cultura espansiva statunitense perché aiuta meglio la crescita, e quindi la fiducia del mercato. Ma con debiti pubblici così alti – in America ed Europa – la crescita è compromessa geneticamente e la priorità diviene quella di abbattere i debiti stessi per renderla possibile. In situazioni di debito eccessivo il rigore è essenziale per lo sviluppo e non è contro di esso. Trichet ha questa linea e mi sembra abbia scelto per la politica reale la quarta opzione. Quale il rischio? Quello di indurre un forte dissenso  vietando agli Stati la spesa pubblica in deficit e quindi riducendo il finanziamento di tutele assistenziali ed in generale gli apparati pubblici. Il costo? Quello di bilanciare la deflazione da rigore liberalizzando e quindi costringendo chi vive in mercati protetti a migrare verso quelli competitivi, cosa che non li renderà felici. In sintesi, la politica del rigore indurrà un forte stress sociale, ma questo è un rischio ed un costo minore in relazione alle altre opzioni. Si può prevedere come la Bce tenterà di imporre alle euro nazioni tale politica? Tra le righe - potrei sbagliare - Trichet ha fatto capire che se gli Stati faranno così, allora terrà basso il costo del denaro e quindi degli interessi sul debito, facilitando l’azione dei governi. Se non lo faranno, allora alzerà i tassi costringendo i governi comunque, ma in emergenza, a praticare il rigore per non cadere nell’insolvenza. In questa linea intravedo buone cose per il nostro futuro: un rigore che impone la liberalizzazione dell’economia combinato con una soluzione credibile al problema del debito, il tutto promessa di più crescita. Azione guidata da una Bce come istituzione forte che sostituisce di fatto la mancanza di un governo paneuropeo. Se così, bene.      

(c) 2010 Carlo Pelanda
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