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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2008-2-4

4/2/2008

Siamo in emergenza economica

Stanno crollando la fiducia economica, la capacità di spesa reale e la propensione psicologica al consumo, nonché i consumi stessi, degli italiani. La tendenza pessimistica era già stata individuata da molti rilevamenti (Isae, Ipso, ecc.), ma ora i dati più recenti, tra cui quelli della Confcommercio, mostrano che la fiducia degli italiani sta andando a picco come mai si è visto in Italia. Non può essere solo psicologia. C’è molto di più e di reale, che deprime le speranze della gente, che va gestito con la consapevolezza che si tratta di una grave emergenza nazionale.  

Il punto oggettivo è che quasi metà della popolazione, per lo più lavoratori dipendenti, non ha soldi. Siamo di fronte ad una crisi strutturale in quanto è saltata la capacità dei salari medi di finanziare le spese essenziali di una famiglia lasciando una aliquota di ricchezza per risparmio e spese voluttuarie. Ciò è successo perché gli stipendi netti presi dai lavoratori non sono cresciuti quanto i costi e le tasse. Il fenomeno inizia ad essere visibile nei dati dopo il 2002 ed è in qualche modo collegato all’avvento dell’euro. Si allarga lentamente dalla parte più debole della popolazione alla classe media tra il 2003 e 2005. I dati aggregati non registrano bene il fenomeno perché nello stesso periodo sale l’occupazione e c’è una ripresa economica italiana, nei primi mesi del 2006, che fa prevalere l’ottimismo economico sul pessimismo. Poi la situazione precipita durante il mandato del governo Prodi. I costi energetici e di beni essenziali salgono, così le tasse e le tariffe, oltre alle rate dei mutui a tasso variabile. Il governo non coglie che si tratta di una crisi di sistema e non reagisce con le dovute velocità ed intensità per ridare alle famiglie capacità di spesa, anzi. Così nel 2007 la popolazione dei salariati si è trovata decapitalizzata. A ciò vanno aggiunti gli inasprimenti fiscali e regolamentari a danno del ceto medio produttivo (professionisti, commercianti, imprenditori, ecc.) che ne hanno eroso l’ottimismo e la propensione ad investimenti e consumi. Senza riparazioni immediate tale situazione della società ci porterà verso una recessione grave (le previsioni di Pil 2008 stanno subendo continue revisioni al ribasso). E su questa tendenza pericolosa pesa poco il rallentamento dell’economia globale. Si tratta proprio di un avvitamento del sistema italiano, di un problema specifico nostro che possiamo risolvere solo noi e non qualcuno o qualcosa da fuori. E l’unica soluzione è quella di ridare capacità di spesa e di investimento/risparmio alla classe media in tre modi: (a) massima priorità, ridurre l’aliquota di tasse nella busta paga dei salariati in modo consistente; (b) ridurre i costi sistemici per famiglie ed imprese tagliando una parte di tasse sull’energia (che in Italia costa dal 30 al 50% in più che nel resto dell’Europa) e togliendo costi e vincoli burocratici; (c) generare una attesa credibile che nei prossimi cinque anni le tasse scenderanno per famiglie ed imprese in modo significativo. Le tre misure combinate darebbero certamente una botta sia concreta sia psicologica di ottimismo facendo ripartire consumi ed investimenti. Ma per farla ci vuole un governo subito con idee chiare e possibilità non limitate da patturnie ideologiche. Per questo dobbiamo augurarci le elezioni ai primi ad aprile ed una collaborazione successiva tra destra e sinistra moderate, un patto di salvezza nazionale, che faccia le cose dette prima dell’estate. La crisi è di sistema, la soluzione deve esserlo altrettanto. 

(c) 2008 Carlo Pelanda
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