I venti di guerra stanno oscurando mutamenti importanti nel sistema economico. Quando i primi si saranno calmati, se non salterà tutto, i secondi emergeranno con più evidenza. Uno, in particolare, con conseguenze sistemiche forse non note a molti. Per questo da valutare con certo anticipo.

L’aumento del valore di cambio dell’euro sul dollaro porta un vantaggio ed uno svantaggio all’eurozona. Si riduce sostanzialmente l’inflazione importata (petrolio ed altri beni calcolati in dollari). Ma viene penalizzata drammaticamente la competitività delle esportazioni europee nell’area del dollaro. Si stima, per l’Italia, che ciò ci potrebbe costare quasi lo 0,5% del Pil nell’anno in corso. Un’enormità. Ancora più punitiva per la Germania. Molti analisti ritengono che dopo la bonifica dell’Iraq vi sarà più fiducia nel mercato, che ripartiranno gli investimenti nelle asfittiche Borse americane e che ciò attrarrà più capitali sul dollaro, alzandolo. Quindi stimano che la crisi di competitività valutaria per le nostre esportazioni sia provvisoria. E’ un’analisi sensata perché l’aumento dell’euro non è basato su alcun rafforzamento dell’economia sottostante, anzi, ma su una contingenza che vede il dollaro debole. Reversibile quando la crescita americana ripartirà. Ma alcuni dati di comportamento dell’amministrazione Bush lasciano intendere che, pur non abbandonando la politica del dollaro forte, non ci sarà alcuna intenzione di farlo tornare "fortissimo" come successo nei tre anni precedenti. Perché gli Usa si sono accorti che non possono mantenere uno svantaggio troppo elevato per il loro export. Ciò significa che lo scenario prospettico più probabile è quello di minore competitività valutaria per gli europei.

Perché è così importante? Gli Stati sociali europei crescono poco internamente a causa delle regole protezionistiche ed i costi fiscali. Per fare un po’ di crescita possono solo ricorrere alla svalutazione competitiva in modo tale che l’export compensi la stagnazione interna. E negli ultimi anni tale forma di bilanciamento è diventata una sorta di modello. Ai tempi della formazione dell’euro non pochi tecnici sostenevano proprio questo: la moneta unica permette una svalutazione competitiva contro il dollaro, mentre il mantenimento delle monete nazionali impedisce manovre valutarie di compensazione perché foriere di destabilizzazioni intraeuropee. Infatti nel 1992-1995 quando la lira fu bassisima ed il marco e franco molto alti, queste due aree monetarie persero parecchi occupati nei settori in competizione diretta con noi. In sintesi, la leva esportativa via moneta bassa permette di far marciare un po’ un’economia frenata senza dover tentare difficilissime, sul piano del consenso, riforme di efficienza interna. Ma proprio la prospettiva di un dollaro più basso, anche se non debole, ridurrà l’export. E ciò costringerà gli europei a premere il pedale delle riforme competitive allo scopo di produrre più crescita propria (investimenti e consumi) per non cadere in una stagnazione endemica.

Anche per tale motivo l’Italia sta accelerando quelle riforme finalizzate a far girare più veloce il volano della crescita interna, per esempio una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ed una progressiva detassazione. Ma ciò non sta avvenendo nella superstatalista Francia, pur essendoci qualche tentativo da parte del governo timidamente liberalizzante di Raffarin, ed è perfino escluso dal governo tedesco rosso-verde che, al contrario, sta impostando incrementi fiscali. La soddisfazione che noi potremmo diventare più, e prima, competitivi dei francesi e tedeschi non deve far sottostimare un problema. Quello di un ritorno della concorrenza intraeuropea sul piano dei costi sistemici. Se le nostre aziende, entro un biennio, riusciranno a vendere di più dei concorrenti europei di settore sul mercato continentale e su quelli terzi grazie a costi sistemici meno pesanti (fisco e del lavoro), allora non è improbabile una reazione protezionista da parte degli svantaggiati. Cosa che complicherebbe in modo forse irreparabile la convivenza nell’Unione Europea. Ciò serve a dire che l’Europa è finora evoluta sulla base dell’omogeneità dei modelli degli Stati sociali più importanti (Francia, Germania ed Italia). Se uno di questi si differenzia con una competitività di molto superiore agli altri non ci sono regole, né un governo paneuropeo solido, pronti per riequilibrare le differenze concorrenziali. Quindi la pressione ad essere più competitivi che deriva da un minore vantaggio esportativo apre uno scenario inesplorato. Cosa sarà razionale fare? Mettere in libera concorrenza, per esempio fiscale, gli Stati o imporre loro una comune agenda europea che li faccia procedere all’unisono? Questione difficilissima in teoria, infernale in pratica. Probabilmente non sarà possibile né un’esplicita ed eccessiva concorrenza tra nazioni né un vincolo di omogeneità fiscale tra loro (dove lo si fissa, al 20 o al 50% o al 33 come puntiamo in Italia?). Una soluzione ci sarebbe, la solita: riportare il dollaro in alto in modo da far durare il giochino e nascondere la priorità delle riforme di efficienza interna. Ma la locomotiva americana potrebbe non starci più. E allora sarebbero guai. Se all’interno di tutte le nazioni europee fosse più chiaro il requisito di maggiore crescita interna, e riforme relative, il problema sarebbe, invece, risolto: questa la nuova prova di responsabilità, fa piacere vedere l’Italia in testa.

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L’aumento del valore di cambio dell’euro sul dollaro porta un vantaggio ed uno svantaggio all’eurozona. Si riduce sostanzialmente l’inflazione importata (petrolio ed altri beni calcolati in dollari). Ma viene penalizzata drammaticamente la competitività delle esportazioni europee nell’area del dollaro. Si stima, per l’Italia, che ciò ci potrebbe costare quasi lo 0,5% del Pil nell’anno in corso. Un’enormità. Ancora più punitiva per la Germania. Molti analisti ritengono che dopo la bonifica dell’Iraq vi sarà più fiducia nel mercato, che ripartiranno gli investimenti nelle asfittiche Borse americane e che ciò attrarrà più capitali sul dollaro, alzandolo. Quindi stimano che la crisi di competitività valutaria per le nostre esportazioni sia provvisoria. E’ un’analisi sensata perché l’aumento dell’euro non è basato su alcun rafforzamento dell’economia sottostante, anzi, ma su una contingenza che vede il dollaro debole. Reversibile quando la crescita americana ripartirà. Ma alcuni dati di comportamento dell’amministrazione Bush lasciano intendere che, pur non abbandonando la politica del dollaro forte, non ci sarà alcuna intenzione di farlo tornare "fortissimo" come successo nei tre anni precedenti. Perché gli Usa si sono accorti che non possono mantenere uno svantaggio troppo elevato per il loro export. Ciò significa che lo scenario prospettico più probabile è quello di minore competitività valutaria per gli europei.

Perché è così importante? Gli Stati sociali europei crescono poco internamente a causa delle regole protezionistiche ed i costi fiscali. Per fare un po’ di crescita possono solo ricorrere alla svalutazione competitiva in modo tale che l’export compensi la stagnazione interna. E negli ultimi anni tale forma di bilanciamento è diventata una sorta di modello. Ai tempi della formazione dell’euro non pochi tecnici sostenevano proprio questo: la moneta unica permette una svalutazione competitiva contro il dollaro, mentre il mantenimento delle monete nazionali impedisce manovre valutarie di compensazione perché foriere di destabilizzazioni intraeuropee. Infatti nel 1992-1995 quando la lira fu bassisima ed il marco e franco molto alti, queste due aree monetarie persero parecchi occupati nei settori in competizione diretta con noi. In sintesi, la leva esportativa via moneta bassa permette di far marciare un po’ un’economia frenata senza dover tentare difficilissime, sul piano del consenso, riforme di efficienza interna. Ma proprio la prospettiva di un dollaro più basso, anche se non debole, ridurrà l’export. E ciò costringerà gli europei a premere il pedale delle riforme competitive allo scopo di produrre più crescita propria (investimenti e consumi) per non cadere in una stagnazione endemica.

Anche per tale motivo l’Italia sta accelerando quelle riforme finalizzate a far girare più veloce il volano della crescita interna, per esempio una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ed una progressiva detassazione. Ma ciò non sta avvenendo nella superstatalista Francia, pur essendoci qualche tentativo da parte del governo timidamente liberalizzante di Raffarin, ed è perfino escluso dal governo tedesco rosso-verde che, al contrario, sta impostando incrementi fiscali. La soddisfazione che noi potremmo diventare più, e prima, competitivi dei francesi e tedeschi non deve far sottostimare un problema. Quello di un ritorno della concorrenza intraeuropea sul piano dei costi sistemici. Se le nostre aziende, entro un biennio, riusciranno a vendere di più dei concorrenti europei di settore sul mercato continentale e su quelli terzi grazie a costi sistemici meno pesanti (fisco e del lavoro), allora non è improbabile una reazione protezionista da parte degli svantaggiati. Cosa che complicherebbe in modo forse irreparabile la convivenza nell’Unione Europea. Ciò serve a dire che l’Europa è finora evoluta sulla base dell’omogeneità dei modelli degli Stati sociali più importanti (Francia, Germania ed Italia). Se uno di questi si differenzia con una competitività di molto superiore agli altri non ci sono regole, né un governo paneuropeo solido, pronti per riequilibrare le differenze concorrenziali. Quindi la pressione ad essere più competitivi che deriva da un minore vantaggio esportativo apre uno scenario inesplorato. Cosa sarà razionale fare? Mettere in libera concorrenza, per esempio fiscale, gli Stati o imporre loro una comune agenda europea che li faccia procedere all’unisono? Questione difficilissima in teoria, infernale in pratica. Probabilmente non sarà possibile né un’esplicita ed eccessiva concorrenza tra nazioni né un vincolo di omogeneità fiscale tra loro (dove lo si fissa, al 20 o al 50% o al 33 come puntiamo in Italia?). Una soluzione ci sarebbe, la solita: riportare il dollaro in alto in modo da far durare il giochino e nascondere la priorità delle riforme di efficienza interna. Ma la locomotiva americana potrebbe non starci più. E allora sarebbero guai. Se all’interno di tutte le nazioni europee fosse più chiaro il requisito di maggiore crescita interna, e riforme relative, il problema sarebbe, invece, risolto: questa la nuova prova di responsabilità, fa piacere vedere l’Italia in testa.

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L’aumento del valore di cambio dell’euro sul dollaro porta un vantaggio ed uno svantaggio all’eurozona. Si riduce sostanzialmente l’inflazione importata (petrolio ed altri beni calcolati in dollari). Ma viene penalizzata drammaticamente la competitività delle esportazioni europee nell’area del dollaro. Si stima, per l’Italia, che ciò ci potrebbe costare quasi lo 0,5% del Pil nell’anno in corso. Un’enormità. Ancora più punitiva per la Germania. Molti analisti ritengono che dopo la bonifica dell’Iraq vi sarà più fiducia nel mercato, che ripartiranno gli investimenti nelle asfittiche Borse americane e che ciò attrarrà più capitali sul dollaro, alzandolo. Quindi stimano che la crisi di competitività valutaria per le nostre esportazioni sia provvisoria. E’ un’analisi sensata perché l’aumento dell’euro non è basato su alcun rafforzamento dell’economia sottostante, anzi, ma su una contingenza che vede il dollaro debole. Reversibile quando la crescita americana ripartirà. Ma alcuni dati di comportamento dell’amministrazione Bush lasciano intendere che, pur non abbandonando la politica del dollaro forte, non ci sarà alcuna intenzione di farlo tornare "fortissimo" come successo nei tre anni precedenti. Perché gli Usa si sono accorti che non possono mantenere uno svantaggio troppo elevato per il loro export. Ciò significa che lo scenario prospettico più probabile è quello di minore competitività valutaria per gli europei.

Perché è così importante? Gli Stati sociali europei crescono poco internamente a causa delle regole protezionistiche ed i costi fiscali. Per fare un po’ di crescita possono solo ricorrere alla svalutazione competitiva in modo tale che l’export compensi la stagnazione interna. E negli ultimi anni tale forma di bilanciamento è diventata una sorta di modello. Ai tempi della formazione dell’euro non pochi tecnici sostenevano proprio questo: la moneta unica permette una svalutazione competitiva contro il dollaro, mentre il mantenimento delle monete nazionali impedisce manovre valutarie di compensazione perché foriere di destabilizzazioni intraeuropee. Infatti nel 1992-1995 quando la lira fu bassisima ed il marco e franco molto alti, queste due aree monetarie persero parecchi occupati nei settori in competizione diretta con noi. In sintesi, la leva esportativa via moneta bassa permette di far marciare un po’ un’economia frenata senza dover tentare difficilissime, sul piano del consenso, riforme di efficienza interna. Ma proprio la prospettiva di un dollaro più basso, anche se non debole, ridurrà l’export. E ciò costringerà gli europei a premere il pedale delle riforme competitive allo scopo di produrre più crescita propria (investimenti e consumi) per non cadere in una stagnazione endemica.

Anche per tale motivo l’Italia sta accelerando quelle riforme finalizzate a far girare più veloce il volano della crescita interna, per esempio una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ed una progressiva detassazione. Ma ciò non sta avvenendo nella superstatalista Francia, pur essendoci qualche tentativo da parte del governo timidamente liberalizzante di Raffarin, ed è perfino escluso dal governo tedesco rosso-verde che, al contrario, sta impostando incrementi fiscali. La soddisfazione che noi potremmo diventare più, e prima, competitivi dei francesi e tedeschi non deve far sottostimare un problema. Quello di un ritorno della concorrenza intraeuropea sul piano dei costi sistemici. Se le nostre aziende, entro un biennio, riusciranno a vendere di più dei concorrenti europei di settore sul mercato continentale e su quelli terzi grazie a costi sistemici meno pesanti (fisco e del lavoro), allora non è improbabile una reazione protezionista da parte degli svantaggiati. Cosa che complicherebbe in modo forse irreparabile la convivenza nell’Unione Europea. Ciò serve a dire che l’Europa è finora evoluta sulla base dell’omogeneità dei modelli degli Stati sociali più importanti (Francia, Germania ed Italia). Se uno di questi si differenzia con una competitività di molto superiore agli altri non ci sono regole, né un governo paneuropeo solido, pronti per riequilibrare le differenze concorrenziali. Quindi la pressione ad essere più competitivi che deriva da un minore vantaggio esportativo apre uno scenario inesplorato. Cosa sarà razionale fare? Mettere in libera concorrenza, per esempio fiscale, gli Stati o imporre loro una comune agenda europea che li faccia procedere all’unisono? Questione difficilissima in teoria, infernale in pratica. Probabilmente non sarà possibile né un’esplicita ed eccessiva concorrenza tra nazioni né un vincolo di omogeneità fiscale tra loro (dove lo si fissa, al 20 o al 50% o al 33 come puntiamo in Italia?). Una soluzione ci sarebbe, la solita: riportare il dollaro in alto in modo da far durare il giochino e nascondere la priorità delle riforme di efficienza interna. Ma la locomotiva americana potrebbe non starci più. E allora sarebbero guai. Se all’interno di tutte le nazioni europee fosse più chiaro il requisito di maggiore crescita interna, e riforme relative, il problema sarebbe, invece, risolto: questa la nuova prova di responsabilità, fa piacere vedere l’Italia in testa.

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2003-2-10

10/2/2003

La nuova pressione competitiva

I venti di guerra stanno oscurando mutamenti importanti nel sistema economico. Quando i primi si saranno calmati, se non salterà tutto, i secondi emergeranno con più evidenza. Uno, in particolare, con conseguenze sistemiche forse non note a molti. Per questo da valutare con certo anticipo.

L’aumento del valore di cambio dell’euro sul dollaro porta un vantaggio ed uno svantaggio all’eurozona. Si riduce sostanzialmente l’inflazione importata (petrolio ed altri beni calcolati in dollari). Ma viene penalizzata drammaticamente la competitività delle esportazioni europee nell’area del dollaro. Si stima, per l’Italia, che ciò ci potrebbe costare quasi lo 0,5% del Pil nell’anno in corso. Un’enormità. Ancora più punitiva per la Germania. Molti analisti ritengono che dopo la bonifica dell’Iraq vi sarà più fiducia nel mercato, che ripartiranno gli investimenti nelle asfittiche Borse americane e che ciò attrarrà più capitali sul dollaro, alzandolo. Quindi stimano che la crisi di competitività valutaria per le nostre esportazioni sia provvisoria. E’ un’analisi sensata perché l’aumento dell’euro non è basato su alcun rafforzamento dell’economia sottostante, anzi, ma su una contingenza che vede il dollaro debole. Reversibile quando la crescita americana ripartirà. Ma alcuni dati di comportamento dell’amministrazione Bush lasciano intendere che, pur non abbandonando la politica del dollaro forte, non ci sarà alcuna intenzione di farlo tornare "fortissimo" come successo nei tre anni precedenti. Perché gli Usa si sono accorti che non possono mantenere uno svantaggio troppo elevato per il loro export. Ciò significa che lo scenario prospettico più probabile è quello di minore competitività valutaria per gli europei.

Perché è così importante? Gli Stati sociali europei crescono poco internamente a causa delle regole protezionistiche ed i costi fiscali. Per fare un po’ di crescita possono solo ricorrere alla svalutazione competitiva in modo tale che l’export compensi la stagnazione interna. E negli ultimi anni tale forma di bilanciamento è diventata una sorta di modello. Ai tempi della formazione dell’euro non pochi tecnici sostenevano proprio questo: la moneta unica permette una svalutazione competitiva contro il dollaro, mentre il mantenimento delle monete nazionali impedisce manovre valutarie di compensazione perché foriere di destabilizzazioni intraeuropee. Infatti nel 1992-1995 quando la lira fu bassisima ed il marco e franco molto alti, queste due aree monetarie persero parecchi occupati nei settori in competizione diretta con noi. In sintesi, la leva esportativa via moneta bassa permette di far marciare un po’ un’economia frenata senza dover tentare difficilissime, sul piano del consenso, riforme di efficienza interna. Ma proprio la prospettiva di un dollaro più basso, anche se non debole, ridurrà l’export. E ciò costringerà gli europei a premere il pedale delle riforme competitive allo scopo di produrre più crescita propria (investimenti e consumi) per non cadere in una stagnazione endemica.

Anche per tale motivo l’Italia sta accelerando quelle riforme finalizzate a far girare più veloce il volano della crescita interna, per esempio una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ed una progressiva detassazione. Ma ciò non sta avvenendo nella superstatalista Francia, pur essendoci qualche tentativo da parte del governo timidamente liberalizzante di Raffarin, ed è perfino escluso dal governo tedesco rosso-verde che, al contrario, sta impostando incrementi fiscali. La soddisfazione che noi potremmo diventare più, e prima, competitivi dei francesi e tedeschi non deve far sottostimare un problema. Quello di un ritorno della concorrenza intraeuropea sul piano dei costi sistemici. Se le nostre aziende, entro un biennio, riusciranno a vendere di più dei concorrenti europei di settore sul mercato continentale e su quelli terzi grazie a costi sistemici meno pesanti (fisco e del lavoro), allora non è improbabile una reazione protezionista da parte degli svantaggiati. Cosa che complicherebbe in modo forse irreparabile la convivenza nell’Unione Europea. Ciò serve a dire che l’Europa è finora evoluta sulla base dell’omogeneità dei modelli degli Stati sociali più importanti (Francia, Germania ed Italia). Se uno di questi si differenzia con una competitività di molto superiore agli altri non ci sono regole, né un governo paneuropeo solido, pronti per riequilibrare le differenze concorrenziali. Quindi la pressione ad essere più competitivi che deriva da un minore vantaggio esportativo apre uno scenario inesplorato. Cosa sarà razionale fare? Mettere in libera concorrenza, per esempio fiscale, gli Stati o imporre loro una comune agenda europea che li faccia procedere all’unisono? Questione difficilissima in teoria, infernale in pratica. Probabilmente non sarà possibile né un’esplicita ed eccessiva concorrenza tra nazioni né un vincolo di omogeneità fiscale tra loro (dove lo si fissa, al 20 o al 50% o al 33 come puntiamo in Italia?). Una soluzione ci sarebbe, la solita: riportare il dollaro in alto in modo da far durare il giochino e nascondere la priorità delle riforme di efficienza interna. Ma la locomotiva americana potrebbe non starci più. E allora sarebbero guai. Se all’interno di tutte le nazioni europee fosse più chiaro il requisito di maggiore crescita interna, e riforme relative, il problema sarebbe, invece, risolto: questa la nuova prova di responsabilità, fa piacere vedere l’Italia in testa.

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