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Carlo A. Pelanda
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L' Arena

2002-1-21

21/1/2002

La priorità di un’ecopolitica razionale

Le rare condizioni meteo (siccità e aria stagnante) che abbiamo sperimentato nelle ultime settimane hanno svelato l’enorme pressione inquinante alla quale siamo sottoposti: basta che non piova e non tiri vento per un po’ e le nostre città diventano camere a gas. La lezione – tra l’altro globale perché in tutto il mondo il problema è crescente - è chiara: non potremo continuare a lungo con i carburanti fossili (petrolio e carbone) le cui emissioni ci avvelenano e si apre la priorità di trovare un’energia pulita per muovere le automobili, dare elettricità alle case e per riscaldarle. In particolare non possiamo più accettare il compromesso degli ultimi decenni: lo sviluppo economico ha bisogno di energia e se questa è sporca e dannosa per la salute chiudiamo un occhio. Adesso va aperto. Come? Per prima cosa non certo abbracciando la visione del fondamentalismo ambientalista: in ogni conflitto tra sviluppo economico ed ambiente è il primo che deve essere sacrificato. Sarebbe irrazionale – e per fortuna non sarà necessario - dover diventare poveri per restare sani. D’altra parte non è più accettabile la posizione degli econegazionisti, cioè di quelli che di fronte all’emergenza dell’inquinamento ambientale fanno finta di niente o dicono che ci sono altre priorità. Tra queste due posizioni c’è un ampio spazio per un’ecopolitica razionale, finora non molto praticata e discussa dal pubblico proprio perché del tema ambientale si sono impadroniti gli ecofondamentalisti, giustificando in qualche modo l’opposto estremismo. Adesso sarebbe ora di impadronirsi noi della questione con equilibrato buon senso. Vediamone le prospettive.

La decisione principale riguarda la sostituzione del ciclo del petrolio. Di fatto, tutta l’economia gira prelevando roba sporca sottoterra e spargendola, nella trasformazione energetica, in superficie e nei nostri polmoni. Prima o poi dovrà essere fatto comunque perché l’energia fossile, pur ancora abbondante, non è inesauribile. Più prima che poi perché all’avvicinarsi del prosciugamento di questa fonte i prezzi tenderanno ad aumentare, creando un disastro inflazionistico antecedente quello di scarsità dell’energia vero e proprio. Chi è cultore di questa materia potrebbe sorridere perché è da più da 30 anni  che se ne discute. Come mai lo sporco petrolio è ancora lì, fonte principale di tutto ciò che si muove? Per il fatto che le energie alternative non si sono dimostrate altrettanto efficienti. L’unica che lo è, quella nucleare, risente di un’ostilità quasi insuperabile a causa del rischio – per altro esagerato dai media e dai verdi – che disincentiva gli investimenti e la ricerca nel settore. Questa debolezza dei sostitutori ha amplificato i timori relativi all’oggettiva complessità di eliminare il ciclo del petrolio. L’unica cosa che si è fatta è stata quella di incentivare tecnologie che risparmiassero energia (meno dispersioni) e ne riducessero l’impatto (per esempio, marmitte catalitiche). È stata un’evoluzione notevole, ma non basta oggi e sempre meno domani. E’ interessante, comunque, notare che è cominciata dopo lo shock petrolifero del 1973, cioè per motivi di prezzo e dominio del petrolio, quindi geopolitici più che ecologici. In questi mesi si sta ripetendo una situazione simile: dopo l’11 settembre la dipendenza eccessiva dalle fonti petrolifere dominate dagli islamici è diventata un rischio politico inaccettabile. Ed il governo americano ha cominciato a dare segni di volerlo ridurre come mai ha fatto nel passato. In parte cooptando, a bilanciamento dell’Opec, il potenziale petrolifero russo e dell’Asia centrale entro il sistema occidentale. Ma la spinta maggiore, e ancora poco nota, riguarda l’avvio di una determinatissima politica tecnologica per trovare nuovi fonti energetiche.

Nel recente salone di Detroit il ministro per l’energia (Abrahamson) ha lanciato il piano per l’auto ad idrogeno in cooperazione con i tre grandi costruttori statunitensi. Non è fantascienza, ma si tratta della tecnologia delle “Cellule di combustibile” (Fuel Cell): si combinano idrogeno ed ossigeno entro una sorta di batteria che fornisce energia ad un motore elettrico, il cui unico residuo è acqua. Inventata nel 1963 dalla Nasa è da tempo in sperimentazione dalle case automobilistiche. Uno di questi prototipi, Necar 4, va a 150 km orari, con un’autonomia di 450 km ed è ricaricabile istantaneamente. Lo si prevede, forse un po’ troppo ottimisticamente, sul mercato nel 2004 ad un prezzo di circa 20mila euro. Se l’avessimo ora l’inquinamento da gas di scarico sparirebbe. Ovviamente tale possibilità non può realizzarsi se non si costruisce la rete di distributori per la ricarica delle cellule ad idrogeno. E qui lo sviluppo dipende, appunto, da forti decisioni politiche che sostengano la transizione. Ma forti che siano, comunque la sostituzione dal petrolio con l’idrogeno non potrà essere veloce. Quindi avremo un tempo, due o tre decenni, in cui sarà necessario attutire la contaminazione (e la dipendenza geopolitica) del ciclo residuo del petrolio che si mescola con uno in cui dovrà emergere quello dell’idrogeno e di altre fonti pulite. E’ uno scenario di enorme complessità che andrà affrontato trovando un buon mix tra esigenze di sostituzione e tempo di adattamento dell’economia. Ma potrà riuscire se l’opinione pubblica capirà e sosterrà, appunto,  un’ecopolitica razionale basata sul buon senso     

(c) 2002 Carlo Pelanda
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