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Carlo A. Pelanda
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El Pais

2017-6-2

2/6/2017

Ridurre il debito senza operazioni straordinarie è un’illusione pericolosa

Da un lato, è interesse del sistema finanziario nazionale difendere i vertici di Banca d’Italia dalle accuse di insufficiente reattività alla crisi, vuoti di vigilanza e, meno noti, recenti eccessi di formalismo distruttivo in alcune azioni di vigilanza stessa. La loro sostituzione in autunno, che sembra voluta da una parte del sistema politico, infatti, farebbe percepire al mercato un incremento dell’instabilità dell’Italia. Pertanto è interesse superiore che restino lì dove sono e che si metta una pietra sopra il passato per interesse superiore della nazione, per altro opportunamente presidiato dal Presidente della repubblica. D’altro lato, con il dovuto rispetto, va segnalata l’ambiguità dello scenario presentato dal governatore nella relazione annuale: riduzione del debito al 100% del Pil in 10 anni, considerando una crescita media attorno all’1%, puntando ad un forte avanzo primario nel bilancio statale come strumento principale della riduzione stessa. Il punto: tale scenarizzazione potrebbe illudere i futuri governi che il problema del debito possa essere gestito e risolto senza iniziative straordinarie – cioè operazioni patrimonio pubblico contro debito per ridurlo - che ne abbattano un’aliquota. In realtà l’operazione è stata vagamente citata, ma non raccomandata, come se fosse un’opzione e non una necessità. Ciò è un’ambiguità perché illude che sia sostenibile un’eccessiva allocazione del denaro fiscale per servire il debito a scapito di detassazioni stimolative e investimenti pubblici mentre non lo è. Infatti, c’è una sorprendente contraddizione tra invocazione di più crescita e riduzione del debito senza quella per operazioni straordinarie. Talmente sorprendente da far sospendere il giudizio tecnico su un prodotto dell’ufficio studi della Banca d’Italia che è tra i migliori nel mondo. Forse il governatore non ha voluto citare la priorità dell’operazione straordinaria per non imbarazzare il governo e quella parte del sistema politico che non vuole nemmeno pensare alla dismissione di immobili e aziende pubblici, nonché alla valorizzazione delle concessioni, per usarne il ricavato a riduzione pur parziale del debito. Forse Banca d’Italia non crede, secondo me sbagliando, nell’effetto “fiduciante” prodotto anche da un minuscolo abbattimento secco del volume debitorio, ma che sarebbe segno concreto di un’operazione più ampia per il futuro. Mi chiedo: una volta riconfermati i vertici, Banca d’Italia vorrà usare la sua indipendenza dalla politica per incalzare i governi a risolvere in modi più incisivi e pro-crescita la questione del debito?

(c) 2017 Carlo Pelanda
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