Sulla rete e nei computer passa “solo” informazione, ma non transitano oggetti materiali, quali cravatte, auto e cibi. Certamente ci sarà un nuovo spazio  per aziende "solo Internet" che trattano informazione (portali, servizi e software), ma questo sarà molto minore di quello che oggi si pensa. Resterà molto più grande, invece, quello delle aziende "tradizionali" che trattano prodotti materiali e che useranno Internet per produrli con più efficienza e venderli con minori costi di intermediazione. In sintesi, sarà la "internettazione" delle aziende "vecchie", e non la nascita di assolutamente nuove aziende Internet, che sosterrà il vero boom del prossimo futuro. Come mai il mercato non riconosce ancora tale prospettiva? Per una questione di velocità differenziale. Il nuovo mondo Internet favorisce la nascita e sviluppo accelerato di nuove imprese con buone idee e pochi vincoli. Quelle già insediate da tempo nel mercato, nei settori dei beni materiali, fanno più fatica a modificare la loro organizzazione per il semplice fatto che sono appesantite da più inerzia. Il loro ritardo di “internettazione” ha lasciato uno spazio di mercato che, appunto, ha favorito nuove avventure per chi, più leggero, era velocissimo a cavalcare la rete ed il suo boom di connessioni crescenti. Gli investitori hanno correttamente riconosciuto questo differenziale di crescita a favore delle prime così come hanno premiato quei settori più direttamente beneficiati dall'esplosione di Internet (tipo i titoli telefonici e i produttori di computer). Ma adesso stanno esagerando nel sovrastimare l’espansione futura delle aziende “solo Internet”. Qualsiasi produttore e commercializzatore "tradizionale" sta, infatti, recuperando il ritardo e si prepara ad usare la rete in tutto il suo potenziale. Per esempio, gli ordini via Internet permettono di rendere più efficiente, con risparmi dal 30 al 40%, la gestione del magazzino. Fino a tre anni fa ben pochi erano capaci di ottenere tale risultato. Oggi é alla portata di tutti, piccoli e grandi operatori di qualsiasi settore, dai bulloni, vasi, sanitari ai vestiti, cibi ed automobili. Tra l'altro a basso costo perché le competenze di tecnologia dell'informazione, pioneristiche fino a due o tre anni fa, sono ormai mature e trasferibili in modi standardizzati. I dati, infatti, mostrano un’evoluzione generalizzata e velocissima verso la internettazione da parte di qualsiasi soggetto del mercato. Già il 65% delle imprese del pianeta ha un sito web ed il 30% opera transazioni in rete. Tra due o tre anni la computerizzazione ed internettazione delle unità economiche sarà al 100%. E nel momento in cui questo movimento sarà compiuto le cosiddette imprese "solo Internet" perderanno quel vantaggio di maggiore efficienza e crescita potenziale di cui oggi sono accreditate per il semplice fatto che tutti gli operatori economici, di qualsiasi settore, saranno attori su Internet stessa. Quindi non ci sarà più la vecchia economia oggi definita come "non-Internet". Se tale scenario é credibile, allora appare di breve durata il fenomeno che divide vecchia e nuova economia e che premia esageratamente la seconda a scapito della prima.

In conclusione, tutta l'economia sta diventando “nuova” e non ha senso - per gli investitori di medio periodo - distinguerla da quella “vecchia”. Se dura troppo la credenza sbagliata che ci siano veramente due economie, la nuova alle stelle e la vecchia nella polvere, si rischia di portare in bolla il solo settore della Internet economy e di sottocapitalizzare tutto il resto, creando le premesse per una brutta crisi (forse) e molte delusioni per i risparmiatori (certamente).

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 Sulla rete e nei computer passa “solo” informazione, ma non transitano oggetti materiali, quali cravatte, auto e cibi. Certamente ci sarà un nuovo spazio  per aziende "solo Internet" che trattano informazione (portali, servizi e software), ma questo sarà molto minore di quello che oggi si pensa. Resterà molto più grande, invece, quello delle aziende "tradizionali" che trattano prodotti materiali e che useranno Internet per produrli con più efficienza e venderli con minori costi di intermediazione. In sintesi, sarà la "internettazione" delle aziende "vecchie", e non la nascita di assolutamente nuove aziende Internet, che sosterrà il vero boom del prossimo futuro. Come mai il mercato non riconosce ancora tale prospettiva? Per una questione di velocità differenziale. Il nuovo mondo Internet favorisce la nascita e sviluppo accelerato di nuove imprese con buone idee e pochi vincoli. Quelle già insediate da tempo nel mercato, nei settori dei beni materiali, fanno più fatica a modificare la loro organizzazione per il semplice fatto che sono appesantite da più inerzia. Il loro ritardo di “internettazione” ha lasciato uno spazio di mercato che, appunto, ha favorito nuove avventure per chi, più leggero, era velocissimo a cavalcare la rete ed il suo boom di connessioni crescenti. Gli investitori hanno correttamente riconosciuto questo differenziale di crescita a favore delle prime così come hanno premiato quei settori più direttamente beneficiati dall'esplosione di Internet (tipo i titoli telefonici e i produttori di computer). Ma adesso stanno esagerando nel sovrastimare l’espansione futura delle aziende “solo Internet”. Qualsiasi produttore e commercializzatore "tradizionale" sta, infatti, recuperando il ritardo e si prepara ad usare la rete in tutto il suo potenziale. Per esempio, gli ordini via Internet permettono di rendere più efficiente, con risparmi dal 30 al 40%, la gestione del magazzino. Fino a tre anni fa ben pochi erano capaci di ottenere tale risultato. Oggi é alla portata di tutti, piccoli e grandi operatori di qualsiasi settore, dai bulloni, vasi, sanitari ai vestiti, cibi ed automobili. Tra l'altro a basso costo perché le competenze di tecnologia dell'informazione, pioneristiche fino a due o tre anni fa, sono ormai mature e trasferibili in modi standardizzati. I dati, infatti, mostrano un’evoluzione generalizzata e velocissima verso la internettazione da parte di qualsiasi soggetto del mercato. Già il 65% delle imprese del pianeta ha un sito web ed il 30% opera transazioni in rete. Tra due o tre anni la computerizzazione ed internettazione delle unità economiche sarà al 100%. E nel momento in cui questo movimento sarà compiuto le cosiddette imprese "solo Internet" perderanno quel vantaggio di maggiore efficienza e crescita potenziale di cui oggi sono accreditate per il semplice fatto che tutti gli operatori economici, di qualsiasi settore, saranno attori su Internet stessa. Quindi non ci sarà più la vecchia economia oggi definita come "non-Internet". Se tale scenario é credibile, allora appare di breve durata il fenomeno che divide vecchia e nuova economia e che premia esageratamente la seconda a scapito della prima.

In conclusione, tutta l'economia sta diventando “nuova” e non ha senso - per gli investitori di medio periodo - distinguerla da quella “vecchia”. Se dura troppo la credenza sbagliata che ci siano veramente due economie, la nuova alle stelle e la vecchia nella polvere, si rischia di portare in bolla il solo settore della Internet economy e di sottocapitalizzare tutto il resto, creando le premesse per una brutta crisi (forse) e molte delusioni per i risparmiatori (certamente).

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 Sulla rete e nei computer passa “solo” informazione, ma non transitano oggetti materiali, quali cravatte, auto e cibi. Certamente ci sarà un nuovo spazio  per aziende "solo Internet" che trattano informazione (portali, servizi e software), ma questo sarà molto minore di quello che oggi si pensa. Resterà molto più grande, invece, quello delle aziende "tradizionali" che trattano prodotti materiali e che useranno Internet per produrli con più efficienza e venderli con minori costi di intermediazione. In sintesi, sarà la "internettazione" delle aziende "vecchie", e non la nascita di assolutamente nuove aziende Internet, che sosterrà il vero boom del prossimo futuro. Come mai il mercato non riconosce ancora tale prospettiva? Per una questione di velocità differenziale. Il nuovo mondo Internet favorisce la nascita e sviluppo accelerato di nuove imprese con buone idee e pochi vincoli. Quelle già insediate da tempo nel mercato, nei settori dei beni materiali, fanno più fatica a modificare la loro organizzazione per il semplice fatto che sono appesantite da più inerzia. Il loro ritardo di “internettazione” ha lasciato uno spazio di mercato che, appunto, ha favorito nuove avventure per chi, più leggero, era velocissimo a cavalcare la rete ed il suo boom di connessioni crescenti. Gli investitori hanno correttamente riconosciuto questo differenziale di crescita a favore delle prime così come hanno premiato quei settori più direttamente beneficiati dall'esplosione di Internet (tipo i titoli telefonici e i produttori di computer). Ma adesso stanno esagerando nel sovrastimare l’espansione futura delle aziende “solo Internet”. Qualsiasi produttore e commercializzatore "tradizionale" sta, infatti, recuperando il ritardo e si prepara ad usare la rete in tutto il suo potenziale. Per esempio, gli ordini via Internet permettono di rendere più efficiente, con risparmi dal 30 al 40%, la gestione del magazzino. Fino a tre anni fa ben pochi erano capaci di ottenere tale risultato. Oggi é alla portata di tutti, piccoli e grandi operatori di qualsiasi settore, dai bulloni, vasi, sanitari ai vestiti, cibi ed automobili. Tra l'altro a basso costo perché le competenze di tecnologia dell'informazione, pioneristiche fino a due o tre anni fa, sono ormai mature e trasferibili in modi standardizzati. I dati, infatti, mostrano un’evoluzione generalizzata e velocissima verso la internettazione da parte di qualsiasi soggetto del mercato. Già il 65% delle imprese del pianeta ha un sito web ed il 30% opera transazioni in rete. Tra due o tre anni la computerizzazione ed internettazione delle unità economiche sarà al 100%. E nel momento in cui questo movimento sarà compiuto le cosiddette imprese "solo Internet" perderanno quel vantaggio di maggiore efficienza e crescita potenziale di cui oggi sono accreditate per il semplice fatto che tutti gli operatori economici, di qualsiasi settore, saranno attori su Internet stessa. Quindi non ci sarà più la vecchia economia oggi definita come "non-Internet". Se tale scenario é credibile, allora appare di breve durata il fenomeno che divide vecchia e nuova economia e che premia esageratamente la seconda a scapito della prima.

In conclusione, tutta l'economia sta diventando “nuova” e non ha senso - per gli investitori di medio periodo - distinguerla da quella “vecchia”. Se dura troppo la credenza sbagliata che ci siano veramente due economie, la nuova alle stelle e la vecchia nella polvere, si rischia di portare in bolla il solo settore della Internet economy e di sottocapitalizzare tutto il resto, creando le premesse per una brutta crisi (forse) e molte delusioni per i risparmiatori (certamente).

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Il Borghese

2000-3-12

12/3/2000

Cautela sull’hi tech: economia una e indivisibile

Nel sistema borsistico americano l’indice Dow Jones, che misura gli andamenti dei grandi gruppi operanti nei settori economici “non-Internet”, ha perso molti punti dall’inizio dell’anno, mentre il “Nasdaq Composite”, che rileva le quotazioni di “aziende Internet” e dintorni è salito alle stelle. In Europa sta succedendo un fenomeno simile, ben rappresentato in Italia dal fatto che le azioni di Tiscali siano salite di quasi il mille per cento in pochi mesi e che questa impresa abbia una capitalizzazione borsistica superiore a quella della Fiat nonostante un volume d’affari e di beni patrimoniali enormemente inferiore. Ma ha veramente senso una distinzione così netta tra nuova e vecchia economia, la prima definita come area delle aziende Internet e la seconda intesa come tutto quello che non lo è? In particolare, é giustificata la concentrazione di investimenti borsistici sui settori classificati come "New Economy" a scapito di quelli considerati "Old”? Vediamo meglio il punto.

 Sulla rete e nei computer passa “solo” informazione, ma non transitano oggetti materiali, quali cravatte, auto e cibi. Certamente ci sarà un nuovo spazio  per aziende "solo Internet" che trattano informazione (portali, servizi e software), ma questo sarà molto minore di quello che oggi si pensa. Resterà molto più grande, invece, quello delle aziende "tradizionali" che trattano prodotti materiali e che useranno Internet per produrli con più efficienza e venderli con minori costi di intermediazione. In sintesi, sarà la "internettazione" delle aziende "vecchie", e non la nascita di assolutamente nuove aziende Internet, che sosterrà il vero boom del prossimo futuro. Come mai il mercato non riconosce ancora tale prospettiva? Per una questione di velocità differenziale. Il nuovo mondo Internet favorisce la nascita e sviluppo accelerato di nuove imprese con buone idee e pochi vincoli. Quelle già insediate da tempo nel mercato, nei settori dei beni materiali, fanno più fatica a modificare la loro organizzazione per il semplice fatto che sono appesantite da più inerzia. Il loro ritardo di “internettazione” ha lasciato uno spazio di mercato che, appunto, ha favorito nuove avventure per chi, più leggero, era velocissimo a cavalcare la rete ed il suo boom di connessioni crescenti. Gli investitori hanno correttamente riconosciuto questo differenziale di crescita a favore delle prime così come hanno premiato quei settori più direttamente beneficiati dall'esplosione di Internet (tipo i titoli telefonici e i produttori di computer). Ma adesso stanno esagerando nel sovrastimare l’espansione futura delle aziende “solo Internet”. Qualsiasi produttore e commercializzatore "tradizionale" sta, infatti, recuperando il ritardo e si prepara ad usare la rete in tutto il suo potenziale. Per esempio, gli ordini via Internet permettono di rendere più efficiente, con risparmi dal 30 al 40%, la gestione del magazzino. Fino a tre anni fa ben pochi erano capaci di ottenere tale risultato. Oggi é alla portata di tutti, piccoli e grandi operatori di qualsiasi settore, dai bulloni, vasi, sanitari ai vestiti, cibi ed automobili. Tra l'altro a basso costo perché le competenze di tecnologia dell'informazione, pioneristiche fino a due o tre anni fa, sono ormai mature e trasferibili in modi standardizzati. I dati, infatti, mostrano un’evoluzione generalizzata e velocissima verso la internettazione da parte di qualsiasi soggetto del mercato. Già il 65% delle imprese del pianeta ha un sito web ed il 30% opera transazioni in rete. Tra due o tre anni la computerizzazione ed internettazione delle unità economiche sarà al 100%. E nel momento in cui questo movimento sarà compiuto le cosiddette imprese "solo Internet" perderanno quel vantaggio di maggiore efficienza e crescita potenziale di cui oggi sono accreditate per il semplice fatto che tutti gli operatori economici, di qualsiasi settore, saranno attori su Internet stessa. Quindi non ci sarà più la vecchia economia oggi definita come "non-Internet". Se tale scenario é credibile, allora appare di breve durata il fenomeno che divide vecchia e nuova economia e che premia esageratamente la seconda a scapito della prima.

In conclusione, tutta l'economia sta diventando “nuova” e non ha senso - per gli investitori di medio periodo - distinguerla da quella “vecchia”. Se dura troppo la credenza sbagliata che ci siano veramente due economie, la nuova alle stelle e la vecchia nella polvere, si rischia di portare in bolla il solo settore della Internet economy e di sottocapitalizzare tutto il resto, creando le premesse per una brutta crisi (forse) e molte delusioni per i risparmiatori (certamente).

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