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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2004-8-2

2/8/2004

La questione francese

Le relazioni dell’Italia con Francia e Germania sono migliorate negli ultimi mesi. Per esempio, nella recente cena tra Berlusconi e Schroeder sono state gettate le basi per un futuro accordo su come rendere più intelligente il Patto di stabilità. Nell’ultimo incontro bilaterale tra Roma e Parigi si è attutita la guerra economica scatenata, nel 2001, dalla Francia che voleva comprarci, pagando poco, le imprese più strategiche per metterle al servizio della sua politica di potenza. Ma l’intrusione nei nostri affari non è cessata. Inoltre, la Francia insiste per guidare in modo imperiale l’Unione attraverso la formula del “direttorio” invece che aprirsi a quella di una gestione più condivisa. Insiste, poi, nel pretendere di allineare tutti gli europei lungo una direzione di competizione ed antagonismo con gli Usa. In sintesi, Parigi ci è ostile ed è un crescente ostacolo per l’evoluzione di un’Europa più unita, sul piano del metodo e, su quello dei contenuti, più predisposta a formare con gli americani un “nucleo occidentale” di scala economica e militare adeguata per gestire il crescente disordine mondiale. Tale è la “questione francese”.

Perché va proposta al dibattito politico italiano ed europeo oggi e non domani? In relazione al primo c’è il sospetto che la “manina” di Parigi sia più attiva di quanto appaia nel tentativo di destabilizzazione del governo Berlusconi per riportare l’Italia sotto il suo dominio. Forse è paranoia (per altro giustificata dal mai analizzato  a sufficienza intervento franco-tedesco nel precedente golpe del 1994 contro Berlusconi), ma ha colpito il rifiuto di alcune banche francesi di sottoscrivere titoli di debito italiano qualche settimana fa, proprio al culmine del “trappolone” che avrebbe dovuto far cadere il governo in base ad una artefatta crisi di credibilità economica, poi brillantemente sventato da Berlusconi. Ma, attenzione, non è finita.  Può essere casuale, e me lo auguro, o un pezzo esterno della strategia destabilizzante. Per prudenza, è meglio dare in chiaro un messaggio adesso in vista delle prossime emissioni di titoli di debito da parte Tesoro italiano: poiché sono solidissimi, qualsiasi sabotaggio risulterebbe un atto ostile che chiamerebbe una ritorsione pesante. Ma oltre questi aspetti ipotetici di guerra segreta tra nazioni è urgente discutere sul piano europeo l’azione francese tesa a costruire l’ennesima variante di direttorio europeo, fallito il per altro mai esistito triangolo con Londra,  questa volta con la Spagna di Zapatero. Tale politica di formare coalizioni selettive che abbiano la forza di allineare gli altri europei secondo gli interessi francesi è devastante sul piano del metodo perché impedisce la formazione di una gestione condivisa della politica continentale. E perché poi? Per il fatto che dal 1963 De Gaulle teorizzò che la Francia era troppo piccola per bilanciare lo strapotere americano e che doveva costruire un’Europa da questa dominata per pareggiarne la forza. Così la Francia offri una diarchia alla Germania – per altro sempre pronta a fare le corna – e usò l’idea europea come cavallo di Troia per il proprio interesse imperiale. Ma ora a Parigi va detto con chiarezza: basta direttorii perché avvelenano tutto il sistema europeo riportandolo a quei giochi di coalizioni di potenza che ne causarono la guerra continua per mille anni. E se Parigi non la capisce? Allora bisognerà farle esplicitamente una coalizione contro, isolandola. Ma, alla fine, con tutti i problemi esterni che ci sono dobbiamo farci male tra noi europei? Suvvia. E con altrettanta durezza unita ad un appello al buon senso dovrebbe essere trattata la linea di politica estera francese. Per esempio, il contributo della Nato è determinante per consolidare il nuovo Irak: la Francia lo ostacola. L’associazione, pur parziale, della Turchia  alla Ue è fondamentale per dare stabilità a quel Paese in modo che la esporti al Medio oriente: la Francia condiziona il suo consenso ad una svolta pro-francese dei turchi. E così fa su tanti altri temi in funzione antiamericana. Obiettivo strategico che la porta alla ricerca di un’alleanza con l’islam nel cui sviluppo è alto il rischio, anche se non voluto, che debba accettare un compromesso con il terrorismo. Francamente, pur in un articolo non potendo andare più a fondo, tale linea politica appare folle. Ed è ancor più folle che condizioni gli altri europei a seguirla. A scusante di Parigi va detto che con dieci milioni di cittadini francesi musulmani è comprensibile la sua paura di partecipare con determinazione al contenimento del pericolo islamico. Ma anche per questo la Francia è ormai più un problema che una risorsa per gli altri europei. Se ne discuta seriamente in Italia e nel resto d’Europa, chiamando anche la Germania in causa. Perché non vorrei che una volta risolta la questione francese ricadessimo in quella “tedesca”, cioè di un potere nazionale singolo, ora sornione, che prevale sugli altri. Anche per questo, in particolare, invito i colleghi francesi a ripensare la Francia: può essere uno dei pilastri di un’Europa più solida e di un Occidente  più cooperativo oppure agente, come ora, della loro dissoluzione. Risponderemo, nei pensatoi geopolitici italiani di centrodestra, con spirito europeo nel primo caso, ma raccomanderemo ai nostri governanti di isolare e contrastare la Francia nel secondo.

(c) 2004 Carlo Pelanda
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