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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2003-9-14

14/9/2003

La zavorra europea

L’America ha reagito alla crisi di fiducia innescata dal triplice shock del 2001 - recessione, scandali finanziari e terrorismo - adottando misure eccezionali di ricostruzione delle certezze economiche. L’Unione Europea no, pur colpita dal medesimo fenomeno. Infatti la prima sta cominciando a vedere la luce mentre la seconda resta nella piena oscurità della stagnazione. E l’Italia è in difficoltà non per incapacità del governo, ma perché la dimensione europea, invece di aiutare, blocca le politiche necessarie alla stimolazione dell’ottimismo economico. Questa parte del quadro non viene portata alla ribalta sui media perché in prevalenza interessati a denigrare l’esecutivo più che ad analizzare correttamente i fatti. Che mostrano un dannato problema di blocco esterno.    

Per capire cosa sbloccare è utile, prima, una comparazione con l’America. L’amministrazione Bush ha potuto usare due strumenti potentissimi di gestione della crisi: (a) il deficit di bilancio sia per ridurre le tasse sia per aumentare la spesa pubblica; (b) un’autorità monetaria (Fed) ben coordinata con il governo che ha potuto fare tutto il necessario per dare la giusta liquidità al sistema. Al punto da rischiare sul lato dell’inflazione futura per evitare il pericolo più grave dell’instaurarsi di un pessimismo economico prolungato. In sintesi, l’uso non vincolato di tutto il ventaglio degli strumenti di politica economica ha permesso di rispondere alla crisi di fiducia con un plus di risorse, per ripristinarla. L’Italia, invece, non ha potuto adottare tali strumenti. Servivano e servono dai dieci ai trenta miliardi di euro per fornire stimoli straordinari (temporanei) alla nostra economia sia in termini di detassazione sia di spesa pubblica straordinaria, ma abbiamo perso la sovranità di bilancio per renderli disponibili. Inoltre la Banca centrale europea è rimasta e resta ancorata alla sua missione istituzionale di occuparsi esclusivamente del contenimento dell’inflazione. Cosa assurda perché in situazioni d’emergenza ci vuole una banca centrale dotata anche del mandato stimolativo. Cioè della missione di ossigenare l’economia reale e le Borse quando sono in apnea. Non è una critica ai vertici della Bce perché vincolati da uno statuto che non permette loro di fare questo. E’ una critica al disegno dell’istituzione. Ma come si fa a creare un’autorità monetaria senza missione espansiva? E, soprattutto, a mantenerla inalterata in una situazione di crisi della fiducia? 

In sintesi, l’Italia ha trasferito la propria sovranità monetaria e di bilancio ad un sistema europeo talmente maldisegnato – Patto e BCE - da non essere in grado di tornare ai Paesi membri la facoltà di “manovra” quando questa è necessaria. Sembra surreale, i miei studenti americani non ci credono quando lo spiego in classe. Ma questa è la realtà che non permette ad un governo democraticamente eletto di dare ai propri elettori quello che serve, quando serve. Ed è proprio nella ormai biennale crisi della fiducia che si è visto meglio tale, gigantesco, difetto delle euroistituzioni. Che si materializza come cancellazione della libertà decisionale dei politici. La cui conseguenza più rilevante, nelle contingenze, è che per questo blocco esterno degli strumenti sovrani si impedisce alla politica di svolgere la sua missione più importante: produrre fiducia. Nella situazione creatasi dopo il 2001 la giusta formula per farlo non è né di sinistra né di destra: bisogna semplicemente mollare, per un periodo limitato, tutti i cordoni della borsa. Significa, per i governi, andare senza esitazioni in deficit temporaneo sia per detassare sia per assistere chi è in crisi e, per l’autorità monetaria, inondare di liquidità il sistema. E’ una formula d’emergenza da contenere entro limiti temporali perché comporta inflazione. Ma le crisi economiche profonde, cioè quelle psicologiche, si governano proprio con l’inflazione. Che se contenuta e temporalmente limitata non produce gravi danni perché nel momento in cui il sistema riprende l’ottimismo lo si può disinflazionare, cioè ristabilizzare. Una Bce che vuole tenere burocraticamente minima l’inflazione qualsiasi cosa succeda e il divieto di accendere deficit di contingenza impediscono di farlo. Vi prego di notare l’assurdità delle conseguenze: si privilegia un bene secondario, la stabilità, su quello primario che è la fiducia, cioè la forma sulla sostanza. E non è carta. E’ ansia e sofferenza vera, sangue e carne della gente, perdita di valore e di competitività per pessimismo. Vi sembra sensato un sistema esterno che non lasci alla politica interna la facoltà di ridurre l’incertezza? Ma lo sconcerto non si limita solo a questo. Tecnicamente non è difficile disegnare un Patto più flessibile ed una Bce con anche la missione stimolativa senza pregiudicare la stabilità prospettica dell’euro. Che non lo si sia fatto finora ha una causa precisa: la dottrina tecnica europea fa confusione tra stabilità e fiducia ritenendole la stessa cosa. E quindi non separa i metodi per (ri)costruire la seconda da quelli per gestire la prima come, invece, si dovrebbe. E’ un errore tipico del pensiero burocratico – la tragedia intellettuale e scientifica che contamina e deprime l’Europa - che dovremo correggere con un battaglia concettuale. Nel frattempo  sappiate che il vostro malessere dipende, principalmente, da tale errore e da chi si rifiuta di correggerlo. Additateli.  

(c) 2003 Carlo Pelanda
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