Il ministro degli esteri francese, De Villepin, parla bene l’italiano. Spero legga questo articolo che ha lo scopo di informare i lettori sia sui motivi del pessimo stato della relazione bilaterale tra Italia e Francia, finora tenuto riservato per saggezza diplomatica, sia sui modi eventuali per migliorarla. Perché non è nostro interesse nazionale che ci sia ostilità (Guzzanti la ha definita una vera e propria guerra) tra Roma e Parigi. La parte che interessa a De Villepin riguarda un nuovo atteggiamento "forte" dell’Italia, diverso da quello "debole" dei governi precedenti: la sperata rappacificazione tra i due Paesi non avverrà certo attraverso cedimenti italiani ad una presunta superiorità francese. Per il semplice fatto che non esiste. Siamo ambedue sulla stessa barca e quindi è utile che impariamo, pragmaticamente, a remare insieme senza darci gomitate.

Da dove nasce la "guerra" tra Francia ed Italia? Dal fatto che il governo Berlusconi ha sfilato la seconda da una strategia di dominio francese che era quasi riuscita durante gli ultimi due governi dell’Ulivo. In Francia era al potere il governo socialista di Jospin, il gaullista Chirac presidente. Al lettore va ricordato che la politica estera francese non cambia indirizzo al variare dei governi perché destra e sinistra sono ispirate dallo stesso nazionalismo (e dirigismo economico) "di potenza". Da noi, invece, cambia perché la sinistra persegue l’idea di un’Italia governata dall’esterno da un’Europa anti-atlantica ed antiliberista mentre la destra vuole un’Italia con maggiore forza propria entro un’Europa atlantica e liberalizzata. L’affermarsi del secondo criterio alla fine del 2001, dopo le dimissioni forzate di Ruggiero perché lo ostacolava, ha fatto fallire il piano francese di conquista dell’Italia. Quali i suoi punti principali? La Francia, da decenni, combatte su due fronti. In quello atlantico tenta di contrastare il potere americano allineando l’Europa intera alla sua politica (motivo principale dell’europeismo strumentale francese). Ciò rende prioritario per il suo interesse nazionale il condizionamento intraeuropeo di Germania ed Italia. Poiché dalla fine degli anni ‘90 Berlino sta sfilandosi lentamente, per Parigi è diventato necessario passare da un controllo indiretto ad uno diretto dell’Italia al fine di ottenere un "due a uno" utile ad influenzare il triangolo di comando dell’Unione. Con l’aggiunta di un motivo economico pressante: dominare l’industria e la finanza italiane per dare a quelle francesi una massa critica tale da renderle prime in Europa, altrove non ottenibile. Così fu impostata, e continua, una strategia che prevedeva il controllo dell’energia, industria della difesa, quella aerospaziale, alcune banche chiave ed assicurazioni, ecc. Il tutto coordinato dietro le quinte dal governo francese con un’azione fatta di pressioni e lusinghe materiali su singole persone con ruoli chiave nel nostro sistema. Centinaia, una vera e propria invasione con mezzi di guerra indiretta. Quando Berlusconi, pur segnalando desiderio di amicizia con il nuovo governo francese di centrodestra, bloccò tale offensiva, allora Parigi cominciò ad alzare il tiro e a scatenare le sue lobby, la sinistra nostrana gli utili idioti a contorno. Comunque siamo riusciti a difenderci, lo scontro su Finmeccanica forse l’episodio più violento in termini di guerra segreta. Ma proprio perché Parigi la sta perdendo su tutti i fronti ora potrebbe diventare perfino più cattiva ed aperta. Possiamo capire la disperazione francese: un’Italia più "forte" nel definire il proprio interesse nazionale, più attiva in Europa e saggiamente atlantica, rompe il triangolo di dominio francese sia geopolitico sia geoeconomico sull’eurozona. Si consideri poi che l’interesse nazionale tedesco di lungo termine, determinato dalle élite industriali e finanziarie e solo apparentemente deviato dal governo Schroeder, è quello di far diventare la Germania la nazione europea di riferimento per gli Usa. Quindi per la Francia, oltre che l’isolamento geopolitico e geoeconomico, si prospetta la fine della sua speranza di potenza. Ora Parigi – che per altro sta tentando senza successo una via d’uscita attraverso intese sottobanco con inglesi ed americani - ha due strade: tentare di sabotare con più violenza il governo Berlusconi per continuare il vecchio piano di dominio dell’Italia oppure cambiare politica e cercare un’intesa cordiale. Riusciranno i francesi a vedere la razionalità della seconda scelta ed il loro maggior vantaggio pratico in tale opzione? Per esempio, la logica di mercato renderebbe razionale l’incrocio di interessi industriali italiani e francesi in parecchi settori. Ma se i secondi si presentano con volontà imperiale a danno dei nostri è ovvio che gli italiani rispondano con botte alle botte. Spero, caro De Villepin, che questa considerazione prevalga sul nervosismo di vedere fallito un sogno napoleonico di potenza, per altro francamente irrealistico. Perché l’Italia non ha interesse a perdere tempo in guerre fratricide. Ha bisogno di una maggiore compattezza europea per contribuire a stabilizzare il Mediterraneo. Cerca più cooperazione per risolvere i suoi problemi economici che non possono trovare soluzioni solo nazionali. Che poi sono gli stessi che il bravo Raffarin, primo ministro francese, sta gestendo con enorme fatica riformatrice. Per questo non ci sono state, finora, ritorsioni da parte nostra pur potendole fare, volendo: chiudiamo questo brutto capitolo ed apriamone uno nuovo.

" /> Il ministro degli esteri francese, De Villepin, parla bene l’italiano. Spero legga questo articolo che ha lo scopo di informare i lettori sia sui motivi del pessimo stato della relazione bilaterale tra Italia e Francia, finora tenuto riservato per saggezza diplomatica, sia sui modi eventuali per migliorarla. Perché non è nostro interesse nazionale che ci sia ostilità (Guzzanti la ha definita una vera e propria guerra) tra Roma e Parigi. La parte che interessa a De Villepin riguarda un nuovo atteggiamento "forte" dell’Italia, diverso da quello "debole" dei governi precedenti: la sperata rappacificazione tra i due Paesi non avverrà certo attraverso cedimenti italiani ad una presunta superiorità francese. Per il semplice fatto che non esiste. Siamo ambedue sulla stessa barca e quindi è utile che impariamo, pragmaticamente, a remare insieme senza darci gomitate.

Da dove nasce la "guerra" tra Francia ed Italia? Dal fatto che il governo Berlusconi ha sfilato la seconda da una strategia di dominio francese che era quasi riuscita durante gli ultimi due governi dell’Ulivo. In Francia era al potere il governo socialista di Jospin, il gaullista Chirac presidente. Al lettore va ricordato che la politica estera francese non cambia indirizzo al variare dei governi perché destra e sinistra sono ispirate dallo stesso nazionalismo (e dirigismo economico) "di potenza". Da noi, invece, cambia perché la sinistra persegue l’idea di un’Italia governata dall’esterno da un’Europa anti-atlantica ed antiliberista mentre la destra vuole un’Italia con maggiore forza propria entro un’Europa atlantica e liberalizzata. L’affermarsi del secondo criterio alla fine del 2001, dopo le dimissioni forzate di Ruggiero perché lo ostacolava, ha fatto fallire il piano francese di conquista dell’Italia. Quali i suoi punti principali? La Francia, da decenni, combatte su due fronti. In quello atlantico tenta di contrastare il potere americano allineando l’Europa intera alla sua politica (motivo principale dell’europeismo strumentale francese). Ciò rende prioritario per il suo interesse nazionale il condizionamento intraeuropeo di Germania ed Italia. Poiché dalla fine degli anni ‘90 Berlino sta sfilandosi lentamente, per Parigi è diventato necessario passare da un controllo indiretto ad uno diretto dell’Italia al fine di ottenere un "due a uno" utile ad influenzare il triangolo di comando dell’Unione. Con l’aggiunta di un motivo economico pressante: dominare l’industria e la finanza italiane per dare a quelle francesi una massa critica tale da renderle prime in Europa, altrove non ottenibile. Così fu impostata, e continua, una strategia che prevedeva il controllo dell’energia, industria della difesa, quella aerospaziale, alcune banche chiave ed assicurazioni, ecc. Il tutto coordinato dietro le quinte dal governo francese con un’azione fatta di pressioni e lusinghe materiali su singole persone con ruoli chiave nel nostro sistema. Centinaia, una vera e propria invasione con mezzi di guerra indiretta. Quando Berlusconi, pur segnalando desiderio di amicizia con il nuovo governo francese di centrodestra, bloccò tale offensiva, allora Parigi cominciò ad alzare il tiro e a scatenare le sue lobby, la sinistra nostrana gli utili idioti a contorno. Comunque siamo riusciti a difenderci, lo scontro su Finmeccanica forse l’episodio più violento in termini di guerra segreta. Ma proprio perché Parigi la sta perdendo su tutti i fronti ora potrebbe diventare perfino più cattiva ed aperta. Possiamo capire la disperazione francese: un’Italia più "forte" nel definire il proprio interesse nazionale, più attiva in Europa e saggiamente atlantica, rompe il triangolo di dominio francese sia geopolitico sia geoeconomico sull’eurozona. Si consideri poi che l’interesse nazionale tedesco di lungo termine, determinato dalle élite industriali e finanziarie e solo apparentemente deviato dal governo Schroeder, è quello di far diventare la Germania la nazione europea di riferimento per gli Usa. Quindi per la Francia, oltre che l’isolamento geopolitico e geoeconomico, si prospetta la fine della sua speranza di potenza. Ora Parigi – che per altro sta tentando senza successo una via d’uscita attraverso intese sottobanco con inglesi ed americani - ha due strade: tentare di sabotare con più violenza il governo Berlusconi per continuare il vecchio piano di dominio dell’Italia oppure cambiare politica e cercare un’intesa cordiale. Riusciranno i francesi a vedere la razionalità della seconda scelta ed il loro maggior vantaggio pratico in tale opzione? Per esempio, la logica di mercato renderebbe razionale l’incrocio di interessi industriali italiani e francesi in parecchi settori. Ma se i secondi si presentano con volontà imperiale a danno dei nostri è ovvio che gli italiani rispondano con botte alle botte. Spero, caro De Villepin, che questa considerazione prevalga sul nervosismo di vedere fallito un sogno napoleonico di potenza, per altro francamente irrealistico. Perché l’Italia non ha interesse a perdere tempo in guerre fratricide. Ha bisogno di una maggiore compattezza europea per contribuire a stabilizzare il Mediterraneo. Cerca più cooperazione per risolvere i suoi problemi economici che non possono trovare soluzioni solo nazionali. Che poi sono gli stessi che il bravo Raffarin, primo ministro francese, sta gestendo con enorme fatica riformatrice. Per questo non ci sono state, finora, ritorsioni da parte nostra pur potendole fare, volendo: chiudiamo questo brutto capitolo ed apriamone uno nuovo.

"/> Il ministro degli esteri francese, De Villepin, parla bene l’italiano. Spero legga questo articolo che ha lo scopo di informare i lettori sia sui motivi del pessimo stato della relazione bilaterale tra Italia e Francia, finora tenuto riservato per saggezza diplomatica, sia sui modi eventuali per migliorarla. Perché non è nostro interesse nazionale che ci sia ostilità (Guzzanti la ha definita una vera e propria guerra) tra Roma e Parigi. La parte che interessa a De Villepin riguarda un nuovo atteggiamento "forte" dell’Italia, diverso da quello "debole" dei governi precedenti: la sperata rappacificazione tra i due Paesi non avverrà certo attraverso cedimenti italiani ad una presunta superiorità francese. Per il semplice fatto che non esiste. Siamo ambedue sulla stessa barca e quindi è utile che impariamo, pragmaticamente, a remare insieme senza darci gomitate.

Da dove nasce la "guerra" tra Francia ed Italia? Dal fatto che il governo Berlusconi ha sfilato la seconda da una strategia di dominio francese che era quasi riuscita durante gli ultimi due governi dell’Ulivo. In Francia era al potere il governo socialista di Jospin, il gaullista Chirac presidente. Al lettore va ricordato che la politica estera francese non cambia indirizzo al variare dei governi perché destra e sinistra sono ispirate dallo stesso nazionalismo (e dirigismo economico) "di potenza". Da noi, invece, cambia perché la sinistra persegue l’idea di un’Italia governata dall’esterno da un’Europa anti-atlantica ed antiliberista mentre la destra vuole un’Italia con maggiore forza propria entro un’Europa atlantica e liberalizzata. L’affermarsi del secondo criterio alla fine del 2001, dopo le dimissioni forzate di Ruggiero perché lo ostacolava, ha fatto fallire il piano francese di conquista dell’Italia. Quali i suoi punti principali? La Francia, da decenni, combatte su due fronti. In quello atlantico tenta di contrastare il potere americano allineando l’Europa intera alla sua politica (motivo principale dell’europeismo strumentale francese). Ciò rende prioritario per il suo interesse nazionale il condizionamento intraeuropeo di Germania ed Italia. Poiché dalla fine degli anni ‘90 Berlino sta sfilandosi lentamente, per Parigi è diventato necessario passare da un controllo indiretto ad uno diretto dell’Italia al fine di ottenere un "due a uno" utile ad influenzare il triangolo di comando dell’Unione. Con l’aggiunta di un motivo economico pressante: dominare l’industria e la finanza italiane per dare a quelle francesi una massa critica tale da renderle prime in Europa, altrove non ottenibile. Così fu impostata, e continua, una strategia che prevedeva il controllo dell’energia, industria della difesa, quella aerospaziale, alcune banche chiave ed assicurazioni, ecc. Il tutto coordinato dietro le quinte dal governo francese con un’azione fatta di pressioni e lusinghe materiali su singole persone con ruoli chiave nel nostro sistema. Centinaia, una vera e propria invasione con mezzi di guerra indiretta. Quando Berlusconi, pur segnalando desiderio di amicizia con il nuovo governo francese di centrodestra, bloccò tale offensiva, allora Parigi cominciò ad alzare il tiro e a scatenare le sue lobby, la sinistra nostrana gli utili idioti a contorno. Comunque siamo riusciti a difenderci, lo scontro su Finmeccanica forse l’episodio più violento in termini di guerra segreta. Ma proprio perché Parigi la sta perdendo su tutti i fronti ora potrebbe diventare perfino più cattiva ed aperta. Possiamo capire la disperazione francese: un’Italia più "forte" nel definire il proprio interesse nazionale, più attiva in Europa e saggiamente atlantica, rompe il triangolo di dominio francese sia geopolitico sia geoeconomico sull’eurozona. Si consideri poi che l’interesse nazionale tedesco di lungo termine, determinato dalle élite industriali e finanziarie e solo apparentemente deviato dal governo Schroeder, è quello di far diventare la Germania la nazione europea di riferimento per gli Usa. Quindi per la Francia, oltre che l’isolamento geopolitico e geoeconomico, si prospetta la fine della sua speranza di potenza. Ora Parigi – che per altro sta tentando senza successo una via d’uscita attraverso intese sottobanco con inglesi ed americani - ha due strade: tentare di sabotare con più violenza il governo Berlusconi per continuare il vecchio piano di dominio dell’Italia oppure cambiare politica e cercare un’intesa cordiale. Riusciranno i francesi a vedere la razionalità della seconda scelta ed il loro maggior vantaggio pratico in tale opzione? Per esempio, la logica di mercato renderebbe razionale l’incrocio di interessi industriali italiani e francesi in parecchi settori. Ma se i secondi si presentano con volontà imperiale a danno dei nostri è ovvio che gli italiani rispondano con botte alle botte. Spero, caro De Villepin, che questa considerazione prevalga sul nervosismo di vedere fallito un sogno napoleonico di potenza, per altro francamente irrealistico. Perché l’Italia non ha interesse a perdere tempo in guerre fratricide. Ha bisogno di una maggiore compattezza europea per contribuire a stabilizzare il Mediterraneo. Cerca più cooperazione per risolvere i suoi problemi economici che non possono trovare soluzioni solo nazionali. Che poi sono gli stessi che il bravo Raffarin, primo ministro francese, sta gestendo con enorme fatica riformatrice. Per questo non ci sono state, finora, ritorsioni da parte nostra pur potendole fare, volendo: chiudiamo questo brutto capitolo ed apriamone uno nuovo.

" />



 ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

il Giornale

2003-6-23

23/6/2003

A Parigi conviene far la pace con Roma

Il ministro degli esteri francese, De Villepin, parla bene l’italiano. Spero legga questo articolo che ha lo scopo di informare i lettori sia sui motivi del pessimo stato della relazione bilaterale tra Italia e Francia, finora tenuto riservato per saggezza diplomatica, sia sui modi eventuali per migliorarla. Perché non è nostro interesse nazionale che ci sia ostilità (Guzzanti la ha definita una vera e propria guerra) tra Roma e Parigi. La parte che interessa a De Villepin riguarda un nuovo atteggiamento "forte" dell’Italia, diverso da quello "debole" dei governi precedenti: la sperata rappacificazione tra i due Paesi non avverrà certo attraverso cedimenti italiani ad una presunta superiorità francese. Per il semplice fatto che non esiste. Siamo ambedue sulla stessa barca e quindi è utile che impariamo, pragmaticamente, a remare insieme senza darci gomitate.

Da dove nasce la "guerra" tra Francia ed Italia? Dal fatto che il governo Berlusconi ha sfilato la seconda da una strategia di dominio francese che era quasi riuscita durante gli ultimi due governi dell’Ulivo. In Francia era al potere il governo socialista di Jospin, il gaullista Chirac presidente. Al lettore va ricordato che la politica estera francese non cambia indirizzo al variare dei governi perché destra e sinistra sono ispirate dallo stesso nazionalismo (e dirigismo economico) "di potenza". Da noi, invece, cambia perché la sinistra persegue l’idea di un’Italia governata dall’esterno da un’Europa anti-atlantica ed antiliberista mentre la destra vuole un’Italia con maggiore forza propria entro un’Europa atlantica e liberalizzata. L’affermarsi del secondo criterio alla fine del 2001, dopo le dimissioni forzate di Ruggiero perché lo ostacolava, ha fatto fallire il piano francese di conquista dell’Italia. Quali i suoi punti principali? La Francia, da decenni, combatte su due fronti. In quello atlantico tenta di contrastare il potere americano allineando l’Europa intera alla sua politica (motivo principale dell’europeismo strumentale francese). Ciò rende prioritario per il suo interesse nazionale il condizionamento intraeuropeo di Germania ed Italia. Poiché dalla fine degli anni ‘90 Berlino sta sfilandosi lentamente, per Parigi è diventato necessario passare da un controllo indiretto ad uno diretto dell’Italia al fine di ottenere un "due a uno" utile ad influenzare il triangolo di comando dell’Unione. Con l’aggiunta di un motivo economico pressante: dominare l’industria e la finanza italiane per dare a quelle francesi una massa critica tale da renderle prime in Europa, altrove non ottenibile. Così fu impostata, e continua, una strategia che prevedeva il controllo dell’energia, industria della difesa, quella aerospaziale, alcune banche chiave ed assicurazioni, ecc. Il tutto coordinato dietro le quinte dal governo francese con un’azione fatta di pressioni e lusinghe materiali su singole persone con ruoli chiave nel nostro sistema. Centinaia, una vera e propria invasione con mezzi di guerra indiretta. Quando Berlusconi, pur segnalando desiderio di amicizia con il nuovo governo francese di centrodestra, bloccò tale offensiva, allora Parigi cominciò ad alzare il tiro e a scatenare le sue lobby, la sinistra nostrana gli utili idioti a contorno. Comunque siamo riusciti a difenderci, lo scontro su Finmeccanica forse l’episodio più violento in termini di guerra segreta. Ma proprio perché Parigi la sta perdendo su tutti i fronti ora potrebbe diventare perfino più cattiva ed aperta. Possiamo capire la disperazione francese: un’Italia più "forte" nel definire il proprio interesse nazionale, più attiva in Europa e saggiamente atlantica, rompe il triangolo di dominio francese sia geopolitico sia geoeconomico sull’eurozona. Si consideri poi che l’interesse nazionale tedesco di lungo termine, determinato dalle élite industriali e finanziarie e solo apparentemente deviato dal governo Schroeder, è quello di far diventare la Germania la nazione europea di riferimento per gli Usa. Quindi per la Francia, oltre che l’isolamento geopolitico e geoeconomico, si prospetta la fine della sua speranza di potenza. Ora Parigi – che per altro sta tentando senza successo una via d’uscita attraverso intese sottobanco con inglesi ed americani - ha due strade: tentare di sabotare con più violenza il governo Berlusconi per continuare il vecchio piano di dominio dell’Italia oppure cambiare politica e cercare un’intesa cordiale. Riusciranno i francesi a vedere la razionalità della seconda scelta ed il loro maggior vantaggio pratico in tale opzione? Per esempio, la logica di mercato renderebbe razionale l’incrocio di interessi industriali italiani e francesi in parecchi settori. Ma se i secondi si presentano con volontà imperiale a danno dei nostri è ovvio che gli italiani rispondano con botte alle botte. Spero, caro De Villepin, che questa considerazione prevalga sul nervosismo di vedere fallito un sogno napoleonico di potenza, per altro francamente irrealistico. Perché l’Italia non ha interesse a perdere tempo in guerre fratricide. Ha bisogno di una maggiore compattezza europea per contribuire a stabilizzare il Mediterraneo. Cerca più cooperazione per risolvere i suoi problemi economici che non possono trovare soluzioni solo nazionali. Che poi sono gli stessi che il bravo Raffarin, primo ministro francese, sta gestendo con enorme fatica riformatrice. Per questo non ci sono state, finora, ritorsioni da parte nostra pur potendole fare, volendo: chiudiamo questo brutto capitolo ed apriamone uno nuovo.

(c) 2003 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli