ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

il Giornale

2000-6-13

13/6/2000

Se vogliamo salvare l’Africa dobbiamo ricolonizzarla
(titolo originale) Africa: dobbiamo lasciarli sovrani e morti oppure ridurre la loro indipendenza e salvarli?

 I dati mostrano che decine di paesi, per lo più nell’Africa subsahariana, sono incapaci di produrre anche un minimo ordine politico e tecnico interno e, per questo, milioni di persone sono esposte a guerre, povertà assoluta portatrice di denutrizione e malattie che li uccidono. Quando mandiamo gli aiuti (o cancelliamo il loro debito) il leader locale di turno li incassa o li trasforma in armi. Se arrivano,  restano a marcire nei magazzini per assenza di infrastrutture di distribuzione, alimentando il mercato nero. Dove riescono a lavorare ospedali gestiti da eroici  volontari e missionari, poi, una guerra civile o etnica li fa fuori. In sintesi, l’emergenza umanitaria in Africa è in gran parte determinata dall’incapacità, spesso criminale, dei governi dell’area.  Da una parte, dovremmo tacere sulla materia  pensando a come gli occidentali abbiano peggiorato, con l’“intervento umanitario” nei primi anni ‘90, la già disastrosa situazione in Somalia. Dall’altra, non possiamo restare passivi di fronte ai dati che indicano la devastazione e l’autosterminio africani: centinaia di milioni di individui sono privi del diritto alla vita perché i loro governanti, una volta conquistata l’indipendenza, non sono stati capaci nemeno di assicurare le minime condizioni di sopravvivenza ai loro governati. E la situazione sta, se possibile, peggiorando. Al punto che dobbiamo porci urgentemente una domanda politicamente scorretta, ma umanitariamente correttisima:  dobbiamo sacrificare il diritto alla vita dei singoli individui per rispettare la sovranità degli Stati africani più disastrati o possiamo violare la seconda per rispettare il primo? L’epidemia di Aids che sta devastando l’Africa sub-sahariana ci costringe a rispondere in fretta. Vediamone i dati essenziali.

Entro l’anno 2000 ci saranno circa 24 milioni di bambini che avranno perso uno o entrambi i genitori in 19 dei paesi africani dove la diffusione dello Hiv-Aids ha raggiunto dimensioni epidemiche. Entro la fine del 2010  questo numero crescerà oltre i 40 milioni (ufficio per la lotta all’Aids, Casa Bianca, luglio 1999). Stralci da recenti rapporti dell’Onu e dell’Organizzazione mondiale della sanità: 7 su 10 persone infettate dallo Hiv vivono nell’Africa subsahariana. Tra i giovani sotto i 15 anni la proporzione è di 9 su 10. Di tutte le morti per Aids da quando l’epidemia ha avuto inizio, circa l’83% sono avvenute in quest’area del continente nero. Dove sono stati contaminati circa 34 milioni di individui, di cui 11,5 milioni già morti. Il ministero della sanità sudafricano ha fornito la seguente mappa parziale: in Botswana, Namibia, Swaziland, e Zimbawe 1 su 5 è portatore di Hiv; 1 su 7 in Sudafrica (in crescita), Malawi, Mozambico, Ruanda e Zambia; 1 su 10 nella Repubblica centro-africana, Costa d’Avorio, Gibuti e Kenya. I dati di quest’anno mostrano che la diffusione dell’epidemia sta cominciando ad erodere sensibilmente il Pil dei paesi più colpiti. I lavoratori, nel già fragilissimo e minuscolo sistema industriale africano, muoiono in grande quantità e la loro mancanza o costo di rimpiazzo (e di formazione) manda in rovina le aziende. E le famiglie dove muore un genitore. Che, più povere, espongono i figli sia ad un maggiore rischio di contrarre la malattia per ineducazione (l’80% sono infettati da rapporti sessuali, il 10% dalla trasmissione madre-figli) sia di entrare in bande armate o comunque in altre patologie da abbandono. I dati più recenti mostrano che tale quadro sta peggiorando. In almeno 10 paesi (erano due o tre nel 1995) il mercato mostra sintomi diffusi di “recessione economica da Aids”. In alcuni paesi (parte dell’Uganda e nell’Africa occidentale) la prevenzione ha ridotto un pochino il tasso di crescita dell’epidemia. Ma in tutto il resto dell’Africa australe, con preoccupanti espansioni in quella orientale, la diffusione del morbo sta crescendo. Uno studio americano calcola che circa il 40%-50% delle Forze armate e di polizia dei paesi più colpiti è affetto da Hiv. In molti paesi dell’area africana i governi non vogliono rilasciare statistiche epidemiologiche, o le sabotano, per non compromettere la loro immagine. Da questi molti individui migrano nel resto del mondo, verso l’Italia in particolare. Sudo, per malessere, nello scrivere questa sintesi, immagino l’angoscia che vi prende nel leggerla. Mi scuso, ma le questioni serie non le risolviamo rimuovendole. E questa lo è.

Negli anni recenti (da quando si è potuto misurarlo meglio) il tasso di diffusione dello Hiv-Aids nell’Africa subsahariana è stato tale da mostrare senza ombra di dubbio che i governi dell’area non sono in grado di contenerlo. L’epidemia si sta diffondendo pericolosamente anche in India e nell’Est-europeo. Ma in questi due casi esiste comunque un minimo di ordine locale che permette di distribuire su quei territori l’aiuto (tecnico, finanziario, medico, educativo) che viene dall’esterno. E qui si tratta solo di stanziare più risorse da parte della comunità internazionale ricca. Per molti paesi africani, invece, tale minimo ordine interno non c’è e non ci sarà nel prossimo futuro. O lo portiamo dall’esterno, sospendendo totalmente o solo parzialmente e provvisoriamente, a seconda della gravità dei casi, la sovranità di quei paesi, oppure ne condanniamo gli abitanti a morte, quei bambini a vivere (poco) come zombie. E noi stessi a farci contaminare un domani dalla peste. Dite voi cosa sia giusto fare. Per quanto mi riguarda, penso che la vita valga più di qualsiasi sovranità.       

(c) 2000 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli