Cronache della crisi mondiale. L'Asia ha raggiunto il picco negativo ed e' pronta rimbalzare. Ma la decapitalizzazione intrinseca del sistema (Giappone, Corea del Sud, Thailandia, altre tigri e dintorni) e' stata enorme: circa 5 trilioni di dollari (qualcosa come 8 milioni di miliardi di lire) distrutti negli ultimi 15 mesi in forma di crediti bancari inesigibili, perdita di capitale azionario e di prodotto interno lordo. Adesso la domanda e': dove trovera' l'Asia nuovo capitale per ripartire, e se? Rispondere a tale domanda e' cruciale per capire quando avverra' il rimbalzo e nuova crescita del sistema asiatico. Che a sua volta e' dato critico per poter scommettere sul quando rimbalzera' l'intera economia mondiale (la cui crescita e' precipitata dal 4% al 2% nel 1998). Infatti la ripresa della domanda in quella parte del mercato globale significa che potranno aumentare nuovamente le esportazioni americane ed europee nonche' gli utili delle aziende mondializzate. Quindi le Borse e tutto cio' che vi e' collegato.

In un articolo precedente ho ipotizzato la meta' del 1999 come periodo del rimbalzo, nello scenario migliore. E questa stima teneva conto del fatto che la ripartenza in Asia non sarebbe stata immediata proprio a causa della difficolta' di ricapitalizzarne il sistema economico. Ma anche che tale ricapitalizzazione ci sarebbe stata comunque. E questa opinione moderatamente ottimimistica ha avuto ed ha una certa corrispondenza con gli andamenti borsistici recenti. L'indice Dow Jones resiste attorno a quota 8000 nonostante il fatto che le perdite delle aziende finanziarie ed industriali colpite dalla recessione asiatica dovrebbero, in teoria, averlo gia' portato verso quota 7000. E tutte le altre Borse mondiali seguono quella di New York. Questo vuol dire, appunto, che il mercato sta prevedendo e scontando in anticipo una ripresa relativamente celere nel prossimo futuro anche se e' alle soglie del picco recessivo in America e, forse, in Europa, cosi' contenendone l'entita'. E lo fa sulla base di dati reali. L'impatto della crisi globale non sembra tale da danneggiare strutturalmente l'economia interna americana e la fiducia dei risparmiatori/consumatori, pur scuotendola. C'e', poi, fiducia sul fatto che la Fed agira' in modo adeguato e tempestivo per mantenere liquido il sistema. Soprattutto la decisione del governo giapponese di rendere disponibili circa 350 miliardi di dollari (attorno ai 560mila miliardi di lire equivalenti) per risanare il devastato sistema bancario nipponico ha cancellato la temuta prospettiva di una catastrofe finanziaria di portata totale e mondiale nonche', appunto, resa piu' probabile l'ipotesi di una ripresa in tutto il sistema asiatico.

Ma c'e' un nuovo dato. Il sistema finanziario che dovrebbe riportare i capitali di investimento in Asia ha subito perdite maggiori di quelle valutate in un primo momento a seguito della crisi nei mercati emergenti. Dopo una tale batosta e' prevedibile che non ci sia alcuna propensione ad esporsi nuovamente al rischio di nuovi investimenti aggressivi. Quindi bisogna tener conto del fatto che l'afflusso di nuovo capitale internazionale di investimento verso l'Asia sara' molto minore di quanto necessario per una celere ripresa. E ci sono segnali precisi. La maggior parte dei grandi istituti internazionali stanno tagliando i costi ed il personale. Il che e' normale per bilanciare le perdite subite. Ma non e' normale la quasi totale cancellazione di nuovi investimenti nei pasi emergenti e la parallela chiusura delle strutture specializzate per gestirli. Cio' significa che non si prevede per un lungo periodo di tempo il ritorno in quei mercati. Un altro dato indicativo viene fornito dalla modalita' con cui e' stato appena concesso un credito obbligazionario in dollari all'Autorita' elettrica thailandese. Gli istituti finanziatori hanno preteso la doppia garanzia del governo locale e della Banca mondiale per aprire il portafoglio. Cio' significa che quella parte del capitale privato internazionale che ancora cerca affari in Asia li chiude solo se c'e' la certezza di rischio zero. E sono pochissimi i casi in cui cio' puo' essere garantito. Quindi il problema e' serio: deflazione da crisi di sfiducia.

Dobbiamo cambiare lo scenario ottimistico? Non necessariamente. La crisi di decapitalizzazione in Asia puo' essere compensata da due fattori: (a) generazione di maggiore capitale di consolidamento/investimento "interno" nei singoli paesi interessati; (b) creazione di un fondo per la ricostruzione in Asia che offra capitale di garanzia o, se impossibile formalizzarlo, costruzione comunque di un'analoga funzione svolta da un consorzio tra governi, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale (che ha gia' una missione in tal senso, ma non risorse sufficienti). Questa seconda azione appare realizzabile perche' c'e' consapevolezza del problema. Non a caso il Giappone ha offerto 30 miliardi di dollari per il rilancio delle economie asiatiche. Il primo punto e' piu' ostico. Richiede una modernizzazione accelerata dei sistemi finanziari locali ed il (temporaneo) supporto governativo alla ricapitalizzazione interna. Per esempio, la trasformazione del debito delle aziende in azioni, con capitale pubblico a garanzia. In sintesi, i paesi inguaiati devono fare uno sforzo autonomo maggiore di risanamento. Ma di buono c'e' che alcuni stanno dimostrando la capacita' di farlo, per esempio la Corea del Sud.

Se queste due azioni verranno eseguite nei prossimi mesi, allora anche la crisi di sfiducia nel circuito del capitale internazionale di investimento sara' piu' breve e la ricapitalizzazione/ripresa del sistema asiatico avverra' nei tempi sopra ipotizzati. In caso contrario dovremo posporre l'avvio dello scenario ottimistico. Per lo meno sappiamo cosa dobbiamo monitorare.

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In un articolo precedente ho ipotizzato la meta' del 1999 come periodo del rimbalzo, nello scenario migliore. E questa stima teneva conto del fatto che la ripartenza in Asia non sarebbe stata immediata proprio a causa della difficolta' di ricapitalizzarne il sistema economico. Ma anche che tale ricapitalizzazione ci sarebbe stata comunque. E questa opinione moderatamente ottimimistica ha avuto ed ha una certa corrispondenza con gli andamenti borsistici recenti. L'indice Dow Jones resiste attorno a quota 8000 nonostante il fatto che le perdite delle aziende finanziarie ed industriali colpite dalla recessione asiatica dovrebbero, in teoria, averlo gia' portato verso quota 7000. E tutte le altre Borse mondiali seguono quella di New York. Questo vuol dire, appunto, che il mercato sta prevedendo e scontando in anticipo una ripresa relativamente celere nel prossimo futuro anche se e' alle soglie del picco recessivo in America e, forse, in Europa, cosi' contenendone l'entita'. E lo fa sulla base di dati reali. L'impatto della crisi globale non sembra tale da danneggiare strutturalmente l'economia interna americana e la fiducia dei risparmiatori/consumatori, pur scuotendola. C'e', poi, fiducia sul fatto che la Fed agira' in modo adeguato e tempestivo per mantenere liquido il sistema. Soprattutto la decisione del governo giapponese di rendere disponibili circa 350 miliardi di dollari (attorno ai 560mila miliardi di lire equivalenti) per risanare il devastato sistema bancario nipponico ha cancellato la temuta prospettiva di una catastrofe finanziaria di portata totale e mondiale nonche', appunto, resa piu' probabile l'ipotesi di una ripresa in tutto il sistema asiatico.

Ma c'e' un nuovo dato. Il sistema finanziario che dovrebbe riportare i capitali di investimento in Asia ha subito perdite maggiori di quelle valutate in un primo momento a seguito della crisi nei mercati emergenti. Dopo una tale batosta e' prevedibile che non ci sia alcuna propensione ad esporsi nuovamente al rischio di nuovi investimenti aggressivi. Quindi bisogna tener conto del fatto che l'afflusso di nuovo capitale internazionale di investimento verso l'Asia sara' molto minore di quanto necessario per una celere ripresa. E ci sono segnali precisi. La maggior parte dei grandi istituti internazionali stanno tagliando i costi ed il personale. Il che e' normale per bilanciare le perdite subite. Ma non e' normale la quasi totale cancellazione di nuovi investimenti nei pasi emergenti e la parallela chiusura delle strutture specializzate per gestirli. Cio' significa che non si prevede per un lungo periodo di tempo il ritorno in quei mercati. Un altro dato indicativo viene fornito dalla modalita' con cui e' stato appena concesso un credito obbligazionario in dollari all'Autorita' elettrica thailandese. Gli istituti finanziatori hanno preteso la doppia garanzia del governo locale e della Banca mondiale per aprire il portafoglio. Cio' significa che quella parte del capitale privato internazionale che ancora cerca affari in Asia li chiude solo se c'e' la certezza di rischio zero. E sono pochissimi i casi in cui cio' puo' essere garantito. Quindi il problema e' serio: deflazione da crisi di sfiducia.

Dobbiamo cambiare lo scenario ottimistico? Non necessariamente. La crisi di decapitalizzazione in Asia puo' essere compensata da due fattori: (a) generazione di maggiore capitale di consolidamento/investimento "interno" nei singoli paesi interessati; (b) creazione di un fondo per la ricostruzione in Asia che offra capitale di garanzia o, se impossibile formalizzarlo, costruzione comunque di un'analoga funzione svolta da un consorzio tra governi, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale (che ha gia' una missione in tal senso, ma non risorse sufficienti). Questa seconda azione appare realizzabile perche' c'e' consapevolezza del problema. Non a caso il Giappone ha offerto 30 miliardi di dollari per il rilancio delle economie asiatiche. Il primo punto e' piu' ostico. Richiede una modernizzazione accelerata dei sistemi finanziari locali ed il (temporaneo) supporto governativo alla ricapitalizzazione interna. Per esempio, la trasformazione del debito delle aziende in azioni, con capitale pubblico a garanzia. In sintesi, i paesi inguaiati devono fare uno sforzo autonomo maggiore di risanamento. Ma di buono c'e' che alcuni stanno dimostrando la capacita' di farlo, per esempio la Corea del Sud.

Se queste due azioni verranno eseguite nei prossimi mesi, allora anche la crisi di sfiducia nel circuito del capitale internazionale di investimento sara' piu' breve e la ricapitalizzazione/ripresa del sistema asiatico avverra' nei tempi sopra ipotizzati. In caso contrario dovremo posporre l'avvio dello scenario ottimistico. Per lo meno sappiamo cosa dobbiamo monitorare.

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In un articolo precedente ho ipotizzato la meta' del 1999 come periodo del rimbalzo, nello scenario migliore. E questa stima teneva conto del fatto che la ripartenza in Asia non sarebbe stata immediata proprio a causa della difficolta' di ricapitalizzarne il sistema economico. Ma anche che tale ricapitalizzazione ci sarebbe stata comunque. E questa opinione moderatamente ottimimistica ha avuto ed ha una certa corrispondenza con gli andamenti borsistici recenti. L'indice Dow Jones resiste attorno a quota 8000 nonostante il fatto che le perdite delle aziende finanziarie ed industriali colpite dalla recessione asiatica dovrebbero, in teoria, averlo gia' portato verso quota 7000. E tutte le altre Borse mondiali seguono quella di New York. Questo vuol dire, appunto, che il mercato sta prevedendo e scontando in anticipo una ripresa relativamente celere nel prossimo futuro anche se e' alle soglie del picco recessivo in America e, forse, in Europa, cosi' contenendone l'entita'. E lo fa sulla base di dati reali. L'impatto della crisi globale non sembra tale da danneggiare strutturalmente l'economia interna americana e la fiducia dei risparmiatori/consumatori, pur scuotendola. C'e', poi, fiducia sul fatto che la Fed agira' in modo adeguato e tempestivo per mantenere liquido il sistema. Soprattutto la decisione del governo giapponese di rendere disponibili circa 350 miliardi di dollari (attorno ai 560mila miliardi di lire equivalenti) per risanare il devastato sistema bancario nipponico ha cancellato la temuta prospettiva di una catastrofe finanziaria di portata totale e mondiale nonche', appunto, resa piu' probabile l'ipotesi di una ripresa in tutto il sistema asiatico.

Ma c'e' un nuovo dato. Il sistema finanziario che dovrebbe riportare i capitali di investimento in Asia ha subito perdite maggiori di quelle valutate in un primo momento a seguito della crisi nei mercati emergenti. Dopo una tale batosta e' prevedibile che non ci sia alcuna propensione ad esporsi nuovamente al rischio di nuovi investimenti aggressivi. Quindi bisogna tener conto del fatto che l'afflusso di nuovo capitale internazionale di investimento verso l'Asia sara' molto minore di quanto necessario per una celere ripresa. E ci sono segnali precisi. La maggior parte dei grandi istituti internazionali stanno tagliando i costi ed il personale. Il che e' normale per bilanciare le perdite subite. Ma non e' normale la quasi totale cancellazione di nuovi investimenti nei pasi emergenti e la parallela chiusura delle strutture specializzate per gestirli. Cio' significa che non si prevede per un lungo periodo di tempo il ritorno in quei mercati. Un altro dato indicativo viene fornito dalla modalita' con cui e' stato appena concesso un credito obbligazionario in dollari all'Autorita' elettrica thailandese. Gli istituti finanziatori hanno preteso la doppia garanzia del governo locale e della Banca mondiale per aprire il portafoglio. Cio' significa che quella parte del capitale privato internazionale che ancora cerca affari in Asia li chiude solo se c'e' la certezza di rischio zero. E sono pochissimi i casi in cui cio' puo' essere garantito. Quindi il problema e' serio: deflazione da crisi di sfiducia.

Dobbiamo cambiare lo scenario ottimistico? Non necessariamente. La crisi di decapitalizzazione in Asia puo' essere compensata da due fattori: (a) generazione di maggiore capitale di consolidamento/investimento "interno" nei singoli paesi interessati; (b) creazione di un fondo per la ricostruzione in Asia che offra capitale di garanzia o, se impossibile formalizzarlo, costruzione comunque di un'analoga funzione svolta da un consorzio tra governi, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale (che ha gia' una missione in tal senso, ma non risorse sufficienti). Questa seconda azione appare realizzabile perche' c'e' consapevolezza del problema. Non a caso il Giappone ha offerto 30 miliardi di dollari per il rilancio delle economie asiatiche. Il primo punto e' piu' ostico. Richiede una modernizzazione accelerata dei sistemi finanziari locali ed il (temporaneo) supporto governativo alla ricapitalizzazione interna. Per esempio, la trasformazione del debito delle aziende in azioni, con capitale pubblico a garanzia. In sintesi, i paesi inguaiati devono fare uno sforzo autonomo maggiore di risanamento. Ma di buono c'e' che alcuni stanno dimostrando la capacita' di farlo, per esempio la Corea del Sud.

Se queste due azioni verranno eseguite nei prossimi mesi, allora anche la crisi di sfiducia nel circuito del capitale internazionale di investimento sara' piu' breve e la ricapitalizzazione/ripresa del sistema asiatico avverra' nei tempi sopra ipotizzati. In caso contrario dovremo posporre l'avvio dello scenario ottimistico. Per lo meno sappiamo cosa dobbiamo monitorare.

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1998-4-10

10/4/1998

Cercasi nuovo capitale di investimento per l'Asia

Cronache della crisi mondiale. L'Asia ha raggiunto il picco negativo ed e' pronta rimbalzare. Ma la decapitalizzazione intrinseca del sistema (Giappone, Corea del Sud, Thailandia, altre tigri e dintorni) e' stata enorme: circa 5 trilioni di dollari (qualcosa come 8 milioni di miliardi di lire) distrutti negli ultimi 15 mesi in forma di crediti bancari inesigibili, perdita di capitale azionario e di prodotto interno lordo. Adesso la domanda e': dove trovera' l'Asia nuovo capitale per ripartire, e se? Rispondere a tale domanda e' cruciale per capire quando avverra' il rimbalzo e nuova crescita del sistema asiatico. Che a sua volta e' dato critico per poter scommettere sul quando rimbalzera' l'intera economia mondiale (la cui crescita e' precipitata dal 4% al 2% nel 1998). Infatti la ripresa della domanda in quella parte del mercato globale significa che potranno aumentare nuovamente le esportazioni americane ed europee nonche' gli utili delle aziende mondializzate. Quindi le Borse e tutto cio' che vi e' collegato.

In un articolo precedente ho ipotizzato la meta' del 1999 come periodo del rimbalzo, nello scenario migliore. E questa stima teneva conto del fatto che la ripartenza in Asia non sarebbe stata immediata proprio a causa della difficolta' di ricapitalizzarne il sistema economico. Ma anche che tale ricapitalizzazione ci sarebbe stata comunque. E questa opinione moderatamente ottimimistica ha avuto ed ha una certa corrispondenza con gli andamenti borsistici recenti. L'indice Dow Jones resiste attorno a quota 8000 nonostante il fatto che le perdite delle aziende finanziarie ed industriali colpite dalla recessione asiatica dovrebbero, in teoria, averlo gia' portato verso quota 7000. E tutte le altre Borse mondiali seguono quella di New York. Questo vuol dire, appunto, che il mercato sta prevedendo e scontando in anticipo una ripresa relativamente celere nel prossimo futuro anche se e' alle soglie del picco recessivo in America e, forse, in Europa, cosi' contenendone l'entita'. E lo fa sulla base di dati reali. L'impatto della crisi globale non sembra tale da danneggiare strutturalmente l'economia interna americana e la fiducia dei risparmiatori/consumatori, pur scuotendola. C'e', poi, fiducia sul fatto che la Fed agira' in modo adeguato e tempestivo per mantenere liquido il sistema. Soprattutto la decisione del governo giapponese di rendere disponibili circa 350 miliardi di dollari (attorno ai 560mila miliardi di lire equivalenti) per risanare il devastato sistema bancario nipponico ha cancellato la temuta prospettiva di una catastrofe finanziaria di portata totale e mondiale nonche', appunto, resa piu' probabile l'ipotesi di una ripresa in tutto il sistema asiatico.

Ma c'e' un nuovo dato. Il sistema finanziario che dovrebbe riportare i capitali di investimento in Asia ha subito perdite maggiori di quelle valutate in un primo momento a seguito della crisi nei mercati emergenti. Dopo una tale batosta e' prevedibile che non ci sia alcuna propensione ad esporsi nuovamente al rischio di nuovi investimenti aggressivi. Quindi bisogna tener conto del fatto che l'afflusso di nuovo capitale internazionale di investimento verso l'Asia sara' molto minore di quanto necessario per una celere ripresa. E ci sono segnali precisi. La maggior parte dei grandi istituti internazionali stanno tagliando i costi ed il personale. Il che e' normale per bilanciare le perdite subite. Ma non e' normale la quasi totale cancellazione di nuovi investimenti nei pasi emergenti e la parallela chiusura delle strutture specializzate per gestirli. Cio' significa che non si prevede per un lungo periodo di tempo il ritorno in quei mercati. Un altro dato indicativo viene fornito dalla modalita' con cui e' stato appena concesso un credito obbligazionario in dollari all'Autorita' elettrica thailandese. Gli istituti finanziatori hanno preteso la doppia garanzia del governo locale e della Banca mondiale per aprire il portafoglio. Cio' significa che quella parte del capitale privato internazionale che ancora cerca affari in Asia li chiude solo se c'e' la certezza di rischio zero. E sono pochissimi i casi in cui cio' puo' essere garantito. Quindi il problema e' serio: deflazione da crisi di sfiducia.

Dobbiamo cambiare lo scenario ottimistico? Non necessariamente. La crisi di decapitalizzazione in Asia puo' essere compensata da due fattori: (a) generazione di maggiore capitale di consolidamento/investimento "interno" nei singoli paesi interessati; (b) creazione di un fondo per la ricostruzione in Asia che offra capitale di garanzia o, se impossibile formalizzarlo, costruzione comunque di un'analoga funzione svolta da un consorzio tra governi, Fondo monetario internazionale e Banca mondiale (che ha gia' una missione in tal senso, ma non risorse sufficienti). Questa seconda azione appare realizzabile perche' c'e' consapevolezza del problema. Non a caso il Giappone ha offerto 30 miliardi di dollari per il rilancio delle economie asiatiche. Il primo punto e' piu' ostico. Richiede una modernizzazione accelerata dei sistemi finanziari locali ed il (temporaneo) supporto governativo alla ricapitalizzazione interna. Per esempio, la trasformazione del debito delle aziende in azioni, con capitale pubblico a garanzia. In sintesi, i paesi inguaiati devono fare uno sforzo autonomo maggiore di risanamento. Ma di buono c'e' che alcuni stanno dimostrando la capacita' di farlo, per esempio la Corea del Sud.

Se queste due azioni verranno eseguite nei prossimi mesi, allora anche la crisi di sfiducia nel circuito del capitale internazionale di investimento sara' piu' breve e la ricapitalizzazione/ripresa del sistema asiatico avverra' nei tempi sopra ipotizzati. In caso contrario dovremo posporre l'avvio dello scenario ottimistico. Per lo meno sappiamo cosa dobbiamo monitorare.

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