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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

2001-1-18

18/1/2001

La solidarietà efficiente

L’attuale modello di Stato sociale non è solo inefficiente sul piano economico generale, ma anche su quello dell’offerta di servizi di tutela e sviluppo della persona. Il motivo dipende da un errore concettuale dello statalismo di sinistra: l’aver pensato che una burocrazia con il monopolio dei servizi sociali ed un metodo standardizzato sarebbero stati efficienti ed efficaci. Così non è. La mediazione pubblica aumenta enormemente i costi dell’offerta di solidarietà, di fatto riducendone la quantità. Le esigenze dell’apparato prevalgono sulla qualità dei servizi erogati. Le prime succhiano sempre più risorse a scapito della seconda. Il metodo standardizzato non copre la varietà dei fabbisogni individuali e non riesce a star dietro alla loro evoluzione. In sintesi, dobbiamo passare dalla solidarietà inefficiente a quella efficiente. Vediamo come. 

 Situazione. Ho provato a costruire la seguente, semplicissima, tabella sintetica per organizzare un’analisi preliminare sulla copertura del fabbisogno di solidarietà in Italia. Potete farlo anche voi. Generate tre righe corrispondenti ad altrettante grandi categorie della domanda di solidarietà: totale, integrativa, migliorativa. Poi create tre colonne, che incrociano le righe, corrispondenti alle categorie di età: giovani, adulti e anziani. Otterrete nove caselle. Definiamo per ciascuna che 10 sia il punteggio ottimale. Valutiamo la prima casella corrispondente ad un’area di fabbisogno totale per i giovani. Vi rientrano, per esempio, i portatori di handicap. Quelli mentalmente debilitati, gravi, sono di fatto abbandonati dalle strutture pubbliche. I famigliari che li assistono fanno una vita d’inferno complicata dal non ricevere sufficienti facilitazioni, per esempio, fiscali. Questa (sotto)casella ha un punteggio di 3. Quella dove si trovano i loro genitori – adulti con fabbisogno di solidarietà integrativa – prende 4. Uno zero tondo va scritto per la categoria dei giovani che hanno bisogno di tutela integrativa: per esempio, il ragazzo con famiglia disagiata che va male a scuola. Lo bocciano, ma nessuno va recuperarlo e reintegrarlo. La categoria degli anziani non indipendenti, per malattia o problemi economici, che ha un fabbisogno totale, prende un punteggio di 5: in casa di riposo li fanno sopravvivere, ma non vivere. E marciscono abbandonati. Prendiamo, poi, l’incrocio “anziano - migliorativo”: un settantenne che vorrebbe lavorare non trova condizioni contrattuali e servizi speciali che lo facilitino: voto zero per assenza. Nell’incrocio “adulto-migliorativo” non troviamo alcuna offerta, seria, di rapidi servizi di formazione professionale: anche qui zero. In quello “adulto - fabbisogno totale”, per esempio i poverissimi con assegno insufficiente a cibarsi, troviamo solo l’assegno. Date voi il voto.

Risultati: circa il 20% della popolazione giovanile esibisce gravi problemi irrisolti che possono pregiudicare il loro futuro; gli anziani disagiati vengono esclusi anzitempo dalla vita sociale; gli adulti attivi con gravi problemi in famiglia non ricevono facilitazioni, quelli che per migliorare la loro vita avrebbero bisogno di un servizio dedicato non lo trovano. Le associazioni volontarie compensano parte di queste mancanze, ma sono pesantemente ostacolate e sfavorite. Prego i colleghi ricercatori di raffinare e riempire di dettagli questa stima preliminare e molto grezza. Ma temo che l’esito finale sarà più o meno quello uscito dal mio simulatore, pur alimentato da dati incompleti: almeno il 25% del capitale umano nazionale è marginalizzato per difetto di sostegni. Moralmente inaccettabile, tecnicamente uno spreco

 Soluzioni: dobbiamo formulare una nuova teoria della “Solidarietà efficiente”. Sottopongo al dibattito tre punti principali, due concettuali ed uno operativo.

  1. A) La tutela della qualità della vita di ogni singolo individuo non è solo un fatto etico, ma, soprattutto, pratico: una comunità in cui nessuno è lasciato solo diventa mediamente più ottimista e quindi più propensa all’attivismo economico, culturale, a prendere più rischi. Pertanto l’investimento migliorativo su ogni singola persona, anche la più marginale, produce un profitto sul piano della società generale. Inoltre espande il mercato, incorporando soggetti che altrimenti ne sarebbero esclusi. In sintesi, bisogna fondare la solidarietà anche su un pilastro di utilità economica per rendere chiaro che ogni investimento (se fatto senza alzare le tasse) in tale settore non è un costo netto, ma un guadagno per tutti.
  2. B) Un sistema statalizzato di solidarietà, tipicamente, costa più dell’iniziativa privata a causa delle inefficienze dei macchinismi burocratici. Quindi deve ridurre all’essenziale il suo presidio diretto delle funzioni di aiuto agli individui – specialmente in paesi dove la cultura del volontariato e dell’altruismo è molto diffusa, come in Italia - e favorire l’evoluzione di un sistema molto variato di solidarietà privata, rinunciando al monopolio pubblico in materia (non ai controlli).
  3. C) Il modo migliore per farlo è quello di facilitare la formazione di organizzazioni senza scopo di lucro con, ciascuna, una missione specifica di aiuto ai singoli individui o di servizio di supporto alle famiglie. Per finanziare tali istituzioni bisogna permettere ad ogni cittadino di defalcare il 5% di quanto deve pagare in tasse e di donarlo, scegliendo liberamente, ad una o più, di queste organizzazioni di solidarietà privata. Che, certificate in un registro nazionale e locale, sarebbero in concorrenza tra loro per ricevere le risorse. Ciò assicurerebbe trasparenza e tensione verso l’eccellenza. Si creerebbe un mercato di circa dodicimila miliardi annui con decine di migliaia di addetti qualificati e dedicati professionalmente ad offrire solidarietà in modo efficiente, tecnicamente moderno e diffuso.
(c) 2001 Carlo Pelanda
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