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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1998-2-17

17/2/1998

Il dilemma di Washington

Va approfondito un punto tecnico che ha un valore politico fondamentale. Gli Stati Uniti hanno molti più problemi a condurre l'azione militare contro l'Irak di quanto appaia. E la gran parte di questi deriva dall'aver deciso (per il momento) di perseguire un obiettivo molto limitato e selettivo: togliere a Saddam Hussein la capacità di utilizzare armamenti di distruzione di massa, ma senza tentare di abbatterne il regime né tantomeno di compromettere l'integrità territoriale dell'Irak.

Questa scelta implica che l'eventuale azione militare non può spingersi fino al punto: (a) di bombardare le truppe che servono al Raìs per mantenere il controllo interno; (b) di ridurre la capacità difensiva dell'Irak contro un'eventuale invasione da parte dell'Iran. In sintesi, Saddam Hussein é abbastanza sicuro di non subire un danno totale dalla mobilitazione contro di lui. Comunque sopravviverà come persona e soggetto politico, magari guadagnandoci in termini di immagine nell'opinione pubblica islamica per essere riuscito a resistere ancora una volta ai demoni americani. Ed é proprio questo che indebolisce l'azione dissuasiva statunitense. Da una parte la promessa di guerra certa in caso di non accettazione della rinuncia alle armi non-convenzionali é un metodo per convincere Saddam a mollare senza dover sparare sul serio. Ma, dall'altra, la natura limitata degli obiettivi dell'azione bellica non spaventa a sufficienza Saddam stesso. E quindi resiste, costringendo gli americani a ricorrere alla forza (se si minaccia è necessario poi agire per non perdere credibilità) che in realtà non hanno alcun interesse ad usare. Una dissuasione insufficiente aumenta la probabilità di guerra. Con il paradosso che un'azione bellica così limitata farebbe un favore, più che un danno, al dittatore irakeno. Il problema sta qui.

Infatti molti circoli militari e politici statunitensi, nonché gli alleati arabi di Washington, sono contrari al tipo di azione in corso proprio (o anche) per questo motivo. Hanno paura che il piano dissuasivo-bellico così concepito dia poco risultato a rischi altissimi. Vediamo, con un esempio schematico, quello che temono. Arriva il giorno in cui, a seguito dell'ennesimo rifiuto di Saddam, parte la fase calda dell'operazione "Desert Thunder". Per un certo numero di giorni l'Irak viene bombardato da "armi intelligenti", lanciate da piattaforme aeree e navali. Vengono distrutti impianti produttivi di valore militare, centri di comando e controllo, ecc. Probabilmente piccoli nuclei di truppe superspecializzate provvedono alla distruzione di quei siti o depositi che non é possibile toccare con armi aeree o remote. Alla fine qual é il risultato? Un'iradiddio per qualche buco nel cemento, Saddam fresco e bello su tutte le televisioni del mondo, le sue truppe ancora operative. Ben poco, combinato con il fatto che un'azione bellica limitata non può dare la garanzia di aver cancellato completamente le armi non-convenzionali irakene.

Inoltre, qui il punto principale, ci sono rischi formidabili sul piano morale. Le armi intelligenti sono precisissime. Ma non si può escludere che una o due di queste massacrino gruppi di civili messi lì apposta. Inoltre Saddam sta schierando bambini a ridosso di alcuni obiettivi. E le televisioni sono pronte a far circolare le immagini dei cadaverini. Ovviamente gli americani lo sanno e prendono le loro contromisure. Ma chi può escludere che succeda un incidente (anche provocato apposta dagli irakeni)? Si pensi poi all'immagine degli irakeni affamati ed impauriti. Per ridurre l'impatto di delegittimazione morale Clinton spiegherà preventivamente agli americani tutte queste cose e sosterrà che é un male necessario per evitare il male peggiore di lasciare a Saddam il possesso di armi terribili. Ma questa "contro-contromisura simbolica" é debole. E il problema interessa anche noi italiani. Nel caso l'azione americana ottenesse risultati ambigui ed una forte delegittimazione morale, allora si indebolirebbe la fonte principale della sicurezza internazionale, soprattutto nel Mediterraneo. Ed aumenterebbero problemi e costi di sicurezza per tutti, noi compresi.

Come si risolve? Per prima cosa va perfezionata la dissuasione. Saddam deve percepire che potrebbe pagare un prezzo superiore, anche totale. In questo caso mollerebbe. Ma ciò implica predisporre un piano che contempli la caduta del Raìs ed il rischio di frammentazione dell'Irak. E Washington non ce l'ha per il semplice fatto che non é facile generarne uno. Persegue la strategia del "doppio contenimento" di Iran ed Irak. "Contenimento" significa non modificare le situazioni nel campo avversario, ma solo impedire che provochino instabilità all'esterno. Il dilemma degli Stati Uniti é il seguente: (1) o si preparano a rifare tutta la strategia per lo scacchiere medio-orientale, trovando un'alternativa al "doppio contenimento", e così ottenere la possibilità di andare giù duri con Saddam oppure (2) accettano il rischio di una dissuasione debole per mantenere l'attuale strategia di regolazione di quel sistema. Non invidio chi deve prendere questa decisione a Washington, proprio in questi giorni.

Mi permetto solo un commento. Se tutta l'alleanza occidentale fosse coesa e determinata nel costringere Saddam a mollare le sue ambizioni aggressive ed armi biochimiche, certamente aumenterebbe il peso della dissuasione come attuata ora, pur nei suoi limiti, e diminuirebbe l'urgenza di risolvere un dilemma, probabilmente, irrisolvibile. E' proprio l'ambiguità dei governi europei, tra cui spicca quella del nostro, che aumenta la probabilità di guerra e di instabilità successive. I lettori ne tengano conto.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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