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Carlo A. Pelanda
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il Giornale

1998-1-27

27/1/1998

La bolla è più solida di quello che appare

Clima surreale. La maggior parte dei commentatori e dei tecnici profetizza il crollo delle Borse perché gonfiate oltre ogni ragionevole misura. Non é più un problema di "se", ma solo di "quando", si dice. Tuttavia il sistema borsistico americano, che influenza la tendenza di tutto quello mondiale, resiste e, pur nelle oscillazioni, esibisce una costante spinta rialzista. Cerchiamo di capire.

La bolla borsistica é alimentata da un'enorme flusso di liquidità. Questa viene generata da tre fonti: (a) i bassi tassi di interesse spingono i capitali dal reddito fisso verso quello variabile; (b) parte di questa liquidità non trova più impieghi in forma di investimenti nell'economia reale dei paesi emergenti, come succedeva ai tempi dell'ottimismo sulle loro prospettive, e si riversa su quelli puramente finanziari; (c) un ulteriore flusso di liquidità proviene da chi fugge dalle monete instabili, le converte per lo più in dollari - e qualcosina in euro- che a loro volta cercano remunerazione in Borsa. I valori azionari vengono pompati da questo flusso concentrico di capitali e crescono in forma autoalimentata. Ciò comporta uno scarto vistoso tra prezzo di un'azione e suo valore realistico, una maggior facilità nel fare giochi speculativi mordi e fuggi, nonché l'insensibilità di una buona parte degli attori del mercato nei confronti di tutti i richiami prudenziali. Fino a che vedono che questo enorme flusso continua e si concentra nella Borsa non hanno alcun motivo razionale per uscire dal gioco. E ciò spiega perché il mercato resta in bolla nonostante le opinioni che ne profetizzano lo sgonfiamento da un momento all'altro. Ma ha più ragione chi prevede lo sgonfiamento repentino o chi resiste nella tendenza rialzista?

Per rispondere é utile ricordare chi abbia generato le basi della bolla e con quale scopo. L'autorità monetaria statunitense sembra aver fatto un calcolo, all'inizio dell'autunno del 1998, basato sulla seguente catena logica. La crescita mondiale é compromessa dalla crisi dei paesi emergenti e questo fatto potrebbe far crollare la Borsa. Nel sistema americano l'intreccio tra Borsa ed economia reale interna é più stretto che in qualsiasi altro luogo del mondo: se la prima va giù, la seconda cade immediatamente in recessione. Tale esito é inaccettabile. Per evitarlo pompiamo un'ondata di liquidità che sostituisca la crescita reale come fattore di traino e tenuta dei valori azionari. In sintesi, la Fed, presieduta da Greenspan, ha fatto una grande scommessa: compensare l'impatto interno della recessione mondiale gonfiando una bolla finanziaria fino al momento che l'economia reale globale si riprenderà alimentando nuovamente e "realisticamente" la crescita americana. Ed in questo azzardo, tecnicamente eseguito riducendo oltre misura i tassi del dollaro, ha trovato il sostegno delle altre autorità monetarie dei paesi principali, anche loro preoccupate del fatto che una recessione in America avrebbe scatenato una prolungata depressione mondiale. La parola d'ordine sembra essere: la Borsa americana non può crollare. Se questa analisi é corretta, allora dobbiamo chiederci due cose. La difesa della Borsa statunitense é un Piave (tiene) o una Maginot (non tiene)? Se tiene, riuscirà a farlo fino a quando ci sarà la ripresa e relativa "risostituzione"?

E' leggermente più probabile che sia Piave. La pompa di liquidità può essere compromessa da eventi che innervosiscono il mercato. Ma su questi si nota una rete di protezione come mai successo finora. Per esempio, il fatto che la Cina difenda ostinatamente il cambio dello yuan é chiaramente un impegno politico di carattere cooperativo preso con Washington che prevale sulle spinte svalutative. Il Brasile ha ceduto aprendo un buco nella rete. Ma l'evento é stato ritardato fino a quando l'impatto sarebbe stato minore. Il mercato non riesce ad assorbire una concentrazione di eventi negativi nello stesso momento, ma digerisce bene singole crisi se distanziate nel tempo e "gestite" da un cerdibile coordinamento internazionale. Qualcuno sta pilotando gli affari mondiali in tal modo. I professionisti del mercato finanziario sono sospettosi. Ma l'altra metà del risparmio mondiale é fatta di piccoli risparmiatori che non vogliono rinunciare alla cuccagna borsistica e, senza andare per il sottile, percepiscono che la bolla é difesa e gestita anche se non sanno come. La bolla, infatti, continua e ha buona probabilità di farlo per un certo tempo, pur con grande volatilità.

La scommessa americana, però, ha un termine. Ad un certo punto l'artifizio finanziario deve essere risostituito con la crescita dell'economia reale mondiale. Prima é, meglio é (anche se la ripresa, paradossalmente, potrebbe ridurre gli attuali livelli borsistici per l'attesa di rialzo dei tassi). Ma c'é un cortocircuito. L'eccesso di liquidità concentrata nell'economia finanziaria ne lascia di meno per capitalizzare quella reale. Ciò potrebbe rallentare la ripresa della crescita globale, portando la politica di bolla oltre ogni sostenibilità. Il rischio sta più su questo punto prospettico che non nella bolla di per se e oggi. E sarebbe ridotto da due fattori propulsivi i quali, tuttavia, ora appaiono in forse: (1) che le banche internazionali tornino a dare soldi all'economia reale invece che trattenerli per operazioni solo finanziarie; (2) che Giappone ed Europa si mettano, una buona volta, a crescere più in fretta. Lo so, alla fine vi interessa la sintesi e volete prese di posizioni nette: ottimismo o pessimismo? Pur sudando nel dirlo vista l'incertezza dello scenario, sia ottimismo. Perché? La volontà di crescere da parte del mercato é più forte della realtà che vedono i tecnici.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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