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Carlo A. Pelanda
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Il Sole 24 Ore

1997-1-11

11/1/1997

Stappare l'Italia

Giovani, ma pensate che sia veramente difficile mettere a posto e rilanciare l'Italia? Per niente. Appare cosa complessa solo perché la politica è frammentata, mediocre e litigiosa. E questo da la sensazione che le cose siano difficilissime. Ma, se per miracolo, ci togliessimo dalle scatole i politici attuali - di tutte le parti- e la loro incompetenza predatoria, troveremmo che cambiare le cose é del tutto fattibile, presto e bene. Per prima cosa cercate di vedere lo scenario nei seguenti termini. L'Italia é una delle società più sane e vitali del pianeta, ma ha uno Stato ed una politica che sono le peggiori tra quelle dei Paesi sviluppati. Ottimismo, quindi, perché é molto più facile cambiare uno Stato che non la società. Per dirvela tutta, poi, le caratteristiche auto-organizzative, di flessibilità ed inventiva del "capitale sociale" italiano sono sempre più premiate dai requisiti di competitività della nuova economia, globale e turbocapitalistica. Questo significa che l'Italia é l'unico Paese europeo (a parte il Regno Unito) dove si possono usare metodi di liberalizzazione non impiegabili altrove. Per esempio, l'eventuale defiscalizzazione avrebbe un risposta immediata da parte del sistema industriale in termini di crescita economica e, se accompagnata da misure di liberalizzazione del mercato del lavoro, di aumento dell'occupazione. E questo avverrebbe perché un sistema di piccole e medie imprese agili, innovative ed internazionalizzate (pur in settori di nicchia) é molto più reattivo alla leva fiscale che non una struttura industriale fatta di grandi unità rigide, come, per esempio, in Francia e Germania.

Pensate ad un altra cosa. Tutti gli svantaggi strutturali che mostra questo Stato sfasciato possono essere trasformati in vantaggi competitivi o in opprtunità di riforma veloce. In generale, lo Stato italiano é talmente inefficiente che c'é un enorme consenso potenziale per cambiarlo. E questa é una grande opportunità per inventarsi un modello di Stato adeguato al 2000. Per esempio, sia in Germania che negli Stati Uniti lo Stato é inadeguato, troppo vecchio, pur funzionando benissimo. Ma provate a dire in quei luoghi che bisogna cambiare lo Stato dalle radici e fare una nuova Costituzione. La gente non vi capirebbe. In Italia sì, eccome. Quindi da noi esiste l'opportunità di poter fare per primi, tra i Paesi del G7, una riforma innovativa e competitiva. Il disastro politico permette di inserire più novità nel sistema territoriale della nazione. Considerate poi come lo svantaggio della grande evasione possa tradursi in un vantaggio. Ad occhio, l'evasione in Germania é circa del 5% mentre in Italia arriva - prudenzialmente- attorno ai 200mila miliardi, cioé al 40% circa del gettito fiscale attuale. Mi sembra ovvio che se in Germania dimezzassero le aliquote avrebbero enormi problemi di riduzione del gettito. Ma in Italia il dimezzare le tasse potrebbe convincere molti che non le pagano a pagarle tutte. Se le tasse sono al 50% e oltre é più razionale rischiare che pagare. Ma se sono attorno al 30% o meno chi va a rischiare la galera? Questo significa che in Italia una defiscalizzazione secca potrebbe non implicare una troppo forte riduzione delle entrate per lo Stato. E questo permetterebbe di alleggerire il sistema, creando un boom di competitività, avendo allo stesso tempo una riduzione dell'assistenzialismo graduata nel tempo, quindi fattibile senza troppi drammi sociali. Questi esempi vi fanno intendere che, se si riesce a togliere il tappo politico attuale, poi liberalizzare questo Paese - anomalo, splendido, unico- non é troppo difficile.

Bravo, mi direte voi, ma il tappo come lo togliamo? Ragazzi, qualcosina la dovreste fare anche voi. Io, da professore quarantacinquenne - un po' bucaniere comunque- vi posso suggerire un dato, tre slogan ed un colore. Dato. Il sistema politico italiano é talmente marcio e incompetente che basta un buon scossone per tirarlo giù. Il sistema é debole e sembra forte solo perché nessuno lo sta sfidando sul serio. E lo si sfida con tre parole d'ordine: (a) dallo Stato assistenziale allo "Stato della crescita"; (b) dalle cose della politica alla politica delle cose; (c) il vero confine politico non é tra destra e sinistra, ma tra passato e futuro. Lasciatemi commentare il terzo. Manca ancora l'architettura politica che chiuda la transizione italiana. Gli schieramenti e partiti attuali sono provvisori e né loro né i leader di adesso ci sarannno nel futuro. Una parte del popolo produttivo sta a sinistra mentre gli interessi improduttivi costituiscono una parte della destra. Inoltre i leader sono vecchi o anagraficamente o culturalmente. Con questo assetto qui non si va da nessuna parte. Pensate ad un movimento che rappresenti gli interessi post-ideologici di chi produce nel mercato (più del 65% dell'elettorato, sulla carta) e scegliete qualche giovanotto (meglio una ragazza a questo punto della storia) che lo guidi come rappresentante della rivoluzione generazionale italiana. Una cosa a cui dovete stare attenti é quella di non cercare di imporre il liberismo teorico alle masse, ma piuttosto formulare un liberismo che possa essere realisticamente di massa. Significa concepire un modello economico di libero mercato, ma dove nessuno é lasciato solo. Gente del mio tipo vi può dare gli elementi tecnici. Poi caricate molto il simbolo della nazione per ottenere sul piano emotivo un'identità collettiva forte, ma "identità competitiva" e non veteronazionalistica. Ed, infine, mobilitate con coraggio. Circa 100mila giovani spagnoli lo hanno fatto 20 anni fa quando la storia glielo ha permesso. E si sono divertiti un mucchio oltre a fare del bene al loro Paese. Adesso la storia vola con voi, in Italia. Ah, dimenticavo, il colore è il blu, le bandiere del popolo produttivo unito. Codice? Cherubini dell'apocalisse. Buon 1997, gloria e fortuna.

(c) 1997 Carlo Pelanda
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