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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2009-8-21

21/8/2009

Il governo deve darsi una strategia

Diversamente dalle elezioni del 2001, in quelle del 2008 il PdL e gli alleati della coalizione non hanno avuto il tempo per predisporre un programma – prima elettorale e poi precisato come impegno di governo - ponderato, ben studiato, selezionato in termini di priorità e fattibilità. Non è una critica. Le nuove elezioni ravvicinate non permisero elaborazioni più pensate. Inoltre la priorità percepita dalla maggioranza degli elettori era quella di togliere il potere una sinistra che aveva fatto un disastro alzando tasse e costi di sistema proprio mentre saliva l’inflazione. Appena eletti governo e maggioranza dovettero affrontare una crisi dell’economia globale difficilmente gestibile con mezzi nazionali e ciò, comprensibilmente, mise in priorità le contingenze, secondarizzando la politica di prospettiva. Ma la fase più acuta della crisi è passata, pur l’impatto ancora in corso. Ora va fatto un vero piano d’azione per dare un contenuto  al governo Berlusconi che non sia solo l’antiprodismo e per rimettere sui binari un’Italia che sta deragliando per difetti strutturali del modello, amplificati dalla crisi.  

Queste parole non suonino offensive per chi ha la funzione istituzionale di controllare la “realizzazione del programma di governo” e per coloro che hanno scritto quello elettorale, nonché per i bravi ministri che si dono dati linee strategiche settoriali. Ma anche loro riconosceranno che il problema è la mancanza di qualcosa, non quello che c’è. Manca il motore strategico dell’azione di governo. E non è accettabile che manchi in un periodo storico in cui l’Italia dovrà necessariamente cambiare il proprio modello politico/economico se vorrà restare luogo di speranza di ricchezza ed ordinato. Non dimentico che “la cifra” di questo governo è la realizzazione del federalismo fiscale, certamente una riforma di struttura. E personalmente sono totalmente a favore. Ma non posso non vedere che la sua impostazione è al momento più frutto di un accordo elettorale su pressione del localismo della Lega che un disegno nazionale ponderato. Per capirci, permettetemi un inciso personale.  Tempo fa, in occasione di un incarico di ricerca ricevuto dal governo del Canton Ticino per pensarne lo sviluppo futuro (Ticino 2015, Libro bianco, 1998) ebbi l’opportunità di studiare a fondo la relazione tra modello omogeneo del welfare nella Confederazione svizzera e le (fortissime) autonomie locali, e fiscali, dei Cantoni. Il primo era un pesante limitatore di fatto delle seconde, l’insieme pieno di distorsioni. Da questa esperienza, riportandola al caso italiano, ricavo che, se si vogliono evitare grossi guai, non sarà possibile applicare il modello di autonomia locale fiscale senza parallelamente riformare in modo armonizzato il modello nazionale di Stato sociale. Questa seconda parte, mi sembra, ancora manchi e andrebbe inserita nel programma di governo per poter realizzare la prima, il federalismo fiscale, già delineata. Un altro contenuto strategico del governo Berlusconi dovrebbe riguardare una presa di posizione sulla legge elettorale. Quella attuale interrompe la rappresentanza territoriale dei parlamentari nazionali, nominati da una centrale partitica, in violazione di un principio fondamentale della democrazia che ne mina la stabilità. Ed è un punto. L’altro, in tema, è che l’Italia ha bisogno di rafforzare la governabilità che è strumento per poter cambiare. Difficilmente potremo rimandare la scelta di avere un timone se vogliamo virare nel mare della storia evitando il gorgo davanti a noi. Quindi i partiti della maggioranza devono darsi un progetto in materia, per esempio elezione diretta dell’esecutivo separata da quello del potere legislativo. Oppure? Ma questi sono solo alcuni dei tanti punti che un vero programma di governo dovrebbe definire, organizzandoli per priorità, ciascuno con un’agenda, e che ora mancano o sono solo accennati. Il superprioritario dovrebbe essere quello dell’abbattimento almeno parziale del debito. Non è possibile governare, timonare, quando si pagano ogni anno quasi 5 punti di Pil di interessi sul debito. Sono rimasto sconcertato quando ho visto che il governo non ha un piano esplicito in materia. Di solito i programmi sono solo carta superata dalla realtà quotidiana. Ma quando una nazione deve cambiare, quando la situazione storica è straordinaria, la capacità di fare programmi, esplicitarli, discuterli, adattarli al consenso è lo strumento necessario per poter cambiare. In una democrazia.         

(c) 2009 Carlo Pelanda
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