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Carlo A. Pelanda
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Il Tempo

2009-11-4

4/11/2009

Una ripresa difficile da governare

Potrà sembrare un paradosso, ma i problemi della ripresa saranno di gestione più difficile di quelli della crisi.

Governi e Banche centrali, in tutto il mondo, hanno reagito con misure eccezionali alla crisi finanziaria e conseguente recessione globale, esplosa nel settembre 2008, riuscendo a riportare il sistema in crescita già dalla primavera del 2009. Il picco di crisi è stato brevissimo. Ma per salvare il sistema è stata generata una bolla di debito e di capitale abbondante a basso costo che comporta il rischio di ricaduta in recessione per eccesso di inflazione e altre distorsioni. Questa sarebbe più pericolosa della crisi del 2008 perché il sistema mondiale è ancora in convalescenza e troverebbe il mercato, il sistema finanziario, i bilanci degli Stati e le Banche centrali stremati e con poca forza reattiva. Potrebbe trasformarsi in depressione globale. In teoria non è difficile evitare tale pericolo. Si tratta di riassorbire la liquidità in eccesso per evitare megabolle, alzando il costo del denaro e riducendo la massa monetaria finanziarizzabile, nonché di ridurre la spesa pubblica per riequilibrare i bilanci degli Stati e contenerne il debito, in modo graduale calibrato con la ripresa dell’economia reale e del sistema bancario. Ma in pratica la calibratura è difficilissima da ottenere. L’economia finanziarizzata sfugge ai tentativi di mantenerla in equilibrio costante e tende a procedere per bolle, implosioni e nuove bolle. Per esempio, da marzo le Borse sono cresciute oltre i limiti sostenibili dalla ripresa reale pompate dall’eccesso di liquidità. Il ritirarne molta, ora, le farebbe crollare, ma il non farlo le scasserebbe dopo e peggio. Un altro problema è che alla fine degli stimoli la ripresa è diventata più lenta, in particolare, nelle locomotive globali  America e Cina. Ma se quelli Stati li rinnovano scasseranno i bilanci e/o contribuiranno all’inflazione. Infatti per tutti il dilemma è inflazione o disoccupazione. E tutti cercano un compromesso che minimizzi ambedue. Ma America e Cina stanno  rischiando (molto) sul lato dell’inflazione, l’Eurozona (troppo) su quello della disoccupazione. Le Banche centrali stanno iniziando con prudenza il ritiro della liquidità perché si vede inflazione nell’orizzonte a 18 mesi, ma stanno tardando ad alzare i tassi per non compromettere la ripresa stessa. Brivido. Gli Stati dell’eurozona hanno un problema peggiore. Hanno erogato meno stimoli in deficit, ma, avendo un modello che fa dipendere la crescita dall’export, la crisi di questo ne aumenta comunque la disoccupazione e la spesa in deficit per gli ammortizzatori sociali e quindi il debito. La politica del rigore senza crescita ha destabilizzato i bilanci pubblici. Dovrebbero stimolare più crescita interna per bilanciare la ripresa lenta della domanda globale, ma non riescono a detassare sia per il debito eccessivo sia per la rigidità del modello di protezionismo sociale, simile in Francia, Germania ed Italia. Pertanto l’Eurozona rischia sia stagnazione interna sia inflazione importata dall’esterno. Le proiezioni date ieri dalla Ue indicano la prima. Chiarire il rischio qui detto serve a mostrare quali soluzioni lo minimizzerebbero. Due: (a) consolidamento europeo integrato del debito per permettere agli Stati di ridurre le tasse e fare più crescita con riassorbimento della disoccupazione; (b) dare coesione alla Ue affinché possa avere la forza di affermare i propri interessi di stabilità nei confronti di America e Cina, sia aiutandole sia dissuadendole.

(c) 2009 Carlo Pelanda
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