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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2009-4-20

20/4/2009

Auguri Fiat

Questa settimana sarà decisiva per la conferma o il fallimento dell’accordo tra Fiat e Chrysler che, nel tempo, porterà la prima ad acquisire la seconda e, nell’immediato, a gestirla. La questione va ben oltre le cronache economiche di settore perché riguarda la sopravvivenza o meno della stessa industria automobilistica in Italia che è un pilastro portante, anche per il suo enorme indotto, della nostra ricchezza nazionale. Credo, infatti, che se l’azione della Fiat in America avrà successo ciò faciliterà la sopravvivenza di questo settore industriale in Italia. Per questo, cioè per interesse sistemico, dovremmo  farle gli auguri. Spiego.  

Prima mi si permetta, anche se i dettagli sono ben descritti nelle cronache dedicate, di descrivere sommariamente il punto critico. Chrysler, il più piccolo dei tre giganti di Detroit, non riesce ad andare avanti. Fiat ha proposto di darle la sua tecnologia di piccole automobili efficienti e a basso impatto ambientale, di fatto le auto stesse da produrre e vendere in America, in cambio di azioni, fino alla maggioranza. A patto, però, che il governo statunitense immetta liquidità (Fiat è in una contingenza finanziaria che non le permette impegni finanziari ulteriori) e le banche creditrici accettino una ristrutturazione del debito Chrysler. E che i sindacati – americani e canadesi – accettino sia di trasformare in azioni il loro credito previdenziale e sanitario nei confronti dell’azienda sia una riduzione del costo del lavoro. In questa settimana i sindacati dovrebbero confermare l’accordo. Resta lo scoglio delle banche creditrici che guadagnerebbero, in apparenza, di più se Chrysler fallisse e suoi beni fossero messi all’asta. L’Amministrazione Obama ha organizzato un team speciale per il settore auto, sta sostenendo l’accordo con la Fiat e sarà l’attore principale per la trattativa con le banche. Le sensazioni sono buone e aspettiamo gli eventi incrociando le dita. Qui concentriamoci, invece, sulla rilevanza geoeconomica di questo affare. Il settore mondiale dell’auto è colpito dalla sovracapacità produttiva strutturale peggiorata dalla crisi, prima di aumento del prezzo dei carburanti (2005 – 2008) e, poi, recessiva. Proprio Marchionne, leader operativo della Fiat, sintetizzò qualche tempo fa lo scenario futuro: resteranno pochi gruppi al mondo perché per sopravvivere, cioè per mantenere il profitto, un’azienda deve avere una capacità di produzione e vendita di almeno 5,5 milioni di autovetture. I grandi numeri di produzione, infatti, bilanciano il poco profitto per unità venduta e gli alti costi di ricerca e sviluppo. In tale scenario si salverà solo chi acquisisce e si globalizza. Chrysler è la scelta perfetta per la Fiatperché non implica sforzi finanziari eccessivi, le apre il mercato statunitense dove non c’è e le da una leva di scala per ulteriori acquisizioni. Il punto: se Fiat resta indipendente ed acquisitrice dovrà anche aumentare gli investimenti in Italia. Se, invece, resta così come è andrà in sofferenza e la produzione in Italia verrà ridotta così come il volume dell’indotto. Le aziende francesi e tedesche, sostenute pesantemente dai rispettivi Stati,  hanno tutto l’interesse a togliere di mezzo un competitore come Fiat per prendergli la quota di mercato in Europa ed altrove. In caso di acquisizione gli investimenti e l’indotto sarebbero trasferiti fuori dall’Italia e noi perderemmo capacità industriale. Da un lato, possiamo pensare a ragione che il governo italiano farebbe di tutto per evitare un’acquisizione dannosa ponendo condizioni al governo dell’acquirente europeo. Dall’altro, se un’azienda perde indipendenza, alla fine, la politica può attutire  l’impatto, ma poco. Sembra naturale, pertanto, fare il tifo per la Fiat che si è mossa con audacia per evitare un destino negativo a se stessa e così evitarlo a tutti quegli italiani – e a una buona parte di americani e canadesi - che vivono di produzione automobilistica. Non è per nazionalismo economico,  ma per consapevolezza che nell’eurozona non c’è spazio per tre potenze industriali. Francia e Germania, aziende e governi, hanno interesse oggettivo a deindustrializzare l’Italia per estendere le loro produzioni nel nostro mercato. L’Italia potrà sgusciare dalla morsa se le nostre imprese si rafforzeranno diventando anche americane, come fatto, per esempio, da Finmeccanica. In questa competizione geoeconomica il successo della Fiat non è una questione aziendale, ma di interesse nazionale.     

(c) 2009 Carlo Pelanda
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