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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2014-5-20

20/5/2014

L’euro non scenderà a sufficienza ma il dollaro potrebbe e dovrebbe salire

La Bce ha comunicato che a giugno reflazionerà l’Eurozona, con l’esito atteso di abbassare il valore di cambio dell’euro contro dollaro, facendo intendere che la Germania sarà d’accordo. Ma l’accostamento tra postura svalutativa e consenso tedesco appaiono un ossimoro in quanto è improbabile che il secondo si spinga ad appoggiare una svalutazione robusta che poi alzi il rischio di inflazione importata. La misura dell’impulso stimolativo che appare necessaria, infatti, implica una svalutazione almeno del 10-15%. Il consenso tedesco, condizionato da un’ansia eccessiva nei confronti dei rischi inflazionistici, potrà sostenere solo azioni più contenute. Il mercato sembra averle già scontate, portando il cambio verso 1,35 dollari per un euro dalla tendenza precedente verso l’1,40. Se così, la mossa sarà inefficace. Bisognerebbe insistere per azioni più incisive? Probabilmente è inutile. Così come appare inutile pressare e/o sostenere Draghi per aiutarlo a svincolarsi dalla gabbia tedesca (anche se Olanda e Finlandia potrebbero prendere posizioni meno filotedesche visti i guai recessivi in cui si trovano). La rubrica spera di essere smentita, ma teme che l’euro resterà in trappola di cambio troppo elevato, mantenendo l’Eurozona vicina al rischio di deflazione, cioè in stagnazione. Rassegnazione? Non è detto perché la rubrica comincia ad annusare un’inversione di scenario, ancora a bassa probabilità, ma non irrilevante. L’euro resta alto anche perché il mercato finanziario opera un carry trade massivo in dollari, cioè si indebita in dollari, compra remunerazione e rivalutazione in euro, per poi tornare meno soldi al prestatore, guadagnandoci parecchio. Un giochino del genere sarebbe interrotto se la Bce comprasse tonnellate di debito americano, svalutando l’euro di brutto. Ma non lo farà, appunto, dissuasa dal rischio di importare troppa inflazione. Tuttavia, gli attori del mercato finanziario globale e la statunitense Fed dovrebbero iniziare a chiedersi, prima o poi, se le Borse potranno continuare a crescere in condizioni di dollaro debole. In particolare, appare contradditorio tenere sopravvalutato l’euro il cui sottostante di crescita sul piano dell’economia reale è basso e sottovalutato il dollaro il cui sottostante di business concreto è in forte crescita. Questo appare uno squilibrio che implica una correzione verso la rivalutazione del dollaro. Da un lato, la Fed non vorrà rivalutare il dollaro. Dall’altro, se questo squilibrio perdurasse ci sarebbe il serio rischio di un crollo borsistico non facile, nelle contingenze di una ripresa ancora incompiuta, da riparare. Il mercato non sta inquadrando un tale scenario perché i suoi sistemi di calcolo sono meno sistemici. Ma la Fed dovrebbe vedere il problema, avendo gli strumenti, considerando che quella Banca centrale ha un terrore ossessivo di indurre crolli borsistici tanto quanto la Bce germanizzata lo prova per un minimo rischio di inflazione. In sintesi, per mantenere in crescita le Borse – unico luogo dove il mercato può trovare rendimenti decenti – sarebbe necessario tirar su il dollaro ed ottenere un flusso di capitali sulle Borse americane, attratto anche dalla rivalutazione, per tenerle vivaci e così tirare quelle globali. Autorevoli scenaristi prevedono dollaro basso ed euro intrappolato in alto, ma la rubrica annusa che non potrà durare troppo. Scenario di caso migliore? Accordo monetario tra America ed Ue per contenere le oscillazioni del cambio tra dollaro ed euro entro limiti ed avviare la convergenza tra le due valute, ma al momento è fantapolitica.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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