ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

Il Foglio

2013-6-11

11/6/2013

Una possibile strategia italiana per l’ancoraggio della Turchia all’occidente

La rubrica ritiene che sia priorità per la politica estera italiana individuare un ancoraggio solido della Turchia all’occidente. Ankara: (a) non ha più la speranza di essere il centro di un mercato con Iran e Siria perché ha fatto guerra alla prima, perdendola insieme agli ambigui alleati Qatar e Francia nel contesto di un sostegno contradditorio da parte dell’America; (b) e perché la Siria stessa - dove Assad sostenuto da Tehran, Russia e Cina, riuscirà a mantenere il dominio dell’area prossima al Libano e con sbocco al mare - verrà frammentata e congelata da una soluzione di tipo “bosniaco”; (b) la politica neo-ottomana di estendere l’influenza turca nell’area islamico-mediterranea e turcofona centroasiatica si è arenata; (c) lo sviluppo economico a razzo degli ultimi anni, anche favorito dall’attivazione dell’Anatolia meno modernizzata e più islamizzata, pare esaurito; (d) la divisione interna tra islamisti e secolarizzati, nonché tra aree turche occidentale ed orientale, ha preso forme di conflitto civile aperto; (e) Il partito maggioritario AKP sta spaccandosi tra ala moderata, minoritaria, ed integralista costringendo Erdogan a seguire la seconda per non perdere la leadership. In sintesi, la Turchia si sta destabilizzando per il venire meno dei sostegni esterni, tra cui il minor assorbimento di merci dall’Eurozona in crisi, ed interni allo sviluppo economico. Inoltre la degenerazione del partito maggioritario spinge il governo a dare risposte sbagliate al problema. La situazione non è tale, ancora, da rendere probabile una divisione della Turchia, per altro densa di etnie diverse, in tre nazioni: occidentale, islamica e curda. Ma tale scenario inizia a prendere profilo. Soprattutto, la Turchia indebolita è oggetto di penetrazione da parte della Cina che già ha un buon controllo dell’Iran, in estensione all’Iraq, per poi connetterlo territorialmente alla penetrazione in Afghanistan e Pakistan, entro una strategia di conquista progressiva dell’Asia centrale. Per poi proiettarsi nel Mediterraneo. La Cina non è ancora un nemico diretto dell’occidente, ma è un competitore. Inoltre l’insediamento cinese negli snodi economici è fatto in modo da non lasciare spazi ad altri e comporta frizioni da “guerra economica”, in prospettiva anche con l’Italia. Pertanto mantenere la Turchia nell’area occidentale è un interesse evidente italiano. L’America manovra poco e male. La Germania ha una politica estera mercantilista che cerca business comunque in qualsiasi configurazione geopolitica. La Francia è inaffidabile. Il Regno Unito senza forza. Ma la Russia certamente non vorrà un’estensione dell’influenza cinese che poi nel futuro la stritolerebbe. Quindi, scontato che la Turchia mai entrerà nella Ue, è opzione per l’Italia valutare con Mosca ed Ankara la formazione di un’area di libero scambio del Mediterraneo orientale e Mar Nero che includa Grecia, Bulgaria, Romania, Russia, (Georgia), Turchia, Libano, Cipro, Palestina, (Israele) ed Italia. Questa area avrebbe come capitale economica di fatto la Turchia, capitale finanziaria l’Italia con partner una Russia soddisfatta perché consoliderebbe la sua presenza diretta a Cipro e Siria lato mare, piattaforma per altri giochi areali di influenza. In questa strategia l’ancoraggio della Turchia all’occidente passerebbe per l’Italia dandole un vantaggio geoeconomico che merita il rischio di una iniziativa sovrana. Fattibile? Se fatta silenziosamente, con incroci di accordi nazionali di libero scambio per non coinvolgere la Ue e rassicurando l’America, certamente sì.

(c) 2013 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli