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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2013-1-2

2/1/2013

L’analisi dei sistemi mostra i potenziali ed i limiti dell’offerta politica di Monti

Negli anni ’80 la Teoria della complessità mostrò che una piccola variazione poteva comportarne una totale e improvvisa in un sistema. La matematica “thomiana” della discontinuità modellizzò tali fenomeni. La termodinamica generalizzata di Prigogine individuò le condizioni di metastabilità dei sistemi che li rendono suscettibili di cambiamento discontinuo. La rivoluzione dell’informazione diede la sensazione che la società e/o il consenso potevano essere cambiati velocemente a partire da piccoli motori se diffusamente comunicabili. La rilettura della storia con nuovi strumenti confermò. Nel 1917 un piccolo nucleo di comunisti guidati da Lenin innescò un mutamento rapido e totale del sistema reso metastabile dal malcontento diffuso e connesso sul piano informativo dal gran numero di persone in armi. Nel 1960 Kennedy, grazie al miglior uso della appena nata televisione, creò una imprevista discontinuità nel consenso. Così come Berlusconi in Italia nel 1994. Questi ed altri esempi, riportati a modello sistemico, mostrano i requisiti che permettono il successo di una nuova offerta politica discontinua: (a) metastabilità; (b) ingegneria adeguata del simbolo; (c) diffusione comunicativa rapida. Il punto di vittoria, ovviamente, è la capacità di spostare e vettorializzare le opinioni di grandi masse in poco tempo. Ma il think tank del rubricante, che adotta ed innova continuamente la Teoria dei sistemi come strumento di scenarizzazione, quando ingaggiato in materia elettorale in diverse nazioni e da due decenni, ha sempre avvertito che ottenere tale capacità è meno facile di quanto predetto dalla Teoria della complessità: in una democrazia con solo media metastabilità la forza dell’inerzia (abitudini, interessi consolidati, ecc.) un piccolo motore di cambiamento difficilmente riesce a produrne uno sufficientemente grande pur le forze continuiste indebolite dalla metastabilità stessa. Per riuscirci deve massimizzare uno dei tre fattori detti sopra. Berlusconi, nel 1994, massimizzò la comunicazione di un simbolo mantenuto semplice, cioè contro qualcosa. Così Obama nel 2008. L’Italia di inizio 2013 è in condizioni di metastabilità media, ma con un picco di delegittimazione della politica, che rende deboli le offerte tradizionali di Pdl, Lega e PD pur questo tentando un rinnovamento. Ciò lascia spazio a nuove offerte discontinue. Ma Grillo tenta di occuparlo credendo troppo alla Teoria della complessità/comunicazione. Non potrà spostare grandi masse. Monti ha visto bene lo spazio per attuare una strategia maggioritaria a partire da un piccolo motore con simboli di nuova sintesi che attirino elettori centristi di destra e sinistra con forte domanda di novità. Il potenziale, infatti, è tra il 35 ed il 40% del consenso. Ma cosa dovrebbe massimizzare per saturarlo? Il simbolo è un’offerta di nuovo modello che rende compatibili Stato e mercato. Il rubricante lo comprende perché coincide con quanto proposto nel libro “Il nuovo progresso” (2011) ma dubita che una specificazione intensiva di questi contenuti innovativi e difficili possa essere colta dal più dell’elettorato in poco tempo. La massimizzazione carismatica è impedita dal tipo di personalità e dai limiti dei media in campagna. Pertanto, al momento, è probabile che le due offerte discontinue (Grillo e Monti) erodano il consenso di quelle continuiste (Pdl, Lega e PD) ma senza prevalere, pur l’Italia in metastabilità e forte la domanda di novità. Se così, il parlamento sarà ingovernabile e ciò porterà a nuove elezioni nel 2014. La rubrica augura agli italiani innovativi di restare tali fino ad allora.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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