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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-7-31

31/7/2012

Berlino vorrà salvare e consolidare l’euro perché è strumento per fare Reich

La Germania è interessata o no alla continuità dell’euro? Gli scenaristi, anche in Italia, offrono due analisi opposte: (a) disinteresse di Berlino nel mantenere in vita Ue ed Eurozona perché il suo spazio futuro di espansione geoeconomica è ad oriente e verso l’Asia centrale; (b) interesse di Berlino nel creare un’Europa integrata a conduzione tedesca per usarla come moltiplicatore di potenza nazionale nelle relazioni G3 con America e Cina. In realtà i due scenari non sono incompatibili. Infatti Berlino li sta perseguendo ambedue. Ma non lo sta facendo (ancora) in base ad un piano strategico preciso. La spinta ad oriente è più fisiologica che disegnata, trainata da una dottrina mercantilista che a sua volta dipende dal “progetto nazionale” della Germania post-bellica: dare priorità all’industria ed alla conquista dei mercati, globalmente, come strumento di nuova potenza. La scelta di accettare l’euro, cioè l’europeizzazione, fu dovuta alla scelta di Kohl di evitare in tal modo un contenimento ostile della Germania riunificata. Infatti il pensiero (geo)politico tedesco non è mai stato europeista, per altro come quello francese, ma ha sempre valutato l’Europa come strumento di moltiplicazione della forza nazionale e mai ha pensato di cedere veramente sovranità. Nell’ultimo decennio i think tank tedeschi (e francesi) hanno avuto problemi nel definire un eurosistema che desse più vantaggi che costi nazionali e ciò ha bloccato la strutturazione della Ue e dell’Eurozona. Ora l’impasse sta trovando una soluzione di fatto: la Germania è la potenza guida dell’Europa e quindi le conviene trasformarla in proprio dominio con il nome di Stati Uniti d’Europa, di fatto il Quarto Reich. E le regole dell’euro sono lo strumento perfetto per conquistare via condizionamento e non via conflitto. Tale idea è condivisa dalle élite, ma c’è una differenza tra chi pensa si debba spendere e cedere qualcosa per fare il Reich (Schauble) e chi, invece, ritiene che gli europei dovrebbero pagare una tassa per la propria auto-annessione (Merkel). La seconda posizione è dovuta al fatto che il 57% degli elettori tedeschi non vuole spendere denari fiscali per eurosolidarietà e le elezioni sono vicine (settembre 2013). Ciò spiega perché Merkel ritardi accordi tipo eurobond e tenda a spostare sulla Bce, i cui interventi non implicano l’impiego diretto e visibile di denari pubblici nazionali, la responsabilità di salvare il sistema, pur con limitazioni. In sintesi, la Germania vuole l’euro come strumento di Reich per difendere il proprio interesse nazionale in un sistema globale che si sta frammentando in blocchi regionali, ma le sue èlite non hanno ancora le idee chiare e ciò genera l’impressione sbagliata che sia disponibile a rinunciare all’euro stesso. Chiarito questo punto, qual è l’interesse nazionale italiano? Nel breve termine Monti non può far altro che andare a pelo con Berlino perché l’Italia non ha né solidità interna né immagine sufficienti per fare diversamente. Ma tale strategia implica l’(auto)annessione impoverente ed irreversibile al Reich. La rubrica ha idee su come evitarlo, il rubricante ha organizzato un gruppo di studio che le sta simulando e specificando. Ma elaborarle sarà inutile se non emergerà in Italia una massa critica di pensiero nazionale post-europeo e realistico che le riceva come contributo. La buona notizia è che sta emergendo, per esempio il rapporto “Europa senza guida, Italia senza sovranità” della Fondazione Magna Carta. La cattiva è che c’è poco tempo per invertire un destino gotico.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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