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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2012-3-20

20/3/2012

La produzione nazionale di gas e petrolio potrebbe essere la nuova leva di crescita

La posizione del ministro per lo sviluppo economico, Passera, favorevole all'aumento dell'estrazione di petrolio e gas in Italia è una novità in relazione al disinteresse, per timore di dissensi ambientalisti, dei governi precedenti. La rubrica invita ad approfondire perchè tale soluzione, se le quantità fossero significative, avrebbe effetti sistemici: minori importazioni di energia e riequilibrio della bilancia commerciale, introiti notevoli da diritti di sfruttamento per le casse statali, riduzione dei costi energetici, sviluppo dell'industria mineraria italiana con riverberi su molti altri settori industriali. Ora l'Italia è al quarto posto in Europa per produzione di idrocarburi. Questa copre il 10% del fabbisogno nazionale e sarebbe raddoppiabile entro 5 anni. Non male. Ma le prospettive sembrano molto migliori. La striscia con possibili giacimenti prende la Valle padana e l'alto adriatico, svolta a sud lungo tutto questo mare incrociando l'area appenninica, Basilicata in particolare, continuando verso la Sicilia e nel mare in direzione della Libia. Il petrolio italiano sembra stare molto in profondità, rendendone difficile l'individuazione e costoso lo sfruttamento, e in giacimenti sottomarini. La rubrica, confortata da indiscrezioni tecniche, aderisce all'ipotesi che di petrolio ce ne sia molto di più di quanto finora ipotizzato. Ma è meno ipotetica la stima di quantità molto rilevanti di gas nell'area adriatica, tutta. Quindi una prima stima delle quantità potenziali rende plausibile ipotizzare che l'Italia possa raggiungere l'autonomia energetica, con un mix di fonti a prevalenza di combustibili fossili, gas metano in particolare, via produzione nazionale e mantenerla per qualche decennio. Come mai tale potenziale non è stato finora ben esaminato ed esplicitato? Le prospezioni sono state ostacolate dalla complessità autorizzativa, amplificata dall�ecofanatismo. Una esplorazione in Italia dura in media 36 mesi contro i 24 della media mondiale. Centinaia sono i progetti bloccati. Quelli sbloccati e fertili ci mettono mediamente 96 mesi per passare dalla fase di scoperta a quella di estrazione, contro una media di 48 nel resto del mondo, cosa che alza del 20% i costi di produzione. Inoltre il prezzo del petrolio ha preso volumi che giustificano grandi investimenti per esplorazioni e sfruttamenti in aree difficili solo dai primi anni del 2000. Ma il fattore politico appare il più importante: nessun governo ha confezionato un piano energetico capace di incentivare esplorazioni e sfruttamenti, semplificandoli, come invece fatto, nell'area europea, da Regno Unito e Norvegia. In sintesi: (a) ci sono sufficienti indizi per pensare che l'Italia galleggi su un mare di petrolio molto in profondità e su una estesa bolla di gas e che se anche fosse di meno è molto di più di quanto ora stimato; (b) le nuove tecnologie permettono estrazioni sia marine sia terrestri in piena sicurezza ambientale; (c) una prima stima, prudente, della rubrica porta a sperare che in dieci anni la produzione nazionale di gas e petrolio possa coprire almeno il 50% del fabbisogno, e che ciò comporti, a regime, un contributo aggiuntivo del 2% al Pil annuo, con effetti migliorativi sul Pil stesso grazie agli investimenti di esplorazione ed estensione degli sfruttamenti in essere già a partire dal terzo anno se si partisse ora. Stellone italiano: quella crescita che ora appare difficile indurre con riforme di efficienza e in ambiente di deflazione prolungata potrebbe venire da petrolio e gas. Drill.

(c) 2012 Carlo Pelanda
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