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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2010-10-14

14/10/2010

Afghanistan: situazione ambigua, ma strategia chiara

La Nato non sta perdendo la guerra in Afganistan. Il problema è che la condizione di vittoria in quel teatro è ancora ambigua. Anche la definizione spaziale del teatro stesso non è stabilizzata in quanto include il Pakistan e coinvolge tutta l’Asia centrale e quindi le “potenze regionali” che hanno interessi in quell’area: Cina, India, Russia, Turchia ed Iran. Tale ambiguità dipende principalmente dal fatto che l’America non riesce a decidere se ingaggiarsi o meno nella regione centroasiatica per dominarla, obiettivo strategico della precedente Amministrazione Bush. Ciò  rende difficile per gli alleati definire i loro interessi e, per poca chiarezza sia reale sia retorica degli obiettivi, mantenere il consenso interno sull’azione militare. Ma il momento richiede comunque all’Italia lucidità strategica.  

Da mesi è in corso un negoziato tra i diversi gruppi “insorgenti”  ed il governo di Kabul. I primi devono dimostrare forza per strappare più concessioni e per questo, pur stremati, aumentano le azioni offensive. La loro strategia punta ad uccidere più soldati di nazioni  vulnerabili a cedimenti del consenso. Per questo i militari italiani sono e saranno più bersagliati nei prossimi mesi. Quindi è ovvio che mostrare più coesione nazionale e determinazione ridurrà la pressione sui nostri soldati perché il costo di attaccarli diventerà superiore alla probabilità di ottenere un ritiro dell’Italia. Così come è ovvio togliere i limiti alle regole di ingaggio per permettere al nostro contingente sia di proteggersi meglio con azioni offensive sia di contribuire al successo della trattativa comprimendo di più l’insorgenza. Per l’Italia un’alleanza è un moltiplicatore dell’influenza nazionale. Per esempio, la partecipazione alla missione Nato/Onu in Afghanistan le permette di sedere a tavoli politici da dove altrimenti sarebbe esclusa e da lì ottenere vantaggi di sicurezza e geoeconomici. L’ambiguità strategica statunitense  non permette di precisare l’analisi costi/benefici prospettica e quindi fa pesare di più i primi sulla definizione del nostro interesse nazionale. Ma bisogna considerare che: (a) la conquista da parte dei repubblicani del Congresso, nelle elezioni di novembre, impedirà ad Obama il ritiro pur annunciato; (b) che nel 2012 non sarà rieletto; (c) che un qualsiasi presidente americano “normale” ingaggerà la Nato nell’Asia centrale per contenere la Cina. L’Italia ha quindi l’interesse a restare ingaggiata nel medio termine e, per il lungo, portare entro lo “schema” la Russia e ottenere contratti per le sue industrie. Quindi conviene restare, combattere e pretendere vantaggi.            

(c) 2010 Carlo Pelanda
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