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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2011-1-4

4/1/2011

Il rilancio del progresso richiede la transizione dai linguaggi di conflitto a quelli di alleanza

Perché l’occidente non riesce a produrre una nuova teoria del progresso? Il pensiero filosofico, politico e tecnico occidentale è rimasto intrappolato in dicotomie conflittualistiche sterili, macchine (modelli) celibi. Per questo la rubrica auspica l’abbandono dei linguaggi di “conflitto” e l’adozione di  quelli di “alleanza”.   

Che senso ha il conflitto tra stato/mercato? Nessuno, nella realtà di oggi. Lo ebbe quando le guide politiche delle masse in cerca di riscatto forzarono il primo a produrre garanzie per limitare la selettività del secondo. E’ avvenuto, non funziona granché e per farlo funzionare bisogna che stato e mercato trovino una nuova relazione di complementarietà dove ciascuno svolga la propria missione: lo stato deve dare garanzie, il mercato ricchezza. Il pensiero conflittualista di sinistra, invece, insiste sull’impossibile modello che lo Stato debba dare ricchezza ed il mercato garanzie. Quello di destra liberista, simmetricamente irrealistico, propone che non servano garanzie. Il realismo mostra che ci vogliono garanzie compatibili con il mercato, non un vuoto di esse e non di un tipo che deprime il mercato stesso. Pertanto la cosa più ovvia è quella di concepire stato e mercato come parti, o stazioni, di un unico ciclo del capitale e renderli compatibili. Una considerazione simile può essere fatta per il conflitto tra capitale e lavoro. Perché dovrebbero essere opposti se ambedue sono forme del capitale stesso? La lista dei termini in conflitto che in realtà non lo sono più o che non ha senso realistico ritenere che lo siano potrebbe continuare fino a toccare quasi tutte le dicotomie su cui si fonda il ciclo problema/soluzione del pensiero occidentale: avere ed essere, tecnica e morale, intuizione e forma, induzione e deduzione, convenzionalismo ed empirismo, ecc.. Dovevamo sospettarlo prima, per esempio, quando il pensiero sistemico ci mostrò rappresentazioni della realtà come flussi di informazione, materia ed energia tra cose diverse e non come conflitto (strutturale) tra loro. O Wittgenstein che, alla fine, non c’è conflitto tra intuizione e forma. Ma allora la società era meno complessa ed il limite del pensiero conflittualista nel semplificare la complessità, organizzandola, non si notava. Ora la società è oggettivamente molto complessa, lo sembra troppo, intrattabile ed inguidabile, perché non c’è un linguaggio che la semplifichi, e ciò blocca la produzione di nuove idee di progresso. In realtà il linguaggio risolutore c’è: mettere in relazione di alleanza (complementarietà, sintesi sistemica, ecc.) tutto ciò che prima vedevamo in conflitto. Semplice.     

(c) 2011 Carlo Pelanda
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