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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2009-2-10

10/2/2009

Accorciare la crisi è l’unico modo per evitare il protezionismo

Valle in via di desertificazione. Ogni albero reagisce alla siccità massimizzando il prelievo dell’acqua a scapito dell’altro. Alla fine tale strategia egoistica fa morire tutti. Finita la presentazione, l’ecobiologo chiede perché una tale ricerca serva ad un gruppo di scenaristica politica ed economica. Stiamo cercando di capire le cause del protezionismo – risponde il vice del rubricante – e non ci soddisfano le analisi delle scienze sociali. I sociologi ritengono che un fatto sociale sia spiegato da un altro sociale. Gli economisti idem. Tutte le scienze perimetrano l’oggetto di studio in autoriferimento al loro livello di linguaggio/osservazione selettivo, ma quelle sociali esagerano nel riduzionismo. E poiché usiamo il metodo sistemico di integrare i loro dati, alla fine importiamo nei nostri modelli multidisciplinari questo limite. E per superarlo – continua l’ecobiologo – volete includere la biologia. Ma perché è ancora esclusa dalle scienze sociali? Per la bizzarra credenza che gli umani abbiano l’anima e la loro mente sia indipendente dalle biodimensioni – sbotta un ricercatore. Interviene il rubricante. Dobbiamo capire il “fondo naturale” del protezionismo per meglio scenarizzarne il rischio corrente.

Gli alberi non hanno un cervello ed alla mancanza d’acqua reagiscono semplicemente cercandola. La natura è fragile per stupidità. Ma la stupidità egoistica si è perpetuata perché ha favorito la sopravvivenza di vegetali ed animali. Gli umani hanno un cervello complesso ed il loro comportamento non è determinato linearmente dall’istinto egoistico. Ma lo è indirettamente per trasposizione variata. La “comunità di difesa” ad alta cooperazione interpersonale è una trasmutazione sociale del bioistinto egoista che ha avuto successo evoluzionistico. In sintesi, di fronte ad una crisi – la cui pressione attiva le basi biologiche profonde del comportamento - la reazione più probabile di un gruppo umano è quella di formare una comunità cooperativa all’interno, ma egoistica ed escludente verso l’esterno. L’individuazione di questo “fondo naturale” implica che il protezionismo: (a) è inevitabile in fase di crisi perché costante biosociale e non variabile socioeconomica; (b) vada contenuto operando sulla crisi stessa per minimizzarla, inefficaci altre misure; (c) venga tollerato durante le crisi entro limiti su cui sia possibile un accordo internazionale. In conclusione, il problema è la crisi e non il protezionismo che ne è conseguenza naturale. Poichè il protezionismo è un rischio assoluto e non relativo i governi dovrebbero avere meno paura di usare strumenti inflazionistici anticrisi.  

(c) 2009 Carlo Pelanda
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