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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2007-4-10

10/4/2007

Un ricordo del pensiero forte di Andreatta che è utile nel presente

Nel 1986 fui invitato da Beniamino Andreatta a collaborare per la missione di contenimento del disordine che stava minando l’Italia. Lo statista mi conquistò garantendomi che, poiché ero incompatibile con la sinistra democristiana, non avrei dovuto parteciparvi, ma lavorare solo con lui in relazione personale. E così fu fino all’inizio del 1994 quando gli dissi che non potevo essere complice dell’allora nascente Ulivo per la sua natura contraria proprio alla missione datami. Cercò di convincermi che non era così, ma, con emozioni di ambedue, cessai la collaborazione. Ora che Andreatta è nella storia desidero ricordarne l’azione, poco nota, su un tema che fu cruciale negli anni detti e che lo è ancora per il prossimo futuro.

Con me Andreatta studiava - e chiedeva aggiornamenti su - gli scenari internazionali. Ma il tema su cui discutemmo e lavorammo di più, a porte chiuse, fu quello di valutare se l’Italia avrebbe potuto governarsi da sola o avrebbe dovuto cedere la sovranità ad un agente ordinatore esterno, nominalmente europeo, sostanzialmente Berlino. Alla fine degli anni ’80 lo Stato non aveva il governo delle aree meridionali dominate da intrecci tra politica e criminalità. La spesa pubblica era fuori controllo. Ricordo una nottata, nel 1989, in cui si elaborò un piano per utilizzare l’inefficienza della burocrazia allo scopo di contenere a valle gli eccessi di deficit votati dal Parlamento. La Repubblica era saltata. Finanza ed industria erano contaminati e incapaci di competere nella globalizzazione che allora mostrava i primi segni. Andreatta concluse che l’Italia non era in grado di governarsi da sola. Ma mi chiese di studiare come attutire la cessione di sovranità e tenere agganciata l’Italia all’America per bilanciare il dominio franco-tedesco. Per inciso, la sua successiva scelta, 1997, di far entrare l’Italia nel sistema americano di produzione del cacciabombardiere F35 fu anche motivata da tale intento. Nel 1993 produssi una strategia, ma Andreatta amaramente la ritenne infattibile perché implicava politici di alta qualità che non c’erano. Il punto: diversamente da altre élite “cessioniste” cercò di dare ordine e modernità all’Italia per renderla partner europeo ed occidentale forte e non debole. Non ci riuscì, ma gli allievi di questo grande statista ora al potere che debolizzano l’Italia invece di fortificarla sappiano cosa tentò il loro maestro. E si vergognino. Con la sospensione del giudizio su Bazoli perché Andreatta lo ritenne soluzione ai problemi creati dai suoi allievi, Prodi in particolare. Bazoli, ci faccia vedere cosa Andreatta vide in lei.      

(c) 2007 Carlo Pelanda
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