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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2008-3-11

11/3/2008

Il protezionismo è la soluzione sbagliata per ridurre l’impatto competitivo della globalizzazione

2° versione corretta

La globalizzazione sta avendo un effetto selettivo sui paesi ricchi. In America, di più, ed Europa aumenta la domanda di protezionismo. Alcuni politici iniziano ad offrirlo. Ma va contrastato sul nascere perché distruggerebbe il mercato globale con conseguenze devastanti.  

 In America i media vedono l’ondata neoprotezionista nei sondaggi e la ricaricano per incrementare gli ascolti. I politici pressati dalla competizione elettorale, dagli stereotipi pompati dai media, semplificano la questione confermando la sensazione della gente che la globalizzazione sia un problema ed il protezionismo la soluzione perché è più breve dire così. In Europa Sarkozy ha teorizzato una globalizzazione bilanciata, ma senza evocare chiusure per non pregiudicare contratti importanti in Asia. In Italia Tremonti caldeggia barriere, ma lo scrive in libri senza trasferirlo ai programmi. In sintesi, siamo in una situazione non ancora pericolosa dove i politici rispondono alla paura della gente assecondandola. Ma le parole in politica sono importanti e c’è il rischio che le soluzioni di chiusura, se ripetute, diventino più popolari di quelle aperte con due pericoli in Europa: (a) l’affermarsi dell’idea che lo Stato sociale non vada cambiato, ma solo difeso dall’esterno; (b) e che senza riforme liberalizzanti gli Stati peggiorino la competitività reale trovandosi nella necessità di alzare barriere sul serio. Sarebbe la catastrofe. Per questo è ora di pubblicizzare le analisi realistiche e le soluzioni aperte. C’è un ritardo tra quando un paese cede ricchezza a quello emergente e poi la riacquista aumentata ed è in questo gap che avviene l’impoverimento del primo. Cause. L’economia dei paesi ricchi non è sufficientemente veloce nell’abbandonare vecchie produzioni per passare a nuove meno vulnerabili alla concorrenza. La Cina non apre a sufficienza il proprio mercato interno e non capitalizza le masse affinché comprino più beni importati. La soluzione di modello implica l’erogare nuove garanzie attive che rendano più dinamico lo Stato sociale e facilitino i cambi di lavoro in Europa ed America. Quella di sistema implica un’alleanza globale tra democrazie che costringa la Cina a darsi un modello aperto a ricchezza diffusa, che gradualmente ne alzerà i costi, invece che concentrata in fondi sovrani. Per pressione geopolitica e non via barriere al suo export. In conclusione, il problema dell’impoverimento c’è, ma dipende da difetti di modello interno e di inazione geopolitica da risolversi all’interno dell’occidente. Quindi l’invocare barriere contro l’oriente, oltre che un errore, è anche una svista analitica.            

(c) 2008 Carlo Pelanda
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