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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2003-2-8

8/2/2003

La difficile ricerca di motivi per uscire dal pianeta ha bisogno di nuovi esoimprenditori

Esoeconomia. L’incidente allo Shuttle ha riaperto il dibattito sui motivi per andare nello spazio e sull’allocazione di risorse per farlo. Il tema è l’oggetto di ricerca preferito da questa rubrica. Perché il metascenario di fondo a cui si ispira, in sintonia con il club globale di circoli futurizzanti di cui è parte, indica che la salvezza (secolare) dell’umanità sta nella costruzione di esodestini. Cioè della capacità di uscire dai limiti ecologici e biologici imposti dal pianeta (endodestini). Se vi restiamo intrappolati la nostra storia finirà con la morte termica del Sole. Anche l’universo appare destinato a spegnersi tra qualche miliardo d’anni e qualcuno potrebbe dire che attendere la fine in una situazione endo o eso non farebbe una gran differenza. Invece la fa come speranza o meno di poter costruire nel domani un’isola di "entropia negativa" (vita) che resista all’entropia cosmica. Per esempio, un pezzo di universo artificiale dove ciò che allora sarà l’Uomo (esosapiens) potrà vivere nonostante la morte delle stelle. Imprevedibile, ma la manutenzione dell’idea che un futuro potrà esserci nonostante i destini dissipativi promessi dalla fisica è essenziale per dare un significato alla continuazione della specie nel presente. Tale requisito non è ora percepito pressante in quanto gli umani si riproducono per istinto inconsapevole entro un’ecologia ancora non saturata. Ma lo diventerà quando una cultura più sensibile alle prospettive e limiti futuri influenzerà maggiormente le decisioni riproduttive: la possibilità di uscita dal pianeta sarà il passo cruciale per sostenere l’ottimismo ed i motivi della generatività. Ma è improbabile che tale requisito di manutenzione profetica dell’ambizione antropica possa orientare nel presente le risorse necessarie per il primo esosalto. Questo è ostacolato dalla concorrenza di altre priorità: o welfare o stazione lunare. Dalla fisiologia: l’Uomo è adattato solo alla Terra e non può vivere fuori se non con (per ora) inaccettate autotrasformazioni totali o costosissimi ambienti artificiali. La concorrenza strategica è forse l’unico impulso capace di far allocare risorse per esoavventure. Ma sbarcati poi sulla Luna o su Marte cosa si fa? Tre scenari: (a) una nuova religione o il desiderio di diventare immortali oltre i vincoli del pianeta spinge l’uscita e l’economia relativa; (b) una catastrofe rende necessari pianeti o, planetoidi semoventi, di riserva; (c) si trovano motivi di profitto tali da stimolare un esomercato. Questa rubrica preferisce il terzo, ma non ne vede i termini concreti. Per questo invoca imprenditori esovisionari più che ulteriori teorie.

(c) 2003 Carlo Pelanda
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