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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2002-5-25

25/5/2002

L’atleta naturale non esiste più ed è meglio legalizzare quello dopato ed etichettarlo

Antropologia del potenziamento. L’evoluzione umana appare spinta da una costante tendenza all’estensione del dominio attraverso tre strumenti: (a) “esoprotesi”, tipo arco e auto; (b) “sociosistemi”, organizzazioni cooperative per azioni infattibili da un solo individuo (caccia, guerra, edificazione); (c) “endoleve”, rafforzamento delle facoltà individuali. Il primo ed il secondo sono prevalsi perché è stato più semplice ottenere il dominio per via indiretta - l’altro e l’artefatto - che non diretto. Per esempio, voglio volare, ma non riesco a modificarmi per far spuntare le ali, quindi devo inventare l’aereo e costruirlo con dei soci. Questa prevalenza dell’evoluzione per esoprotesi ha influenzato la morale. Si tende ad accettare, in quanto normali, molti mutamenti nei prodotti della mente umana, ma non negli umani. Perché mai successi nella storia. Ora la tecnologia sta rendendo possibile il farsi crescere le ali e ciò pone un dilemma senza precedenti tra naturalità e artificializzazione. Il caso del doping è emblematico. La maggior parte dei commentatori non ha avuto dubbi nel condannare tale endopotenziatore come immorale, in assoluto. Questa rubrica, invece, li ha. Si presenta alla gara Ciclo Khan, nato con una fisiologia rara che ossigena meglio il sangue e mette il turbo ai muscoli. Diventa campione. Il secondo arrivato non può sperare nella rivincita per il differenziale naturale troppo marcato. Qualora pretendesse un potenziatore chimico per pareggiare i potenziali con il competitore avrebbe ragione o no? Finora non ci siamo mai posti tale domanda perché la possibilità tecnologica non esisteva. Ora c’è l’opzione di mettere tutti gli atleti in condizioni di partenza uguali attraverso “doping di bilanciamento” per attutire le differenze biologiche e farne emergere altre conquistabili con studio e tecnica. Tesi giusta? E se un nero replicasse: noi abbiamo muscolature privilegiate per alcune discipline e se voi ci togliete tale vantaggio verrà fuori quello dei bianchi, fatto di più denari, quindi di più possibilità tecniche. Un vespaio. Ma lo sarà di più ciò che promette lo scenario. Per gli sport più remunerativi il tecnodoping sarà (lo è già) inarrestabile e sempre un passo più avanti dell’antidoping. Così i team più ricchi vinceranno e la faranno franca. Gli atleti più poveri rischieranno bombe artigianali e la vita oltre che la condanna. C’è un rimedio? Probabilmente sarebbe razionale abbandonare il concetto di “atleta naturale” e legalizzare quello “endopotenziato”. Il doping esplicito sarebbe meglio regolabile. Oltre al numero, l’etichetta con i componenti chimici sulla maglietta.   

(c) 2002 Carlo Pelanda
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