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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-2-19

19/2/2000

Solo un ordine cavalleresco di NetJedi potrà tutelare la libertà della rete

Net Wars. Apparentemente, i difensori della natura libertaria di Internet possono tirare un sospiro di sollievo: l’Impero ha deciso di non utilizzare i cibersabotaggi della settimana scorsa (che hanno bloccato Yahoo, eBay, Amazon.com ed una decina di altre aziende on line) come scusa per imporre regolamenti restrittivi della libertà della rete. La mattina del 15 febbraio, prima di entrare alla Casa Bianca per incontrare Clinton, questa eventualità era molto temuta dai top manager di circa una ventina  di colossi industriali che operano in ambiente Internet (tra cui, AoL, Cisco, Ibm, Microsoft, Sun). Il valore economico principale della rete, infatti, è dato dalla sua libertà, intesa come connettività totale senza barriere e priva di sistemi ordinatori centralizzati. Tale configurazione facilita il susseguirsi parossistico di innovazioni tecnologiche e novità commerciali. Il mercato lo sa e per questo premia i titoli Internet perché le buone idee in rete possono svilupparsi con una velocità ed un potenziale concorrenziale introvabile in qualsiasi altro settore più regolato. D’altra parte i governi non vedono l’ora di poter mettere il loro zampino fiscale e di polizia su un’area di mercato che al momento sfugge a qualsiasi controllo. Ma Clinton si è limitato a chiedere ai convenuti che cosa secondo loro si doveva fare per ridurre la vulnerabilità di Internet di fronte ai sabotaggi ed alle intrusioni. Questi, prontamente ed all’unisono, hanno risposto: il governo non faccia niente, ci pensiamo noi. Clinton, probabilmente consapevole del rischio di far cadere la Borsa – in un anno elettorale- qualora avesse espresso volontà regolative,  ha accettato. Tutto tranquillo, finita la paura? Per niente.

 Quel “ci pensiamo noi” da parte delle industrie è inquietante. I grandi gruppi Internet hanno sempre di più l’interesse a formare un cartello che riduca la possibilità di emergere a nuovi competitori. Hanno ormai investito capitali enormi ed hanno paura che un ragazzino in uno scantinato (universitario) inventi marchingegni rivoluzionari che li renda obsoleti in pochi giorni. E sanno che su Internet questo è possibile. La scusa della sicurezza è una formidabile opportunità per fare un tale cartello monopolistico senza rischi. Per esempio, tra venti o trenta grandi gruppi ci si mette d’accordo di inserire degli standard operativi comuni sui computer, server e router per aumentarne la sicurezza, ma in realtà utilizzando gli standard stessi come blindature e barriere (di costo, di connettività, ecc.) che rendano più difficile l’emergere di innovazioni sostitutive. Il mercato non percepirebbe la restrizione monopolistica perché Internet continuerebbe a sembrare libera in quanto priva di regolamentazioni pubbliche esplicite. Soprattutto, la scusa della standardizzazione per motivi di sicurezza renderebbe tali aziende immuni dall’azione antitrust. Quanto è realistico tale rischio? Difficile dirlo, ma è certo che non possiamo escluderlo In sintesi, la rinuncia regolativa da parte dell’Impero  può rassicuraci solo in parte. Ora il problema è come evitare che le imprese cadano nella tentazione monopolistica, oltre a quello di aumentare la sicurezza della rete.

 Il punto critico è la conoscenza. Quindi chi vuole tutelare la rete deve possederne più di quanta sia disponibile a chi vuole minarla o snaturarla. E’ difficile che gli sviluppi di ciberpolizia, cibercontrospionaggio e difesa militare saranno utili per risolvere il problema principale. Le loro conoscenze e sistemi tecnologici, infatti, verranno fornite dal sistema industriale privato che ha più risorse per pagare cervelli e ricerca. Da una parte, possiamo attenderci un contenimento del rischio di sabotaggi, ma, dall’altra, resterà elevato quello di monopolio strisciante. Chi è in grado di organizzare conoscenze, tecnologie e ricerca di qualità superiore, o almeno pari, a quella del sistema industriale? Solo un settore: il sistema universitario mondiale. Pur condizionato dai – per altro benedetti – finanziamenti industriali, la comunità internazionale di ricerca ha un notevole grado di indipendenza dovuto alla prevalenza dell’etica accademica su tutto il resto. Non è un luogo puro, ma è l’unico dove la conoscenza tecnologica può svilupparsi con certa indipendenza e capacità di concorrenza nei confronti del megabusiness. Per evitare lo scenario degenerativo, un’idea potrebbe essere quella di fondare entro il circuito universitario internazionale una “Libera comunità” di cavalieri dedicati alla tutela della libertà di Internet, con un codice etico legato a quello accademico. Questo tutela la piena libertà di insegnamento e di ricerca. Si tratta di trasformarlo come codice e missione di difesa della libertà della rete, a favore di qualsiasi utente. Lancio l’idea sperando che qualche collega capace la raccolga. In attesa, preparo il mio costume di cavaliere NetJedi, contro qualsiasi lato oscuro della forza.

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