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Carlo A. Pelanda
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Il Foglio

2000-2-5

5/2/2000

Nell’arte politica di crearsi nemici Putin è il migliore, Chirac se la cava, Clinton è il peggiore

 Saper creare e demonizzare un nemico é una delle tecniche più importanti nell'azione politica. Il fatto che tale competenza sia moralmente imbarazzante non ne evita la necessità. L'esistenza di un nemico esterno é il pilastro  che regge una macchina sociale in quanto la compatta in forma di "comunità di difesa". Ciò non esclude che si possano ottenere coesione, ordine e direzionalità con metodi positivi, cioé attraverso una "comunità di progetto". Ma tale configurazione sociale appare meno  frequente e comunque non esente dal requisito di "nemicizzazione". In sintesi, senza nemico aumentano sia la probabilità di disordine sia le difficoltà di conduzione politica. Per decenni gli europei occidentali e gli americani hanno avuto nella Russia sovietica e nei comunisti un nemico molto comodo. E, grazie a questo, la pax americana globale e la sub-pax europea sono evolute senza troppi problemi interni. Anche i russi hanno usato il confronto con gli occidentali come pilastro esterno. Senza più nemico, ora la Russia é nel disordine, gli Stati Uniti non sanno dare una direzione al loro ruolo di potenza globale, gli europei fanno fatica a trovare un'identità politica comune ed un leader che la rappresenti. Infatti - qui il punto - si nota che in ciascuna area la politica sta cercando un nuovo nemico utile a riordinare le cose. E' interessante valutarne le diverse prestazioni.

 Al momento il miglior punteggio va dato a Putin. La sequenza strategica adottata nel 1999 é da manuale. Senza possibilità tecniche di definire un nemico esterno e grande,  lo ha scelto molto bene nei ceceni che già soffrivano di uno stereotipo negativo nella Russia che conta (la classe media nazionalista di Mosca e San Pietroburgo). Prima ha attribuito loro la responsabilità degli attentati terroristici (forse provocati apposta) e solo poi ha dato il via all'invasione della Cecenia, legittimandola efficacemente. Sintetizzando, attraverso la demonizzazione dei ceceni ha ricostruito la fiducia popolare nella ricostruzione dell'ordine in Russia, ridato l'orgoglio alle forze armate ed usato questi due fattori per vincere le elezioni parlamentari e posizionarsi bene per quelle presidenziali. Ovviamente bisogna vedere come chiuderà il conflitto e quanto potrà monetizzarlo sul piano del consenso. Ma, per il momento, si nota il metodo di una grande scuola di gestione degli imperi, quella del vecchio KGB, ramo Andropov.

 Al secondo posto metterei l'azione di demonizzazione di Haider e dell'Austria condotta da Chirac. Devo precisare che quanto segue é frutto solo di opinioni personali. Da un lato é stata una scelta abbastanza raffinata sul piano dell'oggetto e della tempistica. La conduzione tedesca dell'Europa é in crisi ed é un buon momento per riempire il vuoto. Inoltre doveva evitare che Aznar, attraverso la leadership di fatto dei popolari europei a seguito della caduta di Kohl, diventasse il riferimento del centrodestra europeo. Soprattutto, Chirac ha bisogno di prendere una leadership morale di livello europeo sia per poter orientare l'Unione dove gli interessa  sia per poter giocare tale prestigio nelle prossime elezioni presidenziali. Tali motivi hanno probabilmente ispirato le sue posizioni contro Milosevic tempo fa, ma senza i risultati sperati. L'attacco ad Haider é stato utile, invece, per tutti e tre gli obiettivi detti. Ha imbarazzato e diviso i popolari, costringendo Aznar a prendere posizione contro i suoi stessi amici austriaci, indebolendolo. Ha evocato indirettamente il nazismo senza aggredire la Germania, ma di fatto resuscitando una memoria storica sospettosa nei confronti di tutto ciò che parli tedesco e, quindi, di una leadership germanica sull'Europa. Ha consolidato la sua immagine morale, utile anche sul piano interno.  L'azione, tuttavia, é stata condotta con troppa veemenza e nelle cronache resta più il pasticcio istituzionale intraeuropeo che non la figura di Chirac. E questo é motivo per un segno meno.

 Il punteggio peggiore, tuttavia, va assegnato all'amministrazione Clinton. Gli Stati Uniti hanno un solo nemico possibile, per scala, sul quale poggiare la loro legittimità di ordinatore globale e centro dell'impero occidentale: la Cina. E tra l'altro potrebbero farlo con facilità e grande consenso perché Pechino é ostinatamente rigida nel volersi riprendere Taiwan anche, pur a parole, con la forza. Ma Clinton ha seguito una politica contraria e preferito utilizzare altri nemici di minor peso simbolico: il terrorismo, piccoli stati banditi, paesi poveri che si nuclearizzano. Così ha lasciato l'impero americano privo di un nemico adeguato e, quindi, senza motivo di esistere.  Infatti i repubblicani stanno cogliendo l'opportunità di tale debolezza cavalcandola per fini elettrali. Questa settimana hanno fatto passare al Congresso una risoluzione di difesa dell'indipendenza di Taiwan. Segnale che se conquisteranno la presidenza ridaranno all'America un nemico degnoe meriteranno punteggio pieno in questa pagella.  

(c) 2000 Carlo Pelanda
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