Sta uscendo un numero enorme di analisi e scenari sull'Asia. Il più fresco di stampa - e prestigioso- é quello del FMI, disponibile in versione finale dal 23 gennaio. Semplificando questo materiale, e mettendoci del mio, i termini più rilevanti della questione asiatica appaiono essere due: (A) Quanto durerà e sarà devastante la crisi finanziaria delle tigri e del Giappone? (B) La Cina, il dragone, salta o resterà stabile, con particolare riferimento contingente ad ipotesi di svalutazione dello Yuan e/o del dollaro di Kong Kong? Il secondo problema é stato posto recentemente da una profezia catastrofica al riguardo della Cina da parte di Soros.

A) La crisi delle tigri asiatiche e del Giappone riguarda "solo" i sistemi bancari. Gli istituti dell'area hanno prestato soldi in modo sconsiderato - perché le regole permettevano incroci incestuosi, corruzioni o nepotismo finanziario, ecc.- e li hanno perduti trovandosi buchi debitori enormi quando le bolle finanziarie sono esplose o implose. Ciò ha provocato il collasso di molti degli istituti stessi ed una interruzione improvvisa del credito alle imprese. E a sua volta ha generato le conseguenze che sono in cronaca da un paio di mesi e lo saranno ancora per qualche tempo. Ma quanto? Non molto. Le crisi di sistema bancario sono risolvibili più velocemente di quelle basate su problemi strutturali nel sistema economico e sociale. Per esempio, la stabilizzazione dei paesi del Sud America richiede molte più azioni e più tempo che non il rimettere a posto la finanza di quelli asiatici. Infatti, nei secondi, é sufficiente dare alle banche centrali poteri reali di controllo rigoroso, costringere alla chiusura senza salvataggio gli istituti finanziari più allegri (o mafiosi) e, in generale rifare le regole in materia. Facile? No. Ma il Fondo monetario e gli Stati Uniti stanno condizionando, con durezza estrema, la ricapitalizzazione del sistema asiatico proprio all'attuazione di queste riforme. Lo scenario potrebbe andare fuori controllo solo se Washington mollasse la presa. Ma questo é improbabile. Quindi entro un anno, massimo due, la questione dovrebbe chiudersi bene, pur essendoci ancora qualche evento di instabilità. Ovviamente questo sottoscenario dipende dagli andamenti di quello maggiore.

B) Cina. Non appare esserci alcun motivo per la svalutazione sia dello Yuan sia - pur con più problemi - del dollaro di Hong Kong. Lo Yuan é stato svalutato di circa il 40% rispetto al dollaro nel recente passato. Per questo é ora meno vulnerabile. La Cina, poi, non ha la necessità di svalutare per bilanciare la concorrenza dei Paesi asiatici che lo hanno dovuto fare. Importa pochissimo da questi (solo il 10% dell'import complessivo). Compete con loro sui mercati europeo ed americano. Ma la Cina esporta, per lo più, prodotti a basso contenuto tecnologico, mentre i mix esportativi degli altri hanno una notevole quota di generi a tecnologia medio-alta. Questa differenza non crea la necessità di dover seguire le tigri nella svalutazione per motivi di concorrenza (caso mai é un problema del Giappone). Inoltre il costo del lavoro in Cina é 1/5 di quello esistente nelle tigri contingentemente favorite dal differenziale di cambio. Pressioni inflattive, in Cina, non ce ne sono anche per la recente decisione di chiudere le fallimentari imprese di Stato e mettere per strada milioni di lavoratori, cioé una deflazione di fatto perché non accompagnata da misure assistenziali di bilancio pubblico. La riforma bancaria é in corso. I risparmi aumentano e le banche non sono più costrette a buttarli per compensare i buchi delle imprese statali dette sopra, ma possono essere impiegati meglio. E ciò aumenta la consistenza del sistema finanziario. Certo, la Cina crescerà di meno nei prossimi anni, ma lo farà sempre in misura sufficiente da non creare né problemi di instabilità né tantomeno urgenze svalutative. Non si vede perché lo Yuan debba svalutare a breve.

Il dollaro di Hong Kong é certamente più vulnerabile. Ma Pechino ha deciso di difenderlo fino alla morte proprio per dimostrare al mondo di essere un potere responsabile e credibile. E ha le riserve valutarie per farlo. Inoltre l'economia reale é molto sana e quella finanziaria in fase di moralizzazione. Per esempio, la bolla speculativa sui valori immobiliari sta rientrando. Il nuovo governatore cinese dell'ex-colonia, infatti, pare intenzionato a liberalizzare le concessioni immobiliari proprio per ridurre le tentazioni di basare su di essi operazioni di finanza artificiale. Anche sul piano esportativo, Hong Kong non ha enormi esigenze svalutative pur essendo in concorrenza con altre tigri. Buona parte del suo export, infatti, non é altro che una partita di giro di merci prodotte nella Cina madre e, in merito, valgono le considerazioni fatte sopra.

Va detto che la Cina ha ancora enormi problemi di stabilità complessiva. Solo tra qualche anno vedremo se il dragone ha capito la lezione di rigore finanziario dalla crisi attuale delle tigri. Inoltre, dagli inizi degli anni 90, sono più gli analisti che prevedono una crisi politica e sociale della Cina che non quelli che la negano. Ma, in prospettiva, il governo cinese sembra consapevole dei passi necessari per rendere il Paese una potenza stabile e credibile.

Certo, la stabilità politica della Cina é ancorata ad un fatto anomalo e, agli occhi occidentali, inaccettabile sul piano morale: l'esercito cinese recluta i soldati nella Cina interna povera e rurale. Questi non hanno problemi a sparare sulle masse urbane delle zone costiere e in via di industrializzazione che chiedono giustizia sociale, lavoro e libertà politica. Questo é un grande problema di architettura del più grande mercato del pianeta. Ma non é adesso motivo per una crisi finanziaria e strutturale in Cina come prevista, o forse invocata, da Soros.

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A) La crisi delle tigri asiatiche e del Giappone riguarda "solo" i sistemi bancari. Gli istituti dell'area hanno prestato soldi in modo sconsiderato - perché le regole permettevano incroci incestuosi, corruzioni o nepotismo finanziario, ecc.- e li hanno perduti trovandosi buchi debitori enormi quando le bolle finanziarie sono esplose o implose. Ciò ha provocato il collasso di molti degli istituti stessi ed una interruzione improvvisa del credito alle imprese. E a sua volta ha generato le conseguenze che sono in cronaca da un paio di mesi e lo saranno ancora per qualche tempo. Ma quanto? Non molto. Le crisi di sistema bancario sono risolvibili più velocemente di quelle basate su problemi strutturali nel sistema economico e sociale. Per esempio, la stabilizzazione dei paesi del Sud America richiede molte più azioni e più tempo che non il rimettere a posto la finanza di quelli asiatici. Infatti, nei secondi, é sufficiente dare alle banche centrali poteri reali di controllo rigoroso, costringere alla chiusura senza salvataggio gli istituti finanziari più allegri (o mafiosi) e, in generale rifare le regole in materia. Facile? No. Ma il Fondo monetario e gli Stati Uniti stanno condizionando, con durezza estrema, la ricapitalizzazione del sistema asiatico proprio all'attuazione di queste riforme. Lo scenario potrebbe andare fuori controllo solo se Washington mollasse la presa. Ma questo é improbabile. Quindi entro un anno, massimo due, la questione dovrebbe chiudersi bene, pur essendoci ancora qualche evento di instabilità. Ovviamente questo sottoscenario dipende dagli andamenti di quello maggiore.

B) Cina. Non appare esserci alcun motivo per la svalutazione sia dello Yuan sia - pur con più problemi - del dollaro di Hong Kong. Lo Yuan é stato svalutato di circa il 40% rispetto al dollaro nel recente passato. Per questo é ora meno vulnerabile. La Cina, poi, non ha la necessità di svalutare per bilanciare la concorrenza dei Paesi asiatici che lo hanno dovuto fare. Importa pochissimo da questi (solo il 10% dell'import complessivo). Compete con loro sui mercati europeo ed americano. Ma la Cina esporta, per lo più, prodotti a basso contenuto tecnologico, mentre i mix esportativi degli altri hanno una notevole quota di generi a tecnologia medio-alta. Questa differenza non crea la necessità di dover seguire le tigri nella svalutazione per motivi di concorrenza (caso mai é un problema del Giappone). Inoltre il costo del lavoro in Cina é 1/5 di quello esistente nelle tigri contingentemente favorite dal differenziale di cambio. Pressioni inflattive, in Cina, non ce ne sono anche per la recente decisione di chiudere le fallimentari imprese di Stato e mettere per strada milioni di lavoratori, cioé una deflazione di fatto perché non accompagnata da misure assistenziali di bilancio pubblico. La riforma bancaria é in corso. I risparmi aumentano e le banche non sono più costrette a buttarli per compensare i buchi delle imprese statali dette sopra, ma possono essere impiegati meglio. E ciò aumenta la consistenza del sistema finanziario. Certo, la Cina crescerà di meno nei prossimi anni, ma lo farà sempre in misura sufficiente da non creare né problemi di instabilità né tantomeno urgenze svalutative. Non si vede perché lo Yuan debba svalutare a breve.

Il dollaro di Hong Kong é certamente più vulnerabile. Ma Pechino ha deciso di difenderlo fino alla morte proprio per dimostrare al mondo di essere un potere responsabile e credibile. E ha le riserve valutarie per farlo. Inoltre l'economia reale é molto sana e quella finanziaria in fase di moralizzazione. Per esempio, la bolla speculativa sui valori immobiliari sta rientrando. Il nuovo governatore cinese dell'ex-colonia, infatti, pare intenzionato a liberalizzare le concessioni immobiliari proprio per ridurre le tentazioni di basare su di essi operazioni di finanza artificiale. Anche sul piano esportativo, Hong Kong non ha enormi esigenze svalutative pur essendo in concorrenza con altre tigri. Buona parte del suo export, infatti, non é altro che una partita di giro di merci prodotte nella Cina madre e, in merito, valgono le considerazioni fatte sopra.

Va detto che la Cina ha ancora enormi problemi di stabilità complessiva. Solo tra qualche anno vedremo se il dragone ha capito la lezione di rigore finanziario dalla crisi attuale delle tigri. Inoltre, dagli inizi degli anni 90, sono più gli analisti che prevedono una crisi politica e sociale della Cina che non quelli che la negano. Ma, in prospettiva, il governo cinese sembra consapevole dei passi necessari per rendere il Paese una potenza stabile e credibile.

Certo, la stabilità politica della Cina é ancorata ad un fatto anomalo e, agli occhi occidentali, inaccettabile sul piano morale: l'esercito cinese recluta i soldati nella Cina interna povera e rurale. Questi non hanno problemi a sparare sulle masse urbane delle zone costiere e in via di industrializzazione che chiedono giustizia sociale, lavoro e libertà politica. Questo é un grande problema di architettura del più grande mercato del pianeta. Ma non é adesso motivo per una crisi finanziaria e strutturale in Cina come prevista, o forse invocata, da Soros.

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A) La crisi delle tigri asiatiche e del Giappone riguarda "solo" i sistemi bancari. Gli istituti dell'area hanno prestato soldi in modo sconsiderato - perché le regole permettevano incroci incestuosi, corruzioni o nepotismo finanziario, ecc.- e li hanno perduti trovandosi buchi debitori enormi quando le bolle finanziarie sono esplose o implose. Ciò ha provocato il collasso di molti degli istituti stessi ed una interruzione improvvisa del credito alle imprese. E a sua volta ha generato le conseguenze che sono in cronaca da un paio di mesi e lo saranno ancora per qualche tempo. Ma quanto? Non molto. Le crisi di sistema bancario sono risolvibili più velocemente di quelle basate su problemi strutturali nel sistema economico e sociale. Per esempio, la stabilizzazione dei paesi del Sud America richiede molte più azioni e più tempo che non il rimettere a posto la finanza di quelli asiatici. Infatti, nei secondi, é sufficiente dare alle banche centrali poteri reali di controllo rigoroso, costringere alla chiusura senza salvataggio gli istituti finanziari più allegri (o mafiosi) e, in generale rifare le regole in materia. Facile? No. Ma il Fondo monetario e gli Stati Uniti stanno condizionando, con durezza estrema, la ricapitalizzazione del sistema asiatico proprio all'attuazione di queste riforme. Lo scenario potrebbe andare fuori controllo solo se Washington mollasse la presa. Ma questo é improbabile. Quindi entro un anno, massimo due, la questione dovrebbe chiudersi bene, pur essendoci ancora qualche evento di instabilità. Ovviamente questo sottoscenario dipende dagli andamenti di quello maggiore.

B) Cina. Non appare esserci alcun motivo per la svalutazione sia dello Yuan sia - pur con più problemi - del dollaro di Hong Kong. Lo Yuan é stato svalutato di circa il 40% rispetto al dollaro nel recente passato. Per questo é ora meno vulnerabile. La Cina, poi, non ha la necessità di svalutare per bilanciare la concorrenza dei Paesi asiatici che lo hanno dovuto fare. Importa pochissimo da questi (solo il 10% dell'import complessivo). Compete con loro sui mercati europeo ed americano. Ma la Cina esporta, per lo più, prodotti a basso contenuto tecnologico, mentre i mix esportativi degli altri hanno una notevole quota di generi a tecnologia medio-alta. Questa differenza non crea la necessità di dover seguire le tigri nella svalutazione per motivi di concorrenza (caso mai é un problema del Giappone). Inoltre il costo del lavoro in Cina é 1/5 di quello esistente nelle tigri contingentemente favorite dal differenziale di cambio. Pressioni inflattive, in Cina, non ce ne sono anche per la recente decisione di chiudere le fallimentari imprese di Stato e mettere per strada milioni di lavoratori, cioé una deflazione di fatto perché non accompagnata da misure assistenziali di bilancio pubblico. La riforma bancaria é in corso. I risparmi aumentano e le banche non sono più costrette a buttarli per compensare i buchi delle imprese statali dette sopra, ma possono essere impiegati meglio. E ciò aumenta la consistenza del sistema finanziario. Certo, la Cina crescerà di meno nei prossimi anni, ma lo farà sempre in misura sufficiente da non creare né problemi di instabilità né tantomeno urgenze svalutative. Non si vede perché lo Yuan debba svalutare a breve.

Il dollaro di Hong Kong é certamente più vulnerabile. Ma Pechino ha deciso di difenderlo fino alla morte proprio per dimostrare al mondo di essere un potere responsabile e credibile. E ha le riserve valutarie per farlo. Inoltre l'economia reale é molto sana e quella finanziaria in fase di moralizzazione. Per esempio, la bolla speculativa sui valori immobiliari sta rientrando. Il nuovo governatore cinese dell'ex-colonia, infatti, pare intenzionato a liberalizzare le concessioni immobiliari proprio per ridurre le tentazioni di basare su di essi operazioni di finanza artificiale. Anche sul piano esportativo, Hong Kong non ha enormi esigenze svalutative pur essendo in concorrenza con altre tigri. Buona parte del suo export, infatti, non é altro che una partita di giro di merci prodotte nella Cina madre e, in merito, valgono le considerazioni fatte sopra.

Va detto che la Cina ha ancora enormi problemi di stabilità complessiva. Solo tra qualche anno vedremo se il dragone ha capito la lezione di rigore finanziario dalla crisi attuale delle tigri. Inoltre, dagli inizi degli anni 90, sono più gli analisti che prevedono una crisi politica e sociale della Cina che non quelli che la negano. Ma, in prospettiva, il governo cinese sembra consapevole dei passi necessari per rendere il Paese una potenza stabile e credibile.

Certo, la stabilità politica della Cina é ancorata ad un fatto anomalo e, agli occhi occidentali, inaccettabile sul piano morale: l'esercito cinese recluta i soldati nella Cina interna povera e rurale. Questi non hanno problemi a sparare sulle masse urbane delle zone costiere e in via di industrializzazione che chiedono giustizia sociale, lavoro e libertà politica. Questo é un grande problema di architettura del più grande mercato del pianeta. Ma non é adesso motivo per una crisi finanziaria e strutturale in Cina come prevista, o forse invocata, da Soros.

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1998-1-21

21/1/1998

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A) La crisi delle tigri asiatiche e del Giappone riguarda "solo" i sistemi bancari. Gli istituti dell'area hanno prestato soldi in modo sconsiderato - perché le regole permettevano incroci incestuosi, corruzioni o nepotismo finanziario, ecc.- e li hanno perduti trovandosi buchi debitori enormi quando le bolle finanziarie sono esplose o implose. Ciò ha provocato il collasso di molti degli istituti stessi ed una interruzione improvvisa del credito alle imprese. E a sua volta ha generato le conseguenze che sono in cronaca da un paio di mesi e lo saranno ancora per qualche tempo. Ma quanto? Non molto. Le crisi di sistema bancario sono risolvibili più velocemente di quelle basate su problemi strutturali nel sistema economico e sociale. Per esempio, la stabilizzazione dei paesi del Sud America richiede molte più azioni e più tempo che non il rimettere a posto la finanza di quelli asiatici. Infatti, nei secondi, é sufficiente dare alle banche centrali poteri reali di controllo rigoroso, costringere alla chiusura senza salvataggio gli istituti finanziari più allegri (o mafiosi) e, in generale rifare le regole in materia. Facile? No. Ma il Fondo monetario e gli Stati Uniti stanno condizionando, con durezza estrema, la ricapitalizzazione del sistema asiatico proprio all'attuazione di queste riforme. Lo scenario potrebbe andare fuori controllo solo se Washington mollasse la presa. Ma questo é improbabile. Quindi entro un anno, massimo due, la questione dovrebbe chiudersi bene, pur essendoci ancora qualche evento di instabilità. Ovviamente questo sottoscenario dipende dagli andamenti di quello maggiore.

B) Cina. Non appare esserci alcun motivo per la svalutazione sia dello Yuan sia - pur con più problemi - del dollaro di Hong Kong. Lo Yuan é stato svalutato di circa il 40% rispetto al dollaro nel recente passato. Per questo é ora meno vulnerabile. La Cina, poi, non ha la necessità di svalutare per bilanciare la concorrenza dei Paesi asiatici che lo hanno dovuto fare. Importa pochissimo da questi (solo il 10% dell'import complessivo). Compete con loro sui mercati europeo ed americano. Ma la Cina esporta, per lo più, prodotti a basso contenuto tecnologico, mentre i mix esportativi degli altri hanno una notevole quota di generi a tecnologia medio-alta. Questa differenza non crea la necessità di dover seguire le tigri nella svalutazione per motivi di concorrenza (caso mai é un problema del Giappone). Inoltre il costo del lavoro in Cina é 1/5 di quello esistente nelle tigri contingentemente favorite dal differenziale di cambio. Pressioni inflattive, in Cina, non ce ne sono anche per la recente decisione di chiudere le fallimentari imprese di Stato e mettere per strada milioni di lavoratori, cioé una deflazione di fatto perché non accompagnata da misure assistenziali di bilancio pubblico. La riforma bancaria é in corso. I risparmi aumentano e le banche non sono più costrette a buttarli per compensare i buchi delle imprese statali dette sopra, ma possono essere impiegati meglio. E ciò aumenta la consistenza del sistema finanziario. Certo, la Cina crescerà di meno nei prossimi anni, ma lo farà sempre in misura sufficiente da non creare né problemi di instabilità né tantomeno urgenze svalutative. Non si vede perché lo Yuan debba svalutare a breve.

Il dollaro di Hong Kong é certamente più vulnerabile. Ma Pechino ha deciso di difenderlo fino alla morte proprio per dimostrare al mondo di essere un potere responsabile e credibile. E ha le riserve valutarie per farlo. Inoltre l'economia reale é molto sana e quella finanziaria in fase di moralizzazione. Per esempio, la bolla speculativa sui valori immobiliari sta rientrando. Il nuovo governatore cinese dell'ex-colonia, infatti, pare intenzionato a liberalizzare le concessioni immobiliari proprio per ridurre le tentazioni di basare su di essi operazioni di finanza artificiale. Anche sul piano esportativo, Hong Kong non ha enormi esigenze svalutative pur essendo in concorrenza con altre tigri. Buona parte del suo export, infatti, non é altro che una partita di giro di merci prodotte nella Cina madre e, in merito, valgono le considerazioni fatte sopra.

Va detto che la Cina ha ancora enormi problemi di stabilità complessiva. Solo tra qualche anno vedremo se il dragone ha capito la lezione di rigore finanziario dalla crisi attuale delle tigri. Inoltre, dagli inizi degli anni 90, sono più gli analisti che prevedono una crisi politica e sociale della Cina che non quelli che la negano. Ma, in prospettiva, il governo cinese sembra consapevole dei passi necessari per rendere il Paese una potenza stabile e credibile.

Certo, la stabilità politica della Cina é ancorata ad un fatto anomalo e, agli occhi occidentali, inaccettabile sul piano morale: l'esercito cinese recluta i soldati nella Cina interna povera e rurale. Questi non hanno problemi a sparare sulle masse urbane delle zone costiere e in via di industrializzazione che chiedono giustizia sociale, lavoro e libertà politica. Questo é un grande problema di architettura del più grande mercato del pianeta. Ma non é adesso motivo per una crisi finanziaria e strutturale in Cina come prevista, o forse invocata, da Soros.

(c) 1998 Carlo Pelanda
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