Il recente pacchetto di provvedimenti del governo potrà dare un contributo sostanziale alla ripresa oppure no? Sarebbe esagerato dire che è incisivo, in quanto non tocca i pesi strutturali che soffocano l’economia, ma anche ingiusto sostenere che sia e sarà irrilevante. Che significato ha, quindi, tale pacchetto? Quella di segnalare, nella politica economica italiana, la fine della “priorità del rigore” e lo spostamento sulla “priorità della crescita”. La solo moderata incisività dipende da due fattori: (a) comunque la fine del rigore non implica l’abbandono dell’obiettivo del pareggio di bilancio tendenziale e ciò richiede che nuove risorse di investimento e la riduzione delle tasse (o evitare che aumentino, come l’Iva) debbano essere ottenuti senza aumentare il deficit nel bilancio statale; (b) una maggioranza che compone due visioni opposte in materia di politica economica, cioè statalismo contrapposto a maggiore fiducia nella libertà del mercato, e deve trovare compromessi tra le due visioni, evidentemente non potrà decidere azioni incisive nell’uno o altro senso. Ma, detto questo, l’opinione pubblica dovrebbe rilevare il cambio di marcia in relazione al governo precedente. I sostenitori di Monti diranno che grazie al rigore stringente, inevitabile nel contesto 2011-12, adesso l’Italia può permettersi una politica più favorevole alla ripresa. I detrattori insisteranno sul fatto che l’eccesso di rigore ha creato una catastrofe economica e che tale evidenza costringe la politica a fare diversamente. Ambedue i campi possono esibire dati realistici a sostegno delle loro tesi, ma ormai questo è il passato. Concentriamoci, invece, sul futuro: il governo sta facendo quello che può non potendo contare su una maggioranza in grado di modificare gli elementi strutturali del sistema economico. Suggerisco di apprezzare questo sforzo e di trasformarlo in fiducia che alla fine l’Italia uscirà dalla crisi invece di insistere sull’idea che senza scossoni strutturali non ne usciremo. Con questo assetto politico è possibile solo l’inversione della tendenza recessiva, ma non è poco visti i 5 anni che abbiamo alle spalle. Lo scenario realistico, infatti, mostra un’uscita della crisi in due fasi: inversione seguita da un ripresa lenta e poi, se il consenso si orienterà in quella direzione, tentativo di cambiare profondamente il modello economico nazionale che non funziona, per accelerare la crescita. La conseguenza è quella di lasciar lavorare questi governo e maggioranza fino a che l’inversione non sarà consolidata, rimandando tutto il resto a dopo. In conclusione, l’unica cosa estrema che serve all’Italia in questo momento è il pragmatismo.

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Carlo A. Pelanda
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La Voce di Romagna

2013-7-23

23/7/2013

La priorità del realismo pragmatico

Il recente pacchetto di provvedimenti del governo potrà dare un contributo sostanziale alla ripresa oppure no? Sarebbe esagerato dire che è incisivo, in quanto non tocca i pesi strutturali che soffocano l’economia, ma anche ingiusto sostenere che sia e sarà irrilevante. Che significato ha, quindi, tale pacchetto? Quella di segnalare, nella politica economica italiana, la fine della “priorità del rigore” e lo spostamento sulla “priorità della crescita”. La solo moderata incisività dipende da due fattori: (a) comunque la fine del rigore non implica l’abbandono dell’obiettivo del pareggio di bilancio tendenziale e ciò richiede che nuove risorse di investimento e la riduzione delle tasse (o evitare che aumentino, come l’Iva) debbano essere ottenuti senza aumentare il deficit nel bilancio statale; (b) una maggioranza che compone due visioni opposte in materia di politica economica, cioè statalismo contrapposto a maggiore fiducia nella libertà del mercato, e deve trovare compromessi tra le due visioni, evidentemente non potrà decidere azioni incisive nell’uno o altro senso. Ma, detto questo, l’opinione pubblica dovrebbe rilevare il cambio di marcia in relazione al governo precedente. I sostenitori di Monti diranno che grazie al rigore stringente, inevitabile nel contesto 2011-12, adesso l’Italia può permettersi una politica più favorevole alla ripresa. I detrattori insisteranno sul fatto che l’eccesso di rigore ha creato una catastrofe economica e che tale evidenza costringe la politica a fare diversamente. Ambedue i campi possono esibire dati realistici a sostegno delle loro tesi, ma ormai questo è il passato. Concentriamoci, invece, sul futuro: il governo sta facendo quello che può non potendo contare su una maggioranza in grado di modificare gli elementi strutturali del sistema economico. Suggerisco di apprezzare questo sforzo e di trasformarlo in fiducia che alla fine l’Italia uscirà dalla crisi invece di insistere sull’idea che senza scossoni strutturali non ne usciremo. Con questo assetto politico è possibile solo l’inversione della tendenza recessiva, ma non è poco visti i 5 anni che abbiamo alle spalle. Lo scenario realistico, infatti, mostra un’uscita della crisi in due fasi: inversione seguita da un ripresa lenta e poi, se il consenso si orienterà in quella direzione, tentativo di cambiare profondamente il modello economico nazionale che non funziona, per accelerare la crescita. La conseguenza è quella di lasciar lavorare questi governo e maggioranza fino a che l’inversione non sarà consolidata, rimandando tutto il resto a dopo. In conclusione, l’unica cosa estrema che serve all’Italia in questo momento è il pragmatismo.

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