Il Presidente della Repubblica ha invitato chi scrive sui giornali a precisare, anche in termini quantitativi, le soluzioni al problema di un’economia stagnante per un confronto di idee più chiaro e concreto.

Da tempo, con il Prof. Paolo Savona, sostengo che per ridare crescita all’Italia bisogna ridurre il debito vendendo patrimonio pubblico. Fino che non lo si farà il peso del debito (spesa per interessi e costi di rifinanziamento) sarà tale da non lasciare spazio nel bilancio per la detassazione stimolativa che è motore, pur non unico, della crescita. Tale posizione è in contrasto con gli studiosi che invocano più crescita, ma senza ritenere necessaria un’operazione preventiva patrimonio contro debito. Savona – in linea con le ricerche sulla la soglia di sostenibilità di un debito pubblico – stima che per ridurne l’effetto depressivo bisognerebbe portarlo almeno attorno 70% del Pil. Va annotato che la Germania ha messo in Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio per non aumentare il debito quando questo ha cominciato a salire, nel 2009, verso l’80% del Pil. Ora il debito italiano è al 120%, quasi 1.900 miliardi di euro. Ma come potrebbe l’Italia portare da 1.900 a 1.150 miliardi il debito per tenerlo entro il 70% del Pil, questo attorno ai 1.500 miliardi? Bisognerebbe, infatti, cancellare almeno 750 miliardi di debito espresso in titoli: un’enormità. Al momento la formula di risanamento è fatta di due termini: pareggio di bilancio + misure stimolative della crescita. L’applicazione del primo termine è in atto, la “manovra” appena approvata, ma ciò toglie soldi all’economia compromettendo la crescita. Infatti la seconda misura serve a bilanciare tale effetto deflazionistico. Ma non ci riuscirà perché, appunto, la necessità di spendere ogni anno quasi 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito renderà difficile tagliare spesa pubblica in modo sufficiente per stimolare la crescita via detassazione compatibile con il requisito del pareggio di bilancio. Ecco perché gli appelli generici a più crescita sono vani e bisogna aggiungere altri due termini alla formula. Il terzo è un’operazione patrimonio contro debito per ridurre un’aliquota del secondo in un colpo. Ma nemmeno questo basterà. Servirà anche un quarto elemento: la trasformazione dei titoli di debito italiani che eccedono il 70% del Pil in titoli garantiti da tutta l’Eurozona (gli eurobond). Ma vediamo numeri e metodo dell’operazione nazionale patrimonio contro debito, la più cruciale. Lo Stato dovrebbe conferire in una società finanziaria le sue partecipazioni (da Eni alle Poste) e forzare gli enti locali a conferire quelle della aziende municipalizzate e simili. Il valore, in prima stima, del tutto sarebbe attorno ai 250 miliardi. Il patrimonio immobiliare alienabile è di circa 200 miliardi. Non si potrà vendere subito tutto questo. Ma si potranno vendere subito nel mercato globale le azioni della società proprietaria, con un incentivo, per fare cassa, lasciando che la società realizzi il valore dei beni nel lungo termine e ad opportunità. In tal modo ricaveremmo almeno 400 miliardi per cancellarne altrettanti di debito. Ciò farebbe risparmiare più di 20 miliardi di spesa annua per interessi, convertibile in detassazione, e aumenterebbe la credibilità del debito residuo riducendone i costi di rifinanziamento. Cosa che faciliterebbe la conversione in eurobond dei restanti 350 miliardi in modo che il debito sovrano residuo di circa 1.150 miliardi, 70% del Pil, divenga meno depressivo. Questa è la proposta secondo me fattibile nell’arco di un triennio.

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Da tempo, con il Prof. Paolo Savona, sostengo che per ridare crescita all’Italia bisogna ridurre il debito vendendo patrimonio pubblico. Fino che non lo si farà il peso del debito (spesa per interessi e costi di rifinanziamento) sarà tale da non lasciare spazio nel bilancio per la detassazione stimolativa che è motore, pur non unico, della crescita. Tale posizione è in contrasto con gli studiosi che invocano più crescita, ma senza ritenere necessaria un’operazione preventiva patrimonio contro debito. Savona – in linea con le ricerche sulla la soglia di sostenibilità di un debito pubblico – stima che per ridurne l’effetto depressivo bisognerebbe portarlo almeno attorno 70% del Pil. Va annotato che la Germania ha messo in Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio per non aumentare il debito quando questo ha cominciato a salire, nel 2009, verso l’80% del Pil. Ora il debito italiano è al 120%, quasi 1.900 miliardi di euro. Ma come potrebbe l’Italia portare da 1.900 a 1.150 miliardi il debito per tenerlo entro il 70% del Pil, questo attorno ai 1.500 miliardi? Bisognerebbe, infatti, cancellare almeno 750 miliardi di debito espresso in titoli: un’enormità. Al momento la formula di risanamento è fatta di due termini: pareggio di bilancio + misure stimolative della crescita. L’applicazione del primo termine è in atto, la “manovra” appena approvata, ma ciò toglie soldi all’economia compromettendo la crescita. Infatti la seconda misura serve a bilanciare tale effetto deflazionistico. Ma non ci riuscirà perché, appunto, la necessità di spendere ogni anno quasi 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito renderà difficile tagliare spesa pubblica in modo sufficiente per stimolare la crescita via detassazione compatibile con il requisito del pareggio di bilancio. Ecco perché gli appelli generici a più crescita sono vani e bisogna aggiungere altri due termini alla formula. Il terzo è un’operazione patrimonio contro debito per ridurre un’aliquota del secondo in un colpo. Ma nemmeno questo basterà. Servirà anche un quarto elemento: la trasformazione dei titoli di debito italiani che eccedono il 70% del Pil in titoli garantiti da tutta l’Eurozona (gli eurobond). Ma vediamo numeri e metodo dell’operazione nazionale patrimonio contro debito, la più cruciale. Lo Stato dovrebbe conferire in una società finanziaria le sue partecipazioni (da Eni alle Poste) e forzare gli enti locali a conferire quelle della aziende municipalizzate e simili. Il valore, in prima stima, del tutto sarebbe attorno ai 250 miliardi. Il patrimonio immobiliare alienabile è di circa 200 miliardi. Non si potrà vendere subito tutto questo. Ma si potranno vendere subito nel mercato globale le azioni della società proprietaria, con un incentivo, per fare cassa, lasciando che la società realizzi il valore dei beni nel lungo termine e ad opportunità. In tal modo ricaveremmo almeno 400 miliardi per cancellarne altrettanti di debito. Ciò farebbe risparmiare più di 20 miliardi di spesa annua per interessi, convertibile in detassazione, e aumenterebbe la credibilità del debito residuo riducendone i costi di rifinanziamento. Cosa che faciliterebbe la conversione in eurobond dei restanti 350 miliardi in modo che il debito sovrano residuo di circa 1.150 miliardi, 70% del Pil, divenga meno depressivo. Questa è la proposta secondo me fattibile nell’arco di un triennio.

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Da tempo, con il Prof. Paolo Savona, sostengo che per ridare crescita all’Italia bisogna ridurre il debito vendendo patrimonio pubblico. Fino che non lo si farà il peso del debito (spesa per interessi e costi di rifinanziamento) sarà tale da non lasciare spazio nel bilancio per la detassazione stimolativa che è motore, pur non unico, della crescita. Tale posizione è in contrasto con gli studiosi che invocano più crescita, ma senza ritenere necessaria un’operazione preventiva patrimonio contro debito. Savona – in linea con le ricerche sulla la soglia di sostenibilità di un debito pubblico – stima che per ridurne l’effetto depressivo bisognerebbe portarlo almeno attorno 70% del Pil. Va annotato che la Germania ha messo in Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio per non aumentare il debito quando questo ha cominciato a salire, nel 2009, verso l’80% del Pil. Ora il debito italiano è al 120%, quasi 1.900 miliardi di euro. Ma come potrebbe l’Italia portare da 1.900 a 1.150 miliardi il debito per tenerlo entro il 70% del Pil, questo attorno ai 1.500 miliardi? Bisognerebbe, infatti, cancellare almeno 750 miliardi di debito espresso in titoli: un’enormità. Al momento la formula di risanamento è fatta di due termini: pareggio di bilancio + misure stimolative della crescita. L’applicazione del primo termine è in atto, la “manovra” appena approvata, ma ciò toglie soldi all’economia compromettendo la crescita. Infatti la seconda misura serve a bilanciare tale effetto deflazionistico. Ma non ci riuscirà perché, appunto, la necessità di spendere ogni anno quasi 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito renderà difficile tagliare spesa pubblica in modo sufficiente per stimolare la crescita via detassazione compatibile con il requisito del pareggio di bilancio. Ecco perché gli appelli generici a più crescita sono vani e bisogna aggiungere altri due termini alla formula. Il terzo è un’operazione patrimonio contro debito per ridurre un’aliquota del secondo in un colpo. Ma nemmeno questo basterà. Servirà anche un quarto elemento: la trasformazione dei titoli di debito italiani che eccedono il 70% del Pil in titoli garantiti da tutta l’Eurozona (gli eurobond). Ma vediamo numeri e metodo dell’operazione nazionale patrimonio contro debito, la più cruciale. Lo Stato dovrebbe conferire in una società finanziaria le sue partecipazioni (da Eni alle Poste) e forzare gli enti locali a conferire quelle della aziende municipalizzate e simili. Il valore, in prima stima, del tutto sarebbe attorno ai 250 miliardi. Il patrimonio immobiliare alienabile è di circa 200 miliardi. Non si potrà vendere subito tutto questo. Ma si potranno vendere subito nel mercato globale le azioni della società proprietaria, con un incentivo, per fare cassa, lasciando che la società realizzi il valore dei beni nel lungo termine e ad opportunità. In tal modo ricaveremmo almeno 400 miliardi per cancellarne altrettanti di debito. Ciò farebbe risparmiare più di 20 miliardi di spesa annua per interessi, convertibile in detassazione, e aumenterebbe la credibilità del debito residuo riducendone i costi di rifinanziamento. Cosa che faciliterebbe la conversione in eurobond dei restanti 350 miliardi in modo che il debito sovrano residuo di circa 1.150 miliardi, 70% del Pil, divenga meno depressivo. Questa è la proposta secondo me fattibile nell’arco di un triennio.

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La Voce di Romagna

2011-7-19

19/7/2011

Per stimolare la crescita bisogna tagliare il debito

Il Presidente della Repubblica ha invitato chi scrive sui giornali a precisare, anche in termini quantitativi, le soluzioni al problema di un’economia stagnante per un confronto di idee più chiaro e concreto.

Da tempo, con il Prof. Paolo Savona, sostengo che per ridare crescita all’Italia bisogna ridurre il debito vendendo patrimonio pubblico. Fino che non lo si farà il peso del debito (spesa per interessi e costi di rifinanziamento) sarà tale da non lasciare spazio nel bilancio per la detassazione stimolativa che è motore, pur non unico, della crescita. Tale posizione è in contrasto con gli studiosi che invocano più crescita, ma senza ritenere necessaria un’operazione preventiva patrimonio contro debito. Savona – in linea con le ricerche sulla la soglia di sostenibilità di un debito pubblico – stima che per ridurne l’effetto depressivo bisognerebbe portarlo almeno attorno 70% del Pil. Va annotato che la Germania ha messo in Costituzione l’obbligo al pareggio di bilancio per non aumentare il debito quando questo ha cominciato a salire, nel 2009, verso l’80% del Pil. Ora il debito italiano è al 120%, quasi 1.900 miliardi di euro. Ma come potrebbe l’Italia portare da 1.900 a 1.150 miliardi il debito per tenerlo entro il 70% del Pil, questo attorno ai 1.500 miliardi? Bisognerebbe, infatti, cancellare almeno 750 miliardi di debito espresso in titoli: un’enormità. Al momento la formula di risanamento è fatta di due termini: pareggio di bilancio + misure stimolative della crescita. L’applicazione del primo termine è in atto, la “manovra” appena approvata, ma ciò toglie soldi all’economia compromettendo la crescita. Infatti la seconda misura serve a bilanciare tale effetto deflazionistico. Ma non ci riuscirà perché, appunto, la necessità di spendere ogni anno quasi 80 miliardi per pagare gli interessi sul debito renderà difficile tagliare spesa pubblica in modo sufficiente per stimolare la crescita via detassazione compatibile con il requisito del pareggio di bilancio. Ecco perché gli appelli generici a più crescita sono vani e bisogna aggiungere altri due termini alla formula. Il terzo è un’operazione patrimonio contro debito per ridurre un’aliquota del secondo in un colpo. Ma nemmeno questo basterà. Servirà anche un quarto elemento: la trasformazione dei titoli di debito italiani che eccedono il 70% del Pil in titoli garantiti da tutta l’Eurozona (gli eurobond). Ma vediamo numeri e metodo dell’operazione nazionale patrimonio contro debito, la più cruciale. Lo Stato dovrebbe conferire in una società finanziaria le sue partecipazioni (da Eni alle Poste) e forzare gli enti locali a conferire quelle della aziende municipalizzate e simili. Il valore, in prima stima, del tutto sarebbe attorno ai 250 miliardi. Il patrimonio immobiliare alienabile è di circa 200 miliardi. Non si potrà vendere subito tutto questo. Ma si potranno vendere subito nel mercato globale le azioni della società proprietaria, con un incentivo, per fare cassa, lasciando che la società realizzi il valore dei beni nel lungo termine e ad opportunità. In tal modo ricaveremmo almeno 400 miliardi per cancellarne altrettanti di debito. Ciò farebbe risparmiare più di 20 miliardi di spesa annua per interessi, convertibile in detassazione, e aumenterebbe la credibilità del debito residuo riducendone i costi di rifinanziamento. Cosa che faciliterebbe la conversione in eurobond dei restanti 350 miliardi in modo che il debito sovrano residuo di circa 1.150 miliardi, 70% del Pil, divenga meno depressivo. Questa è la proposta secondo me fattibile nell’arco di un triennio.

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