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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-7-10

10/7/2016

Il debito ci impedisce di scegliere

Per restare nell’euro o uscirne, evitando danni, comunque l’Italia dovrebbe fare le stesse cose entro un periodo di 5 anni. Questo è il risultato di una simulazione macro svolta dal mio gruppo di ricerca, che qui semplifico. In questo momento l’Italia non può né restare nell’euro né uscirne senza danni e c’è bisogno di un tempo tecnico per rinforzarla affinché o possa stare più comodamente nell’euro stesso oppure tornare con tranquillità alla sovranità monetaria e di bilancio. La priorità è ridurre il debito. Le regole dell’Eurozona impongono di farlo con metodi deflazionistici, per esempio il rigore inteso come più tasse e meno spesa per investimenti, creando un paradosso: se l’Italia riducesse il debito seguendo le euroregole cadrebbe in una decrescita inarrestabile. Prima del burrone, dove si sfracellerebbe anche l’euro,l’Italia sarebbe “salvata” da un commissariamento europeo, cioè dalla Germania, che garantirebbe la sua finanza pubblica, ma, in cambio di una ascarizzazione geopolitica, di un’accettazione del rigore estremo e del dominio tedesco sul sistema economico italiano. La Germania, però, potrebbe non trovare vantaggi in tale operazione, preferendo una crisi totale dell’Italia che farebbe implodere l’euro, imputando a Roma la catastrofe, sapendo che poi l’Italia se la conquisterebbe comunque senza dovere spendere soldi di garanzia, cosa alla quale l’elettorato tedesco è totalmente ostile. La priorità per Berlino sarebbe di evitare una svalutazione competitiva che darebbe impulso alla residua ma ancora robusta potenza industriale italiana a danno di quella tedesca, motivo per il quale ha voluto l’Italia nell’euro nonostante non rispettasse i parametri. Certamente nei think tank tedeschi, a porte chiuse, si valuta con simulazioni simili a quella qui accennata se convenga dare un po’ di euroflessibilità all’Italia per allungarne l’agonia senza farla morire, tenendola sotto controllo con lo strumento europeo, oppure far crollare l’euro e annettere un’Italia in ginocchio nell’area del nuovo marco. Ma, appunto, la flessibilità che la Germania può accettare senza rivolte interne è poca e pertanto le alternative per l’Italia sono l’agonia lenta oppure l’implosione indotta strumentalmente. Sarebbe meglio uscire, quindi? Se si trovasse un modo, ora come ora, il mercato finanziario globale pretenderebbe un premio di rischio insostenibile per rifinanziare il debito italiano, il sistema bancario perderebbe capitali e le imprese si troverebbero senza credito, la lira resterebbe svalutata a lungo inducendo barriere doganali negli altri europei, e l’inflazione distruggerebbe il potere d’acquisito di salari e pensioni, ecc., nonostante la possibilità di stampare moneta, e monetizzare il debito, fornita dal ritorno alla sovranità monetaria. Interverrebbe l’America a salvarci perché pilastri della Nato? Un po’, ma non a sufficienza perché avrebbe come interlocutore principale la Germania – le potenze si accordano tra pari - e lascerebbe a Berlino il compito di sistemare il casino italiano. Alla fine, se l’Italia non risolve il problema del debito non potrà né restare nell’euro né uscirne senza danni fatali. Ma come farlo entro l’eurogabbia che impedisce stimolazioni in deficit della crescita? L’unica è vendere patrimonio pubblico per ridurre almeno di un 20% il debito complessivo, circa 450 miliardi. Il patrimonio disponibile (immobili, concessioni e partecipazioni) è superiore a questa cifra e gli immobili trasferiti agli enti locali possono essere ricollocati in un fondo centrale. Si tratta di conferire il patrimonio in un fondo con la missione di valorizzarlo sia facendolo rendere di più sia vendendolo in tempi lunghi, ma subito emettendo obbligazioni con sottostante il rendimento di tale operazione. Queste obbligazioni, poi, potranno essere date in pagamento dei titoli di Stato giunti a maturazione a una platea globale investitori istituzionali, senza dover fare nuovo debito per ripagarli. E così si ridurrebbe il debito, anche in soli 3 anni, con un risparmio di circa 18 miliardi all’anno sulla spesa per interessi e di altri 4 almeno sul costo di rifinanziamento grazie al miglioramento del rating. Con circa 22 miliardi in più all’anno un governo potrebbe avviare una detassazione più spinta, più investimenti modernizzanti e allo stesso tempo arrivare al pareggio di bilancio. La crescita in Italia aumenterebbe migliorando ulteriormente il rapporto debito/Pil. Al quarto o quinto anno, in questo scenario, potremmo sia stare a nostro agio e più potenti nell’Eurozona, de-germanizzandola, sia, grazie a più solidità, tornare alla sovranità monetaria ottenendo fiducia dal mercato internazionale. Solo così potremmo scegliere. La finanziarizzazione del patrimonio per ridurre il debito è operazione difficilissima? Certo, ma non impossibile con una buona ingegneria. Proviamoci invece di euroagonizzare giulivi, a sinistra, e di straparlare come galline senza testa, a destra e tra le stelle.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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