ENGLISH VERSION


 VITA
  Biografia    Gallery     Interviste    Premi     CPTV

 PUBBLICAZIONI

  Libri    Saggi    Ricerche
  Articoli dal 1998

 LETTERE

  Scrivi a CP
  Leggi le lettere    Archivio

 CERCA


Carlo A. Pelanda
menu
fb Tw g+ print

Libero

2016-3-6

6/3/2016

Più audacia tagliadebito o più tasse

Il governo sta cercando di attutire la pressione della Commissione europea in materia di deficit e debito, forse oggetto di una lettera da Bruxelles tra qualche giorno. Le indiscrezioni fanno intendere che Roma, via negoziato informale, potrebbe minimizzare l’impatto del maggiore rigore richiesto da Bruxelles in termini di pochi miliardi, ricavabili da un aggiustamento del progetto di bilancio (che a maggio dovrà essere approvato dall’Ue) che non implica necessariamente aggravi fiscali. Da un lato, indipendentemente da simpatie e antipatie, è interesse di tutti che il governo ci riesca sia per non compromettere la riduzione delle tasse sulle imprese sia per evitare l’aumento dell’Iva. D’altro lato, è altrettanto doveroso segnalare l’irrazionalità di restrizioni in una fase di rallentamento globale ed europeo della crescita. Va annotato che i funzionari e i commissari delegati di Bruxelles si rendono conto, chi più chi meno, della situazione e ciò li rende inclini ad accettare richieste di minimizzazione dell’impatto delle assurde euroregole, cosa che ci fa sperare in un successo di Roma. Ma bisogna anche considerare che la mancanza di vere procedure anticrisi nell’architettura regolamentare europea strozzerà l’Italia comunque e che questa dovrà inventarsi qualcosa di nuovo, e sovrano, per essere meno vulnerabile sul piano del debito. La speranza, infatti, che Ue ed Eurozona si dotino di capacità anticrisi, da intendersi come sospensione delle regole normali per motivi di stimolazione economica, è poca sul piano del realismo. La stupidità strategica francese, che nei primi anni ’90 volle europeizzare la Germania per evitare che diventasse potenza singola, favorì invece, in particolare via accelerazione dell’euro in un sistema non pronto ad adottarlo, la germanizzazione dell’Europa e il dominio dell’idealismo monetario, nonché dell’egoismo fiscale, tedeschi che strozza il potenziale di crescita e la capacità di contrastare le crisi nell’eurosistema. Convincere la Germania a modificare i propri criteri, per altro specchio di un elettorato con cultura prevalente “di valle” e non “di spazi aperti”, e la Francia ad abbandonare, pur ormai ascara, la diarchia con la Germania, contrapponendosi per liberare l’Europa dall’incubo delle euroregole germanocentriche, sarebbe azione a probabilità zero e senza attori. Un’alleanza tra Francia e Italia, infatti, è impossibile per la volontà della prima di dominarla, cosa che dal 1993 tenta comprando attraverso finte operazioni private snodi strategici dell’economia italiana, recentemente riuscendoci, e di non accettare una relazione alla pari. In sintesi: la Francia è una sorta di nemico, la Germania non lo è, ma ha interesse ad allineare l’Italia sotto i suoi criteri, anche per comprimerne il potenziale competitivo. L’Italia che è entrata nell’euro non considerando che tale atto avrebbe implicato il dover pagare l’enorme debito in un sistema germanocentrico che ne vieta la riduzione via inflazione, non ha forza sufficiente per far sentire le proprie ragioni. E quando lo fa, Francia e Germania la ricattano o le cambiano il governo, in particolare da quando l’America (2008) non è più un protettore dell’Italia, anzi. Ma l’Italia non può uscire dall’euro perché sarebbe la sua fine economica. Nel futuro potrà avvantaggiarsi di una rinnovata alleanza con l’America, ma solo se sarà concluso il negoziato per la creazione di un mercato euroamericano (TTIP) ancora in forse e comunque gestito dalla Ue. In sintesi, Roma ha poco spazio per svincolarsi dalla gabbia europea. Pertanto può fare una sola cosa: trovare un modo sovrano per abbattere una parte del debito per ridurre la propria ricattabilità e aumentare la capacità di stimolazione economica. Tagliare spesa? Sacrosanto, con giudizio, ma ci vuole ben altro. Più volte qui ho invocato la soluzione di impacchettare parte del patrimonio pubblico disponibile e il suo rendimento in forma di obbligazioni con cui pagare, in parte, i titoli di debito pubblico quando giungono a maturazione, diminuendone la quantità da rifinanziare con cassa. Quanto è possibile a breve: 30, 200 miliardi? Tentiamo una pur piccola prima operazione sovrana “patrimonio pubblico contro debito” per indicare una direzione futura ed evitare che ci impongano un’operazione di patrimonio privato (tasse) contro debito pubblico come è nell’aria. In conclusione, auguri al governo per le contingenze negoziali, ma forte critica perché non tenta riduzioni del debito più audaci.

(c) 2016 Carlo Pelanda
FB TW G+

(c) 1999 Carlo Pelanda
Contacts: public@carlopelanda.com
website by: Filippo Brunelli