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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-5-22

22/5/2016

Pensioni adeguate servono a sostenere la fiducia economica

Temo non sia chiaro alla politica che una pensione adeguata sia essenziale per la fiducia economica. Se uno crede che la sua vecchiaia sarà ben finanziata, allora nel presente risparmierà un po’ meno e spenderà di più, aiutando la crescita. Se, invece, percepirà come incerto il futuro risparmierà di più e spenderà di meno. L’Italia ha aggiustato il bilancio statale prospettico, su imposizione tedesca, con una riforma (Monti – Fornero) che riduce i redditi futuri degli anziani. Per giunta, non ha ancora veramente facilitato la formazione di pensioni integrative (via fondi privati) né dato impulso alla crescita del Pil via effettive riforme di efficienza che permetterebbero di far fruttare di più gli investimenti per la pensione. Inoltre, anche per il ritardo con cui ha gestito i problemi nella transizione dal vecchio al nuovo regime pensionistico, ha generato incertezza diffusa facendo intendere che, se necessario per i conti pubblici, le pensioni potrebbero essere ulteriormente rimaneggiate. Un disastro tecnico, morale e sociale. Come ripararlo? Il punto è che non basta una diversa riforma delle pensioni, ma è necessario riorganizzare l’intero Stato sociale. In Italia le garanzie hanno una configurazione demografica assurda: poche per giovani e anziani, tante per la popolazione nel fiore della vita. Tale modello penalizza, psicologicamente e concretamente, la fiducia economica perché impoverisce chi è già anziano, mette in ansia chi pensa al proprio futuro e non investe sulla qualificazione dei giovani che dovrebbero accedere a lavori che richiedono sempre più competenze. Una parte eccessiva dei denari fiscali e delle tutele va favore di impiegati pubblici, in buona parte sempre meno utili, e di protezioni per lavoratori che, nel pieno della vita matura, potrebbero gestire le fatiche e le opportunità di un libero mercato competitivo con buon successo medio. Infatti, se qualcuno volesse fare un semplice grafico, potrebbe mettere in verticale la quantità di risorse e facilitazioni fornite dal modello di welfare e in orizzontale tre blocchi demografici: giovani, maturi e anziani. Troverebbe che il modello investe di più su chi non ha bisogno, i maturi, e di meno su chi ha necessità, cioè giovani ed anziani. Il modello giusto sarebbe quello contrario: un massimo di risorse per la popolazione non più al lavoro e per i giovani che devono conquistarlo godendo di maggiori investimenti educativi e un minimo (relativo) per le persone mature, dai 25 ai 60 anni, che hanno bisogno di meno tutele o stipendi garantiti per sopravvivere. Un modello di welfare più orientato all’investimento sui giovani crea le condizioni di fattibilità per pagare pensioni decenti ai vecchi, questo l’obiettivo di una lungimirante allocazione del denaro fiscale e delle facilitazioni. Nel grafico, questo miglior modello prenderebbe la forma di una “U”. L’Italia mostra, invece, una “U” rovesciata. Lo scrissi già in un libro, “Stato della crescita”, che ricevette il premio Capalbio per l’economia nel 2000 congiuntamente con un libro del Prof. Boeri, attuale Presidente dell’Inps. Ora Boeri vuole mostrare agli italiani quale pensione prenderanno nel futuro per avvertirli che sarà poca e quindi spingerli ad investire in fondi integrativi. Azione corretta, ma controproducente: mina la fiducia nel futuro, rischiando di congelare troppo capitale nel risparmio, riducendo consumi e crescita. Sarebbe producente se fosse completata da un messaggio chiaro e forte: bisogna cambiare l’intero modello di welfare perché quello corrente non permette all’Inps di compiere la sua missione di garanzia sociale. Ma non come sta cambiando ora sotto la pressione del rigore cieco, tagliando ancor di più risorse per giovani, anziani e investimenti, generando incertezza diffusa. Bisognerebbe, invece, studiare e proporre un nuovo “welfare d’investimento” caratterizzato da meno tasse che favoriscono più crescita futura e da più spesa pubblica per le pensioni della popolazione oggi anziana e la qualificazione dei giovani, trovando l’equilibrio di bilancio tagliando la spesa per apparati e impiegati pubblici inutili e assistenzialismi non necessari. In sostanza, si tratta di rielaborare e riallocare circa 120 miliardi: li abbiamo e il nuovo welfare è fattibile nel medio termine. Ma è urgente applicare una parte del nuovo progetto subito per alzare le pensioni troppo basse agli anziani senza altre opzioni di reddito per difendere la fiducia complessiva. Spero lo si capisca.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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