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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-3-27

27/3/2016

Il rischio terroristico reale è più grave di quello percepito

Gli attacchi terroristici non stanno producendo danni sistemici rilevanti, ma in realtà hanno il potenziale per farlo. Pertanto bisogna inserire un criterio di sicurezza economica nelle strategie di anti e contro terrorismo, eventualmente variandole. Un colpo singolo, sporadico, ha l’effetto di alzare i costi economici entro limiti non destabilizzanti. Una sequenza periodizzata di colpi, invece, può portare a costi destabilizzanti dovuti alla sospensione di attività e all’incremento di precauzioni. Se poi la periodicità di attacchi, prova di un nemico furtivo che sfugge all’interdizione, si combina con la possibilità che questi vengano diretti a centrali nucleari, come nel piano originario della cellula jihadista di Bruxelles, o raggiungano biocapacità che implicano la possibilità di emergenze di massa durature (cosa non esclusa da una dichiarazione di Valls del novembre scorso) allora si apre un problema di difesa della fiducia sistemica, cioè di quel fattore psicologico che movimenta il ciclo del capitale, in particolare la conversione del risparmio in consumi e investimenti. C’è un tale livello di rischio? C’è perché in Europa è più facile condurre attacchi: i nuclei armati possono trovare assistenza nella vasta popolazione islamica immigrata e, soprattutto, non ancora assimilata. Gli islamici in America, per esempio, non sono territorialmente concentrati e molti di loro mostrano una volontà di autoassimilazione che li porterebbe a denunciare possibili terroristi, cosa che nei quartieri islamici in Europa è di minima probabilità. Poi gli europei non bombardano né adottano la tecnica di rendere simmetrica l’azione di controterrorismo uccidendo, con azioni segrete, i capi jihadisti e le loro famiglie come invece fanno Israele e, di recente, l’America. Il punto: l’Europa debellicizzata e che attua l’integrazione multiculturale invece di assimilare gli immigrati sradicando la loro cultura d’origine, è il luogo dove è più facile portare colpi sia dissuasivi contro l’Occidente sia per scopi di destabilizzazione del pilastro euroamericano del mercato globale. Poi in Europa non c’è FBI, ma polizie poco coordinate e ciò facilita l’insediamento di cellule jihadiste. Inoltre la gran massa di islamici non assimilati produce molti combattenti istruiti attratti dalla profezia di vittoria del Califfato. Il punto: in Europa non si può escludere il rischio di caso peggiore, cioè eventi che minino la fiducia economica regionale e globale, perché se il nemico decide di portarli trova meno difficoltà che altrove. La formula “dobbiamo convivere con il rischio” adottata da tutti i governi europei, pur realistica, è inaccettabile perché implica un rischio non così grave mentre è grave e sistemico. Ovviamente valuto l’alternativa: qualche decina di gruppi di fuoco con pochi mezzi, pur protetti all’interno di quartieri islamici, potrà portare dei colpi, ma alla fine né instaurare una sequenza destabilizzante né tantomeno causare decine di milioni di morti con attentati biologici o nucleari. Tale visione più rassicurante è difettosa perché dipendente dalla volontà del nemico: se ha un obiettivo politico, farà un danno per ottenere ascolto, grave, ma non sistemico; ma se ha un obiettivo apocalittico, cioè di segnalare la potenza dell’Islam jihadista per dominare quello non violento, per eccitare adesioni e dimostrare la debolezza dell’Occidente, allora cercherà di colpire più duro. Non possiamo escludere che lo Stato islamico voglia usare strategie apocalittiche, i dati recenti indicano che si stia organizzando verso questa capacità, e quindi non possiamo convivere con questo rischio: dovremmo eliminarlo. Per essere chiari: l’Europa è un luogo dove è più facile che altrove portare colpi con capacità di destabilizzazione globale e la difesa va calibrata contro questo livello massimo di rischio. Ciò implica all’esterno un’azione europea di eliminazione del Califfato, anche per produrre vittorie che ne indeboliscano la profezia vincente e relativo reclutamento. All’interno ci vuole una pressione assimilante e di dispersione sul territorio verso le comunità islamiche affinché siano alberghi meno comodi per jihadisti, evitando demonizzazioni collettive che sarebbero ingiuste e controproducenti. L’analisi che connette la vulnerabilità europea a colpi terroristici con il rischio di destabilizzazione economica globale non lascia spazio a ritardi nella revisione in senso più attivo delle politiche di sicurezza.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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