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Carlo A. Pelanda
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Libero

2016-2-7

7/2/2016

Dalla flessibilità negativa a quella positiva

L’architettura dell’Eurozona ha bisogno di flessibilità, ma non certo di quella che implica il finanziamento a debito crescente di modelli statalisti inefficienti. Per questo sollecito qui una ricerca della giusta flessibilità che eviti sia il rigore depressivo dell’eurosistema sia il disordine contabile: ambedue porterebbero gli Stati all’implosione economica. E mi rivolgo in particolare al pensiero tecnico italiano perché l’Italia ha un problema in più delle altre euronazioni: ha bisogno che esista un’Eurozona come garante di fatto del suo enorme debito, non riducibile in tempi brevi attraverso azioni sovrane non-impoverenti, anche in caso di una sacrosanta operazione patrimonio contro debito stesso per ridurne una parte, ma di un’Eurozona con regole diverse. In altri termini, ha bisogno di una flessibilità entro un ordine che convinca il mercato finanziario a non richiedere premi di rischio contro l’insolvenza troppo elevati nelle aste di rifinanziamento del debito stesso mentre deve capitalizzare, necessariamente, in deficit riforme di efficienza. Il punto. Correntemente è richiesto agli Stati di rispettare la tendenza al pareggio di bilancio ogni anno per mantenere solido l’euro basato su un’architettura di simmetria di ordine contabile nelle singole nazioni e non di architettura federale con un re-distributore centrale che riequilibri le differenze di ricchezza. Si consideri che il modello di Stato sociale adottato nelle nazioni europee è insostenibile perché eroga garanzie redistributive che comprimono la creazione della ricchezza. Tutte le nazioni, pertanto, sono costrette a ridurre la spesa pubblica e le tasse per aumentare la crescita e con essa, e non con debito, finanziare garanzie fiscalmente meno pesanti. Chi non lo farà imploderà. Ma una nazione riformatrice trova un ostacolo insormontabile nelle euroregole. Se costretta ogni anno a correlare la detassazione stimolativa con il vincolo del pareggio di bilancio dovrà abbattere troppa spesa di colpo generando deflazione e dissenso per i tanti licenziati o decapitalizzati senza alternative. L’euroarchitettura impone l’impoverimento a una nazione che voglia darsi un modello economico più efficiente e giustifica i difensori dell’inefficienza, per lo più sinistre e populismi, nel sostenere che il riequilibrio degli Stati sociali comporta impoverimenti di massa. La soluzione, a modello politico europeo costante, è quella di permettere il calcolo dell’equilibrio contabile ogni cinque anni invece che in ciascuna annualità, così concedendo alle nazioni riformatrici uno spazio di detassazione in deficit nell’ambito di un impegno al pareggio di bilancio entro un dato tempo. Per esempio, l’Italia potrebbe ridurre di 1/3 le tasse subito e prendersi 5 anni di tempo per ridurre la spesa, arrivando al pareggio di bilancio al 5° grazie a maggiore crescita pur a tasse minori. Potrebbero essere, a seconda dei casi nazionali, o 3 o 7 o 10 anni in cui l’eventuale aumento del debito sarebbe bilanciato da una regola europea che alla fine del periodo obbliga una nazione a rispettare i parametri di ordine contabile. Così le euro regole diventerebbero uno scudo che protegge un temporaneo aumento del debito. L’effetto scudo implica una condizionalità e controlli europei sulle politiche nazionali: lo spazio di deficit straordinario può essere concesso solo per politiche che riducano i costi pubblici e aumentino la crescita, inclusi investimenti di modernizzazione. Ci sono importanti dettagli da studiare: garanzia Bce o di un fondo europeo per il periodo di deficit straordinario; condizionalità che si avvale o meno di sanzioni; ecc. Ma vale la pena di studiarli, per proporre un eurotrattato integrativo perché questo tipo di flessibilità è razionale, produttiva di crescita, non implica esborsi di una nazione a favore di altre e permette una coesione europea basata su adattamenti nazionali alle regole di sistema entro il modello di “sovranità condivise” come auspicato da Draghi, non lontano da quello di “sovranità bilanciate” elaborato da Paolo Savona e da me nel 2001 (Sovranità & ricchezza, Sperling). Suggerisco al governo di proporre la flessibilità positiva qui abbozzata e di abbandonare quella socialista che chiede spazio di debito per continuare a finanziare l’inefficienza. Se così, l’Italia sorprenderà, potrà essere avanguardia di una riforma razionale dell’eurosistema accettabile dal Nord e dal Sud e, soprattutto, di interesse nazionale. Appunto, dal bongo al bingo.

(c) 2016 Carlo Pelanda
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