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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-3-8

8/3/2015

Il pericolo del dopo Bce

Il governo va pressato affinché interpreti in modo attivo e non passivo l’opportunità di crescita offerta dal programma Bce che inizierà domani. Se farà troppo poco, infatti, lo stimolo monetario non produrrà crescita. Non si tratta solo del rischio di  perdere un’opportunità, ma di uno più grave: se alla fine del 2016, quando la Bce terminerà il programma e smetterà di comprare debito italiano, la crescita restasse bassa, allora il mercato sconterebbe nuovamente un destino di  insolvenza del debito stesso aumentandone i costi di rifinanziamento, con conseguenze già viste nel 2011, questa volta peggio. Quindi fare crescita e ridurre il debito è una assoluta priorità, adesso e non domani. Per questo osservo con preoccupazione una posizione per lo più passiva del governo. Non vorrei essere scorretto: è molto attivo, ogni giorno una novità economica, ma queste novità sono insufficienti. Lo si ricava dai programmi e dalle previsioni del governo stesso: la crescita prevista nel 2015-16 è minima, di fatto stagnazione; la pressione fiscale resterà sostanzialmente inalterata e depressiva, la riduzione della spesa irrilevante, sul debito niente: tanto rumore per nulla. Per altro, basterebbe leggere le dichiarazioni di Padoan in merito alla dottrina fiscale a cui aderisce: le tasse vanno spostate dove pesano di meno, ma non ridotte, posizione tipica degli economisti di sinistra che si pongono il problema di come mantenere sostenibile un modello di statalismo assistenziale e non quello di stimolazione del mercato. In sintesi, questo governo ha una missione di manutenzione del modello, ma non di crescita, e sulla riduzione del debito tace. Cosa vorrà e potrà realisticamente fare un governo così orientato in base al requisito di crescita, legato alla solvibilità del debito, detto in apertura? Temo ci metterà nei guai perché quello che vorrà e potrà fare nel prossimo biennio sarà molto meno di quanto è necessario. Sarebbero salvifiche elezioni e la vittoria di un centrodestra con mandato liberalizzante? Certo, ma è del tutto improbabile che ciò avvenga in tempo utile, anche qualora la destra rinsavisse offrendo un progetto razionale e credibile capace di compattare il popolo del mercato che è maggioranza nella nazione.  Quindi, pragmaticamente e per interesse nazionale, bisogna trovare soluzioni che, inevitabilmente, siano compatibili con la missione di manutenzione statalista del governo ed allo stesso tempo risanatrici e almeno un po’ pro-crescita. Provo ad abbozzare un menù. Le piccole imprese che costituiscono più dell’80% del nostro sistema industriale non godranno della liquidità creata dalla Bce per la loro non piena aderenza agli esagerati requisiti di merito di credito emessi dalle varie autorità di vigilanza bancaria europea e hanno bisogno di una garanzia temporanea per accedere al credito stesso, soprattutto, a basso costo: non peserebbe molto allo Stato creare una temporanea  garanzia integrativa per l’accesso al credito molto più ampia di quella in atto. Migliaia di aziende ancora vitali, ma con problemi di continuità aziendale per le perdite subite durante la recessione, si salverebbero  se fossero aiutate da un fondo di ri-patrimonializzazione, già pensato dal governo, ma molto più esteso. Prioritaria, poi, sarebbe la predisposizione di un’operazione patrimonio (pubblico) contro debito, così sintetizzabile: (a) inserire in un veicolo societario unico la proprietà di immobili, partecipazioni, valori di concessione, sia statali sia locali; (b) emettere delle obbligazioni con rendimento sottostante la valorizzazione di tali beni, disegnandole in modo da renderle attraenti; (c) pagare i titoli di debito giunti a maturazione con tali obbligazioni invece di emettere nuovo debito. Il mio gruppo di ricerca stima che in tal modo si potrebbe ridurre il debito, ora oltre i 2 trilioni, di circa 400-500 miliardi in un triennio.  Impostare subito tale azione significa poter arrivare alla fine del programma Bce con un progetto (non-deflazionistico) credibile di riduzione dell’enorme debito nazionale e dei suoi costi annui che, anche se con crescita ancora non convincente, almeno manterrebbe l’Italia a galla. Anche un governo socialistoide può fare queste  semplici e sane cose. Ma chi lo presserà? Il Parlamento attuale è troppo vago e disordinato. Mi chiedo se il Presidente della Repubblica, di cui ho stima, veda il pericolo qui tratteggiato per la nazione e possa pensare ad un gesto di indirizzo.    

(c) 2015 Carlo Pelanda
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