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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-9-20

20/9/2015

Recuperiamo la presidenza del G20 ceduta alla Germania

L’indiscrezione che l’Italia abbia rinunciato a presiedere un prossimo summit del G20 pur avendone il diritto, se confermata, non comporta necessariamente una critica al governo, ma certamente giustifica la valutazione urgente di chi e come definisce l’interesse nazionale. In questo momento storico, infatti, l’Italia ha un enorme problema di posizione internazionale e dovrebbe prendere sia una postura attiva sia darsi un obiettivo strategico preciso, cosa che non sta facendo. Chi sono io per valutarlo? Uno di quelli che, in veste di consulente di governi italiani in materia di geopolitica economica, periodicamente dal 1993 al 2006, e di consigliere per gli scenari internazionali del Quirinale, dal 1989 al 1991, ai tempi di Cossiga, ha sempre raccomandato una posizione più passiva che attivista nelle alleanze alle quali l’Italia partecipava perché tale postura le permetteva di meglio esercitare in esse l’interesse nazionale. L’Italia doveva necessariamente far parte della Ue e della Nato perché tali alleanze erano moltiplicatori di forza per una media potenza, nonché di sicurezza. Ma era ed è anche una potenza industriale esportatrice con la necessità di attuare penetrazioni commerciali globali, spesso in nazioni non necessariamente compatibili con le alleanze. Per combinare i due requisiti, la soluzione migliore era (1) quella di mostrare totale lealtà alle alleanze per ottenere una sorta di permesso ad avere mani libere, (2) in una postura passiva che facilitasse le relazioni con nazioni esterne o divergenti, (3) avendo qualcosa da scambiare con l’America, alleato principale. Tale linea, in verità, fu tenuta dall’Italia fin dagli anni ’50. Ed è importante notare che gli altri imperi sconfitti nella Seconda guerra mondiale, Germania e Giappone, fecero lo stesso per attuare una politica mercantilista che serviva le esigenze del loro modello basato sull’export: leali alle alleanze, ma passivi, scambiando l’accettazione di basi statunitensi sul loro territorio con permessi di deroghe o mercantiliste e/o di partecipazione minima a impegni militari. La postura di “lealtà passiva” permise all’Italia, durante e dopo la Guerra fredda, di avere relazioni commerciali privilegiate con l’Unione sovietica, l’Iran teocratico, e altri divergenti, dandole un vantaggio netto. Fino al 2010. Poi il mondo è cambiato. Le alleanze non sono più state moltiplicatori di forza e la lealtà passiva in esse ha provocato danni: Roma ha dovuto bombardare la Libia, dopo averla ricolonizzata di fatto, per obblighi Nato; ha dovuto accettare sanzioni contro una Russia che ne è tra i migliori clienti; ha subito un ordine europeo germanocentrico che le ha fatto perdere quasi il 10% del Pil in pochi anni. Roma è rimasta spiazzata e immobile, aggiungendo al danno una crescente irrilevanza internazionale, non adattandosi alla nuova evoluzione delle alleanze e non comprendendo che bisognava sostituire la passività ormai inutile con l’attivismo. Nel febbraio 2013 Washington decise che avrebbe dovuto ricostruire l’impero americano in dissoluzione, e sfidato dalla Cina, in forma di mercato amerocentrico che includesse gli alleati del Pacifico e gli europei, escludendo Cina, Russia e altri regimi autoritari. I negoziati TPP sul lato del Pacifico sono in dirittura di arrivo, quelli TTIP tra Stati Uniti e Ue sono al 10° round. La nuova alleanza, se conclusa, varrebbe circa il 70% del Pil mondiale. Roma dovrà farne parte, ma questa volta attivista. Tokyo lo è già, Berlino meno, non per passività, ma per la difficoltà di armonizzare la nuova alleanza e le relazioni con le escluse Cina e Russia. Ciò apre il seguente spazio di attivismo per Roma: a) come acceleratore del TTIP; 2) come propositore di accessi selettivi per Cina e Russia affinché non si sentano del tutto escluse dal nuovo mercato e non formino un blocco economico che poi escluderebbe l’Italia con danno grave. Per il secondo scopo la presidenza di un G20, che può avviare nuovi concetti, è perfetta. Il punto: l’Italia ha ceduto, se confermato, alla Germania questo vantaggio. Scelta oculata del governo, in cambio di un vantaggio, o risultato controproducente della mancanza di strumenti adeguati per fare scenari, individuare strategie e applicarle, lasciando così la definizione dell’interesse nazionale a burocrazie ministeriali, rispettabili, ma chiuse in visioni statiche e frammentate? Nel secondo caso, raccomando di colmare il gap rapidamente e, se ancora possibile, di recuperare quel G20.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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