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Carlo A. Pelanda
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Libero

2015-4-26

26/4/2015

Dopo il Qe europeo ce ne vorrà uno per l’Italia

Lo scenario economico italiano si sta precisando: nel prossimo biennio il Pil crescerà troppo poco ed il debito non scenderà. Quindi è probabile che dopo la fine del Qe, nell’autunno 2016, il mercato ricomincerà a pretendere un premio di rischio crescente per rifinanziare il debito italiano, eventualità che ci rimanderebbe in recessione. Ma questa volta indeboliti da quella grave e prolungata precedente. Infatti, aggiungendo l’analisi di vulnerabilità – specialità metodologica del mio gruppo di ricerca - a quella del rischio si vede chiaramente che il sistema non reggerebbe. Più precisamente, a modello costante reggerebbe il costo crescente del debito solo drenando via tasse più risorse dal mercato provocandone la depressione. Quanto successo nel 2011 con le conseguenza recessive durate fino al 2014 e solo ora in lenta inversione, si ripeterebbe, probabilmente, al cubo. Quanto è grave il pericolo? Da un lato, ci sono motivi per sperare che i dati di crescita saranno migliori dello 0,7% nel 2015 e dello 1,4% ora previsti. Dall’altro, bisogna considerare che l’eventuale miglioramento sarà dovuto a fattori contingenti ed aleatori quali il vantaggio del cambio per l’export ed il temporaneo costo ridotto dell’energia fossile, a cui va aggiunto l’afflusso di capitali turistici dovuti all’Expo ed al Giubileo. Questi fattori esterni e non-durevoli bilanceranno la stagnazione del mercato interno oppresso dal fisco, ma quando il loro effetto cesserà l’Italia si ritroverà con un destino di crescita, nel caso migliore, attorno all’1% annuo. La sostenibilità del debito richiederebbe almeno un 3% medio prolungato. Questo gap tra crescita possibile e necessaria ha fatto scrivere al Wall Street Journal che l’Italia è la vera mina nel mercato globale. Il punto: il governo ritiene sufficiente una crescita prospettica sotto il 2% che verso il 2020 potrebbe stare sul 2% medio stesso, raddoppiando quell’1% tendenziale detto sopra grazie alle riforme. Il problema: (a) questo obiettivo è comunque insufficiente; (b) l’unica vera riforma stimolativa sarebbe quella di tagliare spesa e tasse, ma questo governo mostra di non volerlo/poterlo fare; (c) ciò rende grave ed imminente (2017-18) un pericolo, in teoria, evitabile. Cosa fare? Diciamoci la verità: da un lato, abbiamo un centrosinistra oca giuliva che ci sta portando a sbattere, dall’altro un centrodestra al momento pollaio agitato da frenetiche galline senza testa. Quindi è improbabile in tempo utile un cambiamento politico che tagli spesa e tasse tra i 90 ed i 100 miliardi, comunicando al mercato una formula credibile di riduzione prospettica del debito via forte impulso alla crescita, cosa che eliminerebbe il pericolo. Resta un’operazione “patrimonio pubblico contro debito” per ridurne una parte, cosa che segnalerebbe al mercato la sostenibilità del debito italiano stesso grazie al minor volume assoluto ed alla riduzione dei costi per interessi (oggi sui 70 miliardi all’anno, circa 4,5 punti di Pil). Ma ho dubbi sulla capacità del governo di disegnare una tale operazione che implicherebbe la cartolarizzazione sintetica di almeno 400 miliardi di beni pubblici, l’emissione di obbligazioni aventi come sottostante il rendimento dei beni stessi allo scopo di pagare con esse i titoli di Stato giunti a maturazione invece di emettere nuovo debito per ripagare quello vecchio. Inoltre, per tale operazione ci vorrebbe una garanzia Bce per evitare che l’obbligazione detta soffrisse del pessimo rating italiano corrente, solo uno scatto sopra l’insolvenza, che la renderebbe comunque titolo spazzatura: difficile che la Bce la dia. Ma mi viene un’idea: se dopo la fine del Qe europeo, che di fatto garantisce il debito italiano, la Bce attivasse “Qe nazionali condizionati”, allora la riduzione del debito attraverso la finanziarizzazione del patrimonio pubblico potrebbe essere fattibile, tra l’altro azione non deflazionista mentre quella di reggere il debito tassando i patrimoni privati lo è. La condizionalità del Qe italiano consisterebbe proprio nell’impegno a ripagare via patrimonio pubblico (cartolarizzato) una forte aliquota del debito: tu Italia lo accetti ed io Bce ti garantisco l’operazione. Saremmo salvi, senza bisogno di altre condizionalità fiscali depressive come quelle del 2011. Spero Draghi voglia mettere allo studio questa forma di Qe nazionali che aiuterebbe a ridurre il debito complessivo dell’Eurozona e disinnescherebbe la mina italiana che minaccia euro e globo.

(c) 2015 Carlo Pelanda
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