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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-4-20

20/4/2014

Luce sulla finanza buona

Il mercato finanziario italiano sta subendo una trasformazione modernizzante, per necessità, ma questa è lenta. Va accelerata, prima di tutto, rimuovendo stereotipi negativi e demonizzazioni al riguardo della finanza evoluta. Da qualche giorno, infatti, gli indicatori mostrano sia una ripresa iniziale anche del mercato interno (fermo da 3 anni) sia il rischio che questa possa essere soffocata dall’insufficienza di credito e di servizi finanziari adeguati alle imprese. Per inciso, Pasqua è momento di verità e luce e mi sembra irrimandabile l’uscita da un periodo di oscurantismo culturale che ha affermato nel senso comune che la finanza sia una cosa cattiva. Un lettore potrebbe dire: cosa c’entro io in questa materia tecnicissima? Tantissimo: se un lettore pensa che si possano separare economia reale e finanza e che la seconda sia demonica nonché da comprimere ai minimi termini (Merkel, Sarkozy, Tremonti 2008-09) allora riterrà che il solo pensare a derivati, cartolarizzazioni, fondi di investimento in Private Equity, fondi di credito/debito, Borse e in generale tutta la finanza non-bancaria, sia un male. Il politico registra nei sondaggi l’umore popolare. Così Renzi ha trovato naturale supertassare i profitti da investimento finanziario perché roba considerata diabolica. Ciò è avvenuto proprio nel momento in cui le imprese cercano disperatamente finanziamenti non-bancari perché le banche commerciali ordinarie danno credito insufficiente. Mancano ben 100 miliardi di credito, di cui solo una ventina sarà ripristinata a medio termine. I soldi mancanti possono essere erogati in modi alternativi da fondi specializzati. Ma se vengono tassati troppo non riceveranno denaro da investitori, per lo più internazionali, che possono scegliere nel mondo le aree più competitive. Proprio nel momento in cui nel mercato globale è tornata l’idea che l’impresa italiana sia un oggetto interessante di investimento, Renzi rende de-competitivi per eccessivo peso fiscale gli strumenti di investimento non-bancario. Geniale, nevvero? Ma se fosse diffusa nella popolazione una cultura finanziaria corretta che fa capire quanto sia importante non soffocare gli strumenti alternativi di credito delle imprese probabilmente tale tassazione controproducente (dal 20 al 26%!) non sarebbe avvenuta. Pertanto l’umore collettivo c’entra, eccome. Ne ho prove dirette anche di dettaglio. Il mese scorso un’azienda in grande ripresa, ma con bilancio dissestato, mi ha chiesto come rimettere a posto le cose. Un caso facile: cartolarizzazione degli immobili e dei crediti in ritardo, ma non persi, con l’esito di riequilibrio del bilancio, ritorno di liquidità (parziale) dall’operazione nonché di continuità aziendale. Ho dovuto combattere con i sindaci e commercialisti di quell’impresa: l’obbligazione lussemburghese con la quale viene ripagato il bene ceduto e cartolarizzato è stata scambiata per un demonico derivato pur il suo valore certificato e quotato; un sindaco pretendeva di svalutare subito i crediti, svendendoli, invece di finanziarizzarli per recuperare il valore nel tempo. In breve, i professionisti che assistevano l’imprenditore o non hanno capito l’operazione – mi son perfino sentito dire “io non so l’Inglese, bisogna tradurre tutto…” - o la hanno valutata pericolosa “visto il clima”. Poi ci sono riuscito, impresa salva e di nuovo nel globo, ma che fatica! Il clima negativo al riguardo della finanza ha contato molto perfino per operazioni tecniche con tecnici (mah…) e ciò mi ha convinto ad enfatizzare la necessità di cambiarlo: (a) le imprese hanno bisogno di strumenti finanziari non-bancari sia per crescere sia per compensare la riduzione del credito bancario, considerando che tali strumenti sono poco diffusi in Italia perché finora bancocentrica; (b) in America circa l’80% del finanziamento alle imprese è non bancario mentre in Italia il 90% resta bancario, ma anche da noi si dovrà andare verso la proporzione americana; (c) per favorire la transizione sono essenziali consenso e comprensione di massa nei confronti della “finanza buona” che offre soluzioni all’impresa, rendendo senso comune che finanza ed economia reale sono inseparabili, come il sangue ed il corpo; (d) c’è anche una finanza cattiva, ma questa è molto minoritaria e facilmente individuabile. Tornerò sul tema, ma permettetemi di anticipare un “benvenuta finanza buona” anche come imputazione di imbecillità ai politici che la vogliono supertassare confidando sulla persistenza della sua demonizzazione fatta, esagerando in un momento di panico, nel 2008-09. Buona luce & verità.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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