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Carlo A. Pelanda
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Libero

2014-3-2

2/3/2014

Inutile facilitare il lavoro senza stimolare l’economia

L’enfasi del premier sulla priorità di una nuova legge sul lavoro, denominata Jobs Act, merita una precisazione per evitare nei lettori attese che poi verrebbero deluse. Una norma incentivante, da sola, non produce necessariamente più occupazione. Se, infatti, non c’è crescita del mercato non ci sono motivi per assumere. Così come se c’è crescita, ma le norme sul lavoro sono rigide e troppo costose, prima di assumere le aziende tenderanno ad usare al massimo la forza lavoro che già hanno e/o ad esternalizzare le produzioni. Quindi la giusta politica per invertire l’incremento della disoccupazione implica la combinazione di due misure sincroniche: politica economica stimolativa e norme incentivanti per i contratti di lavoro. Una sola di queste non darebbe effetti significativi. Quasi mi vergogno a scrivere tali ovvietà, ma sospetto che molti in Italia ritengano il “lavoro” un oggetto di tipo solo giuridico, cioè dipendente dal regime normativo, e tendono a sottovalutare che, in realtà, è un oggetto economico dipendente dagli andamenti del mercato. Se il governo propone regimi contrattuali meno rigidi, onerosi, ecc., non combinati con macrostimolazioni economiche forti, non aspettatevi grandi miglioramenti sistemici. Perché allora io stesso ho proposto nei mesi scorsi, con insistenza, di detassare totalmente (fisco e contributi) per un periodo di 5 anni i compensi dei giovani fino ai 30 anni, lasciandoli liberi di fare qualsiasi contratto reciprocamente conveniente con un’azienda? Perché il saggio di crescita, pur minimo, corrente permetterebbe un maggiore impiego di giovani apprendisti e simili che, invece, non viene attivato a causa dei costi e vincoli eccessivi della legge Fornero-Monti: tale misura temporanea e d’emergenza, considerando anche lavori stagionali, secondo me ed il mio gruppo di ricerca (fatto di giovani interessati a capire come evitare il genocidio dei loro coetanei e che hanno elaborato gratuitamente analisi e simulazioni delle soluzioni in materia) potrebbe almeno dimezzare l’attuale disoccupazione giovanile. Ma una tale misura tampone, che continuo ad invocare anche segnalando la necessità di un diritto al lavoro agevolato per ultracinquantenni via contratti totalmente liberalizzati, non è una soluzione sistemica. Lo sarebbe la riduzione rapida (tre anni) di almeno 80 miliardi di spesa e tasse combinata con una flessibilizzazione dei contratti di lavoro e con un abbattimento del “cuneo fiscale” incluso negli 80 stessi, rafforzata da una licenziabilità per causa economica con oneri solo normali, estendibile anche ai dipendenti pubblici. A chi si stupisce che per incrementare l’occupazione si invochi più, e meno costosa, licenziabilità va ricordato che un’azienda assume solo se può licenziare, al bisogno, per evitare il rischio di costi fissi insostenibili. Piaccia o meno, questa è la realtà. Ma, ovviamente, non lo raccomanderò ad un governo di sinistra per il semplice fatto che non lo vorrà né potrà mai fare. Potrebbe, comunque, flessibilizzare i contratti di lavoro e ridurne i carichi fiscali, compensandoli con più tasse indirette, come il governo sembra intenzionato a fare (ammuina fiscale). Ma lo stimolo? Anche un governo di sinistra potrebbe fare qualcosa, nelle contingenze, se analizzasse con più precisione la situazione. La recessione, così come la ripresa stentata, è stata causata molto più dalla restrizione del credito – 95 miliardi in meno in un triennio a famiglie ed imprese – che non dall’aumento delle tasse, pur questo mortifero. Pertanto ci sarebbe un forte rimbalzo dell’economia se il governo accendesse una “megafondo di garanzia” capace di coprire almeno il 70% di un prestito bancario. C’è già qualcosa del genere, ma insufficiente. Per un vero stimolo macro il fondo dovrebbe avere una dotazione di almeno 30-40 miliardi (garanzie, non soldi). Le due misure combinate permetterebbero un rientro della disoccupazione verso l’8% entro un triennio. Se vi fosse un governo con maggioranza liberista e leader competente? In un triennio, dopo anche un’operazione patrimonio pubblico contro debito per ridurlo, porteremmo la crescita del Pil vicino al 4% annuo per un po’ e la disoccupazione verso un sostenibile 5%. Nell’attesa, spero breve, spingiamo realisticamente il governo a fare almeno quello che una sinistra post-comunista, pur con residui comunistoidi, può fare per limitare la tragedia sociale in atto, anche vigilando affinché non illuda la gente con incompletezze ed imprecisioni alle quali, in base ai primi segnali, purtroppo sembra incline.

(c) 2014 Carlo Pelanda
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