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Carlo A. Pelanda
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Libero

2013-7-7

7/7/2013

Po Valley

Il sistema delle imprese italiane esportatrici è rimasto vivo e sta aumentando la sua espansione. Non è mai andato in crisi. Ciò che è andato, e resta, in crisi è il mercato interno, e le aziende che vi dipendono senza accessi a quello esterno, perché governi ed Eurozona lo hanno deflazionato a livelli assurdi. Infatti la crisi italiana è autoindotta, solo nazionale, non una conseguenza di quella globale, risoltasi già nel 2009 pur con andamenti di ripresa lenta ed accidentata. Prova ne è che quando la domanda mondiale è ripartita si è notato nei dati che le aziende capaci di operare all’estero crescevano e quelle dipendenti dal solo mercato interno crollavano. Ciò che impressiona è la capacità di piccole imprese di conquistare mercati esteri senza la scala che sarebbe necessaria e, soprattutto, senza sostegni nazionali adeguati. E, dato molto importante per il futuro, molte imprese che erano dipendenti dal solo mercato interno hanno avviato l’internazionalizzazione, così salvandosi: la crisi le ha educate, anche se parecchie non riusciranno a convertirsi in tempo. Quali i motivi del successo di chi riesce. Cinque fattori: (a) qualità del prodotto; (b) tipologia non-standard, ma sartoriale, del prodotto stesso; (c) flessibilità estrema nell’adattarsi alle esigenze del cliente; (d) de-sindacalizzazione o comunque partecipazione attiva di tutto il personale agli sforzi competitivi dell’azienda; (e) acume strategico dell’imprenditore e catena corta delle decisioni. Queste qualità hanno permesso a tante aziende di superare gli ostacoli di costo, burocrazia ed inefficienze territoriali nel luogo di residenza. Un miracolo? In un recente seminario internazionale tra fondi di Private Equity quello che presiedo è stato avvicinato da molti investitori globali vogliosi di ingaggiarsi, via fondi locali e non direttamente perché hanno paura di intrappolarsi in un Paese senza certezze legali e disordinato, in piccole aziende italiane internazionalizzate considerate quelle a potenziale di crescita più rapida nel mondo. Un miracolo? No, una cultura industriale eccezionale diffusa nell’ambito di un’imprenditoria di massa. Non vorrei, però, che si affermasse l’idea che il successo di questa parte dell’industria italiana avvenga totalmente “nonostante” le istituzioni. Molti successi, di cui sono stato testimone, sono dipesi dall’ottimo sostegno delle nostre ambasciate nel mondo, da bravi funzionari della Sace, da banche intelligenti, ecc.. Ma va annotato che non c’è un modello di sostegno all’export e queste buone cose avvengono in base alla disponibilità di singoli individui, sporadicamente. Celebro un sistema industriale dove però non c’è ricerca e sviluppo, quindi senza futuro? In realtà molte aziende mettono a bilancio tali spese come costi ordinari e dalle statistiche viene fuori che investono poco in nuove tecnologie. Ma se uno le visita troverà che sono laboratori totali. Ovvio: se hanno successo nel mondo è evidente che di ricerca e tecnologia ne facciano tanta. Poco collegamento con le università? In realtà masse di ricercatori lavorano con le imprese, ma non lo formalizzano perché le norme richiederebbero relazioni burocratizzate assurde. In sintesi, l’Italia ha un sistema industriale-tecnologico d’avanguardia globale, ma per motivi di non convenienza a registrarne alcuni aspetti o per sbrigatività o per enfasi sugli aspetti commerciali a scapito di quelli brevettuali, ecc., non emerge chiaramente dai dati standard. Ma c’è. La Po Valley c’è. Da un lato, non riesce a bilanciare la crisi del mercato interno. Ma, dall’altro, su questa parte forte del sistema, se meglio organizzati i sostegni, si potrà ricostruire il resto della capacità industriale ora in crisi. Cerchiamo di smettere gli occhiali comunistoidi o boldriniani e di capire meglio la peculiare natura della nostra industria: un mix tra anarco-capitalismo, cultura cristiana e tradizione di audacia mercantile delle Repubbliche marinare. Il vento, gli oceani.

(c) 2013 Carlo Pelanda
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